Rivelazione del dono più grande

La corruzione del nome greco epifania, rivelazione della divinità di Gesù, che si è manifestato anche in altri episodi ma che è divenuta tradizione in rapporto ai magi di cui parla peraltro solo Matteo, ha portato al nome con il quale da noi viene ricordato - soprattutto ai piccoli - il 6 gennaio. Ma ci sono alcuni particolari che ci riportano agli scavi di Ҫatal Hϋyϋk, al culto dei defunti, che è diffuso in maniera non dissimile anche nelle tradizioni regionali italiane. Antichissime cerimonie che si intersecano con riti funebri, cui dobbiamo associare dei riferimenti che vengono da molto più vicino cronologicamente

(Foto Siciliani-Gennari/SIR)

Nel 1896 Giovanni Pascoli scrive una poesia sulla Befana che non è un cedimento al buonismo natalizio o alla canonica immagine della vecchietta che se ne va a spasso per i tetti a cavallo di una scopa, ma se mai, da studioso attento anche alle mitologie arcaiche, qualcosa di più inquieto: la sua, di Befana, è stanca, “ha le mani al petto in croce”. E ascolta soprattutto i pianti delle madri sulla miseria loro e dei piccoli, “bimbi senza niente”.

Un aspetto che ha molto in comune con alcuni sorprendenti esiti di scavi archeologici, di cui parlano ad esempio Claudia e Luigi Manciocco in “Una casa senza porte. Viaggio intorno alla figura della Befana”. A Ҫatal Hϋyϋk, in Asia minore, terra di incontri (e scontri, basti pensare all’Iliade) tra occidente ed oriente, sono stati ritrovati resti di capanne circolari con focolare al centro e apertura alla sommità, forse finalizzati al ritorno del grande antenato: sotto il focolare veniva inumato, dopo l’avvenuta “purificazione” da parte degli avvoltoi, o con la cremazione rituale, il corpo del defunto. La corruzione del nome greco epifania, rivelazione della divinità di Gesù, che si è manifestato anche in altri episodi ma che è divenuta tradizione in rapporto ai magi di cui parla peraltro solo Matteo, ha portato al nome con il quale da noi viene ricordato – soprattutto ai piccoli – il 6 gennaio. Ma ci sono alcuni particolari che ci riportano agli scavi di Ҫatal Hϋyϋk, al culto dei defunti, che è diffuso in maniera non dissimile anche nelle tradizioni regionali italiane. Intanto sui resti del defunto veniva posta una maschera rituale che taluni studiosi hanno associato alla proverbiale “maschera” della Befana, che guarda caso, in molti luoghi era considerata anche la guardiana del fuoco del camino: quel camino che veniva riacceso dopo il “ritorno” dell’antenato in un particolare tempo che secondo molti era assai vicino a quello in cui si celebra l’Epifania, perché legato ai riti di ringraziamento per i raccolti del passato e di propiziazione per la fecondità della terra. E la Befana non sarebbe altro che la manifestazione del grande antenato che torna nella capanna originaria. Antichissime cerimonie funebri che si intersecano con riti funebri, allora, cui dobbiamo associare dei riferimenti che vengono da molto più vicino cronologicamente: il laico Pascoli, affascinato perennemente dall’universo della fede, da lui sempre rimpianto, che scrive di una presenza legata all’iconografia sepolcrale (le mani in croce) esattamente come le connotazioni antropologiche ed archeologiche degli scavi in Asia Minore. E si tenga conto che nell’elenco dei doni fatto da Matteo, l’unico a parlare dei Magi, vi è, oltre all’oro e all’incenso, segni di regalità e divinità, anche la mirra, simbolo del culto dei morti. Non solo: l’iconografia arcaica e bizantina presentano talvolta una culla a forma di piccolo sarcofago, o della stessa materia, la pietra, della tomba, e la fasciatura del Bambino ricorda quella del defunto, a richiamo della sofferenza futura del Cristo, visibile anche nello sguardo, a volte triste o preoccupato, di Maria.

Come si vede, i riti di rinascita della terra – e per alcuni il legno della scopa della “moderna” Befana richiama la materia originaria, il ramo che rifiorirà e darà frutto – si incontrano con quelli della morte e poi ancora della rinascita, nella natura per i riti arcaici, nella gloria di Cristo nella fede cristiana. Quando viene ripresa a contatto con gli apocrifi (come nel caso dell’asinello e del bue, e non solo) e con le inevitabili confluenze di narrazioni antiche e moderne, la storia dei doni dei Magi – non siamo sicuri del loro numero, ma in una narrazione antica il mito della grande vecchia, che non avrebbe voluto seguirli e poi, pentita, li avrebbe cercati inutilmente, sfiora quello dei re sapienti – diviene storia del grande dono che a sua volta il Bambino offre ai Magi, come accade nelle storie di Michel Tournier (“I re Magi”) e di Mimmo Muolo (“Per un’altra strada”) e al loro quarto compagno: una nuova sapienza fatta di condivisione e di amore per gli ultimi, che abbatte quella spocchiosa e classista dei colti. La sapienza profonda e indicibile iniziata con la luce della Rivelazione.

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