La poesia sociale di “Belfast” e la commedia inclusiva “I segni del cuore. Coda”

Due protagonisti ai prossimi premi Oscar (domenica 27 marzo) al centro del punto Cnvf-Sir. Anzitutto “Belfast”, sguardo personale, poetico, di Kenneth Branagh tra i sentieri della città natale e quelli della propria memoria familiare. Il titolo corre agli Oscar per sette statuette pesanti. Ancora, sulle principali piattaforme e in home-video la commedia “I segni del cuore. Coda” di Sian Heder, film entrato a sorpresa nella partita degli Oscar con tre nomination. È l’adattamento a stelle e strisce del francese “La famiglia Bélier”.

(Foto Rob Youngson / Focus Features)

Due protagonisti ai prossimi premi Oscar (domenica 27 marzo) al centro del punto Cnvf-Sir. Anzitutto “Belfast”, sguardo personale, poetico, di Kenneth Branagh tra i sentieri della città natale e quelli della propria memoria familiare. Il titolo corre agli Oscar per sette statuette pesanti. Ancora, sulle principali piattaforme e in home-video la commedia “I segni del cuore. Coda” di Sian Heder, film entrato a sorpresa nella partita degli Oscar con tre nomination. È l’adattamento a stelle e strisce del francese “La famiglia Bélier”.

“Belfast” (al cinema)
Lo abbiamo amato e raccontato in anteprima in occasione della 16a Festa del Cinema di Roma. Parliamo di “Belfast”, opera tra le più personali e probabilmente più riuscite del sempre inappuntabile Kenneth Branagh, attore, sceneggiatore e regista di successo, che in questi giorni è nelle sale anche con “Assassinio sul Nilo”. Attraverso “Belfast” (in sala dal 24 febbraio) l’autore britannico – nato nel 1960 proprio nella capitale dell’Irlanda del Nord– mette a segno uno sguardo sociale e intimo, capace di esplorare le pagine della Storia e al contempo l’album di ricordi della propria famiglia.

Il film ha riscosso da subito grande interesse, al punto da entrate nella rosa favoriti per la corsa agli Oscar. Sette sono le nomination che ha incassato dall’Academy: miglior film, regia e sceneggiatura originale (tutte di Branagh), gli attori non protagonisti Judi Dench e Ciarán Hinds come pure sonoro e canzone originale firmata Van Morrison. Di chance “Belfast” ne ha molte, ma al di là di questo il film merita attenzione per la sua elegante poesia sociale che fonde vibrazioni drammatiche con lampi di umorismo brillante.

(Foto Rob Youngson / Focus Features)

La storia. Belfast 1969, quando gli occhi del mondo sono puntati al cielo per l’allunaggio, tra le vie della città, in quartieri abitati dalla classe operaia, si accendono duri scontri che trovano l’apice nell’opposizione tra cattolici e protestanti. Quei concitati giorni sono riflessi nello sguardo innocente di un bambino di nove anni, Buddy, avvolto dall’amore dei genitori, due onesti lavoratori che custodiscono ancora un legame solido e luminoso, come pure dei nonni sempre pronti al sorriso e alla burla. E nonostante le preoccupazioni crescenti, il lavoro che scarseggia, i negozi assaltati e le continue cariche della polizia, Buddy fa tesoro di una delle più belle stagioni della vita, scoprendo inoltre l’incanto del cinema.

Con “Belfast” Kenneth Branagh compone una dedica d’amore verso la propria città natale, che ha dovuto lasciare nella stagione dell’infanzia. A quella città mai scacciata dal cuore, alla sua travagliata storia, l’autore offre questo sguardo luminoso e dolente, raccontando le sofferenze di chi è dovuto fuggire in cerca di futuro, come pure di chi è rimasto lì, tra le trincee delle incomprensioni.

“Belfast” è però un film che pacifica, che ricompone le tessere di un mosaico storico-sociale frastagliato, doloroso, dove figurano anche frizioni tra cattolici e protestanti. Branagh racconta quel contrapporsi nella prospettiva protestante, all’interno della propria dimensione familiare, ma il suo sguardo è del tutto avvolgente e comprensivo. Conciliante. Non ci sono né vincitori né vinti; c’è sofferenza sì, ma stemperata da tenerezza e diffuso umorismo.

“Belfast” affascina, conquista, dunque, per lo sguardo di Kenneth Branagh, per quel modo così raffinato ed elegante – l’uso del bianco e nero – di raccontare la Storia e la sua storia. Un racconto che cresce in intensità non solo grazie a regia e scrittura, ma anche per la presenza di un cast di livello, ben amalgamato: dall’espressivo esordiente Jude Hill ai solidi Caitríona Balfe e Jamie Dornan, come pure i sorprendenti veterani Ciarán Hinds e Judi Dench. Ecco, la Dench si meriterebbe un’altra statuetta solamente per lo sguardo, l’interpretazione, che mette in campo nella sequenza finale del film: pochissimi minuti, ma di grande intensità (e struggimento), proprio come fu per il fulminante ruolo di Elisabetta I in “Shakespeare in Love” (1999), suo primo Oscar.
Insomma, un film che corre veloce come una canzone, denso di senso e di sentimento, che ammalia con dolcezza e non stanca. “Belfast” è consigliabile, problematico e per dibattiti.

“I segni del cuore. Coda” (piattaforme e home-video)
In principio “La famiglia Bélier” (“La Famille Bélier”), commedia sociale francese del 2014 diretta da Éric Lartigau, che ha folgorato critica e pubblico in Europa per la modalità di racconto brillante e inclusivo di una famiglia di non udenti: un piccolo grande film che ha mandato in frantumi molti stereotipi narrativi sulla sordità. A distanza di quasi dieci anni Hollywood rilegge la storia in chiave strettamente statunitense, dando vita a un racconto simile ma al tempo stesso differente, mettendo in campo inedite sfumature. Parliamo del film “I segni del cuore. Coda” scritto e diretto dalla regista Sian Heder, uscito nelle sale nel 2021 e ora in risalto tra le piattaforme grazie agli Oscar: è nominato come miglior film, sceneggiatura non originale e attore non protagonista Troy Kotsur.

La storia. Massachusetts, in una cittadina sulla costa non troppo distante da Boston, vive la famiglia Rossi: il padre Frank, la madre Jackie e i due figli, il ventenne Leo e la liceale Ruby. In famiglia sono tutti non udenti dalla nascita tranne Ruby, che costituisce di fatto il collegamento dei Rossi con la comunità locale. La famiglia gestisce un peschereccio e fanno parte di un consorzio di pescatori. Iscrivendosi al coro della scuola, guidato dal il prof. Bernardo Villalobos, Ruby si accorge di avere uno spiccato dono per il canto e così coltiva il sogno di un’audizione presso il prestigioso Berklee College of Music. Quando a casa scoprono le intenzioni della ragazza i Rossi vanno in stallo, tra paura per il possibile trasferimento di Ruby a Boston e lo spaesamento di non avere più lei come supporto nei rapporti con la comunità e nel lavoro di tutti i giorni.

(© fonte ufficio stampa Eagle Pictures)

La struttura narrativa del film “I segni del cuore. Coda” ricalca abbastanza quella della commedia francese, soprattutto nelle dinamiche di confronto, conflitto e riconciliazione tra l’adolescente e i genitori. Le differenze tra i due film si notano principalmente nella contestualizzazione della storia, qui la costa americana che vive di pesca e fatica a gestire un settore sempre più in difficoltà. In particolare, vengono messi in evidenza i sentimenti di paura e pregiudizio (reciproci) tra i Rossi e la comunità del posto. Frank e Jackie guardano con sospetto gli altri, perché temono di non essere compresi e dunque accolti, proprio per il loro essere non udenti; Jackie si rapporta con insicurezza alle altre donne del consorzio, convinta che la giudichino, che la emarginino intenzionalmente. Impressioni infondate che generano l’(auto)isolamento della famiglia, al di là della disabilità.

Tra gli altri elementi di pregio della versione hollywoodiana della “Famiglia Bélier” troviamo il rapporto tra i due fratelli, Leo e Ruby, decisamente più articolato e ricco di sfumature, come quello con l’insegnante di musica, il prof. Villalobos (anche se Eugenio Derbez rischia a volte l’inciampo nella macchietta comica), oppure con l’amico-innamorato Miles (Ferdia Walsh-Peelo). È da segnalare che nel film statunitense per il ruolo dei familiari di Ruby sono stati coinvolti tutti attori realmente non udenti, tra i quali c’è Marlee Matlin già vincitrice dell’Oscar nel 1987 per “Figli di un dio minore”.

Nel complesso “I segni del cuore. Coda” è un film che coinvolge e conquista per la tenerezza con cui racconta l’abbandono del nido familiare da parte di una giovane in cerca di sé e del proprio domani; un racconto che tratteggia con rispetto anche lo spaesamento di genitori mai del tutto preparati al distacco. Su tale storia fa perno il tema della disabilità uditiva, gestito sempre con grande rispetto, freschezza e ironia. Forse la portata “innovativa” del racconto risuona di intensità minore rispetto a quando uscì “La famiglia Bélier”, tra i film apripista di una nuova prospettiva inclusiva. Nell’insieme “I segni del cuore. Coda” è una riuscita commedia familiare dal respiro sociale, consigliabile, problematica e per dibattiti.

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