Il caso Cospito. Fiasco: “Sminare la vicenda significa togliere valenza espressiva all’anarchismo”

“Occorre fare attenzione a quando una questione da risolvere nella gestione del trattamento penitenziario diventa un motivo ideologico e simbolico capace di creare un’adesione”, spiega al Sir il sociologo

(Foto: ANSA/SIR)

Continua a tenere banco la vicenda dell’anarchico Alfredo Cospito, militante della Federazione anarchica informale (Fai), trasferito da Sassari al carcere di Opera, a Milano, per le sue condizioni di salute compromesse da un digiuno iniziato il 20 ottobre, contro il regime del 41 bis a cui è sottoposto. E preoccupano gli atti di cui si sono resi protagonisti gli anarchici, anche a sostegno di Cospito, in Italia e ad Atene, Barcellona e Berlino. Inoltre, al Resto del Carlino una telefonata, il 31 gennaio, ha annunciato un grave attentato a Bologna ed è arrivata al giornale, il 1° febbraio, anche una lettera contro Meloni e Crosetto. Il procuratore generale di Torino, Francesco Saluzzo, ha precisato che Cospito “non è stato condannato né sta espiando alcuna pena dell’ergastolo”, ma è stato condannato a 30 anni “per una serie di reati (taluni assai gravi)” e “sta ora scontando come condannato in via definitiva quella pena”, in attesa di una pronuncia della Consulta sul ricorso della Corte d’appello che deve pronunciarsi sulla richiesta di ergastolo, dopo il rinvio della Cassazione per la rideterminazione della pena, solo per l’attentato alla Scuola allievi ufficiali dei carabinieri a Fossano (Cuneo). Sul caso Cospito e sui rischi legati alla sicurezza in Italia abbiamo raccolto l’opinione del sociologo Maurizio Fiasco.

(Foto Siciliani-Gennari/SIR)

C’è un legame tra gli anarchici di oggi e il terrorismo che abbiamo conosciuto in Italia?

Le figure del passato non possono essere sovrapposte all’oggi perché il terrorismo era costituito da grandi formazioni ideologiche, politiche, organizzative e militari, che ci hanno “regalato” tanti lutti, devastazioni e traumi, nel corso di quasi cinquant’anni. Ci dobbiamo domandare se gli anarchici possano essere iscritti dentro una storia di formazioni dotate di una strategia e di una possibilità di propagazione fino al punto da mettere in crisi la sicurezza dello Stato. In realtà, lo spirito anarchico, la psicologia di un ribellismo nichilista è una delle costanti nella storia dai primi dell’Ottocento ad oggi. Il nichilismo di un recente passato, nutrito da un sentimento di estraneità e uno spirito di scissione, veniva incardinato dentro formazioni politico-ideologiche dotate di una strategia, di un progetto di attacco allo Stato e di terrorismo permanente, le Brigate rosse, Prima Linea, a sinistra, Nar, Terza Posizione, lo stragismo nero a destra. Oggi, invece, c’è una violenza espressiva che concretizza il nichilismo in vari territori sparsi dell’Europa, in particolare nei Paesi latini: in Francia, Grecia, Spagna. Gruppi che si esaltano e che per esprimere il loro nichilismo usano la violenza motivata politicamente. Il punto è come contenerla, come le forze responsabili riescano a scoraggiare la produttività dei comportamenti violenti.

Cosa bisognerebbe fare?

Occorre dare un messaggio univoco, non strumentalizzare, per far sì che queste ondate come sorgono così si estinguano.

Manifestazioni a cui si è prestata poca attenzione, ma a mio avviso preoccupanti perché avevano una base di massa consistente, sono state le violenze contro le misure di contenimento dell’epidemia da Covid. Oggi dimentichiamo che ci sono stati attentati, violenze e forme di intolleranza e che la pericolosità di tutto questo era data sì dagli atti, ma anche dal loro combinarsi con un sentimento diffuso in una parte, quantunque minoritaria, della popolazione, soprattutto tra i meno giovani. Erano l’espressione strumentalizzata di un sentimento nichilista lievitato durante la pandemia. In questo caso la forte coesione sociale e politica ha spento subito i “fuochi”, ma l’humus su cui si forma una disponibilità ad esprimersi con la violenza non scompare mai.

(Foto: ANSA/SIR)

Veniamo al caso Cospito…

I reati per i quali è stato condannato sono terribili, pensiamo all’attentato con le esplosioni differite alla Scuola degli allievi Carabinieri: se fosse riuscito avrebbe prodotto tantissime vittime. Quindi, sono reati gravissimi, ora bisogna dare significato alla sanzione per questi reati gravissimi da lui commessi. Questo è un primo punto fermo su cui tutti si devono ritrovare.

Ci sono altri elementi?

Sì. Il secondo punto da tener fermo è non sovrapporre come avvenuto in questi giorni due vicende che sono tra loro lontanissime: l’arresto di Matteo Messina Denaro e le proteste per il regime di 41 bis di Cospito. Già era in corso una polemica sul giudizio da dare alla cattura di uno dei capi di Cosa nostra: a questa polemica interna al mondo istituzionale e politico, va ad aggiungersi una seconda polemica interna sulle sorti di Cospito. Un terzo elemento da considerare è la drammaturgia di queste vicende che può spingere a identificarsi nell’archetipo del ribelle individualista, solitario, che si scontra con i giganti del potere e, quindi, attrarre alla replica una parte del mondo che non è solo giovanile ma trasversale alle varie età e ai vari ambienti sociali. Il punto centrale è evitare la propagazione e per fare ciò bisogna mostrare l’autorevolezza delle istituzioni anche in tema di gestione della punizione e qui arriviamo al punto del 41 bis.

Ci spieghi…

Il 41 bis per i mafiosi ha una sua ragione perché a monte del mafioso detenuto c’è una organizzazione strutturata, capillare, che ha bisogno di ordini e indicazioni, che coordina il proprio agire. Possiamo assimilare quello che c’è a monte di Cospito a quello che c’è a monte di Matteo Messina Denaro? No, non è assolutamente possibile. Possiamo assimilare quello che c’è a monte di Cospito a quello che c’era a monte negli anni ’80 quando nelle carceri erano detenute in media 2mila persone per reati di terrorismo? Quei detenuti avevano a monte delle organizzazioni strutturate che potevano muovere attacco allo Stato. E anche in questo caso la vicenda Cospito non è assimilabile. Diciamo, allora, che, a mio avviso, la vicenda è stata trattata in modo molto grossolano.

(Foto: ANSA/SIR)

Quali sarebbero stati i passi corretti a suo giudizio?

Bisognava smontare il senso della protesta, disporre immediatamente per Cospito tutte le cure mediche necessarie e avere il senso delle proporzioni e della misura. Adesso si è messo in moto un treno, che mette alla ribalta le proteste enfatizzandole oltre misura. Gli episodi accaduti a Trastevere sono certamente indicativi, sono gravi, non vanno sottovalutati, ma sono molto meno di quello che accade la domenica all’uscita dagli stadi, quando le tifoserie violente creano danni. Bisogna smontare l’impatto emulativo degli episodi di attentati di terrorismo, evitare di “mostrificare” gli autori, altrimenti si dà loro una forza di attrazione, una potenza che non avrebbero e non devono avere, bisogna che tutte le forze politiche condividano lo stesso messaggio e quindi tutta la drammaturgia che si è costruita sia banalizzata e smantellata quanto prima. Gli attentati, preoccupanti ma ancora non inflazionati, costituiscono un problema tecnico di un’azione altamente professionalizzata ed efficace di Polizia, da programmare e portare a termine. Evitare di dare spazio alla forza espressiva del ribellismo anarchico, che trascende in episodi di violenza gravissima, è un compito delle istituzioni, delle forze politiche, dell’opinione pubblica, del mondo della cultura, del mondo dell’educazione, cioè occorre che il campo della difesa sociale si mostri coeso e unitario con un messaggio condiviso da tutti per interrompere la forza auto propagatrice del modello che si esprime con la violenza, quindi del passaggio da un sentimento nichilista a un’azione criminale violenta. È interesse di tutti che non lieviti verso la pedagogia della violenza politica, terroristica, con la riedizione del Prometeo anarchico che mette le bombe, fa stragi e con il gesto esemplare provoca il rivolgimento di una situazione.

In Italia corriamo al momento pericoli per la sicurezza?

Il Prometeo anarchico è un archetipo che si ripropone dal 1800 a oggi, che ha alle spalle una psicologia sociale che ci è stata descritta da grandi autori come Fëdor Dostoevskij o anche l’italiano Riccardo Bacchelli. La rappresentazione in pubblico, la drammaturgia dei comportamenti, il circolare di richiami simbolici, favorito da errori di comunicazione e di comportamento, possono portare dei pericoli.

Sminare la vicenda significa togliere valenza espressiva all’anarchismo, non alimentando polemiche istituzionali.

Questi anarchici che sono nulla diventano potenti nel momento in cui fanno litigare le forze presenti in Parlamento. La loro forza sta nel fatto che gli altri, che dovrebbero contenerli, litigano tra loro e il campo della difesa sociale è discorde al suo interno. Attenzione, quindi, a quando una questione da risolvere nella gestione del trattamento penitenziario diventa un motivo ideologico e simbolico capace di creare un’adesione. Cospito si propone come un martire, ma non ha il sembiante dell’anarchico romantico, è una figura priva di charme che pretende di assurgere a una sua grandezza perché altri consentono alla sua vicenda uno sfondo su cui esprimere un ricatto morale molto forte.

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