Inflazione. Di Taranto (Luiss): “Il problema va affrontato a livello internazionale”

Bisogna andare indietro nel tempo, al Natale del 1985, per ricordare un’inflazione tanto elevata. Dopo quasi quarant’anni, l’impatto sull’economia è pesante, specie per le famiglie meno abbienti. Secondo l’Istat, ad agosto 2022 l’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività (Nic) è salito dell’8,4% su base annua. Per Giuseppe Di Taranto, professore emerito di Storia dell’economia e dell’impresa all’Università Luiss e di Economia politica all’Università Europea di Roma, il problema non si può affrontare solo a casa nostra ma insieme all’Unione europea

(Foto ANSA/SIR)

Bisogna andare indietro nel tempo, al Natale del 1985, per ricordare un’inflazione tanto elevata. Dopo quasi quarant’anni, l’impatto sull’economia è pesante, specie per le famiglie meno abbienti che in Italia contano già nelle stime circa 6 milioni di persone. Secondo l’Istat, ad agosto 2022 l’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività (Nic) è salito dell’8,4% su base annua. Ma quel che è peggio, proprio per i più poveri, è l’aumento del 9,7% dei prezzi del cosiddetto “carrello della spesa”, vale a dire cibo e prodotti per la persona e la casa. Per Giuseppe Di Taranto, professore emerito di Storia dell’economia e dell’impresa all’Università Luiss e di Economia politica all’Università Europea di Roma, il problema non si può affrontare solo a casa nostra ma insieme all’Unione europea.

Professore, perché un aumento dell’inflazione così alto colpisce soprattutto le fasce più deboli della popolazione?
L’aumento dell’inflazione è molto più subito dalle famiglie povere che rappresentano in Italia quasi 6 milioni di individui. L’aumento, se si va a guardare il cosiddetto ‘carrello della spesa’ è del 9,7%. Questo appare ancora più grave se si considera che il 10% dei più ricchi detiene il 38% della ricchezza italiana mentre solo l’1% possiede circa il 20% del reddito nazionale. In Italia, l’aumento dell’inflazione è più grave per vari motivi, fra cui una pressione fiscale fra le più alte non solo nell’Unione ma anche fra i Paesi Ocse. Sta di fatto che l’aumento cumulato dei prezzi, cioè l’inflazione, negli ultimi venti anni è stato di 5 punti in più rispetto a Germania e Francia. Questo comporterà per una famiglia media italiana fino alla primavera del 2023 un aumento di spesa in più di 2800 euro.

Perché l’inflazione colpirà alcune città italiane più di altre?
I prezzi sono molto più alti in alcune città del Nord, come Bolzano, Milano e Aosta, dove il reddito medio è più alto rispetto al Sud. Nelle città settentrionali, l’inflazione è più alta rispetto al Meridione perché al Nord c’è una domanda maggiore che comporta un aumento dei prezzi. All’opposto, al Sud, c’è una domanda minore che implica prezzi più bassi.

Nella storia del novecento abbiamo visto come l’aumento dell’inflazione abbia portato a profonde crisi sociali e politiche.
Oggi i progressi della scienza economica, l’intervento dello Stato nell’economia e un mercato più controllato non farebbero mai arrivare alle conseguenze vissute in passato come ad esempio nella Germania di inizio ‘900. Certamente però, il pericolo che i meno abbienti siano sempre più colpiti dall’inflazione potrà portare a problemi anche sotto l’aspetto sociale.

Le scienze economiche che soluzioni suggerisce in questi casi?
Ritengo che la politica che sta attuando la Bce sia errata. Questa inflazione è dovuta all’aumento dei costi che poi si riflette sul ‘carrello della spesa’. Nel momento in cui alziamo il tasso di sconto, cioè il tasso di riferimento, non facciamo altro che creare una deflazione nell’economia perché i mutui costeranno di più, così come i prestiti. Appare invece giusta la politica adottata negli Stati Uniti dove stanno registrando una forte crescita economica. Anche la Federal Reserve sta aumentando i tassi di interesse per far scendere i prezzi e ridurre la domanda. Ma in Europa l’inflazione è dovuta all’aumento dei costi, quindi è sbagliato aumentare gli interessi. Servirebbe agire sull’offerta e non sulla domanda, così come ha fatto finora il governo Draghi.

L’inflazione così alta è un problema che può affrontare l’Italia da sola?
No, va affrontato a livello internazionale: in Europa, evitando la speculazione della borsa del gas ad Amsterdam, e alla borsa di Chicago su tutte le derrate agricole. Questi problemi non possono essere risolti dall’Italia ma dall’Europa in accordo con gli Stati Uniti. Ci vuole un’azione coordinata a livello mondiale.

L’Unione europea sarà compatta nelle decisioni?
L’Europa è lenta nelle azioni. Lo vediamo anche nella decisione di mettere un tetto al prezzo del gas. La situazione tra l’altro in questo caso è molto fluida, dobbiamo considerare anche l’eventualità che Gazprom non accetti il tetto. Va detto però che l’Europa è cambiata da quando Angela Merkel ha lasciato la politica. La sovranità tedesca sull’Europa è diminuita e si stanno compiendo dei passi in avanti, come ad esempio gli eurobond. Le premesse ora ci sono per fare in modo che si passi da una sovranità subalterna a un solidarietà condivisa degli Stati europei.

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