Carpi: l’arte di coniugare produzione, lavoro e buone pratiche

In vista della Settimana sociale dei cattolici italiani (21-24 ottobre) i giovani della diocesi di Carpi si sono confrontati con alcuni imprenditori su sostenibilità, qualità del lavoro e ambiente

(Foto Siciliani-Gennari/SIR)

Il pianeta che speriamo – Ambiente, lavoro, futuro #tuttoèconnesso” è il titolo della 49ª Settimana sociale dei cattolici in programma dal 21 al 24 ottobre a Taranto, città-simbolo con tutti i nodi irrisolti intorno all’Ilva che combina problema ambientale e occupazione, inquinamento e sviluppo. Un appuntamento molto atteso e che vede coinvolti in prima persona alcuni giovani delle diocesi di Carpi e di Modena-Nonantola che andranno a Taranto e che in questi mesi hanno compiuto un percorso di preparazione in vista dell’appuntamento.

Tre temi portanti. Proprio nell’ambito di questo cammino di discernimento si pone l’incontro “I giovani incontrano gli imprenditori” che si è svolto lo scorso 23 settembre nella Sala dei 600. Tre i temi portanti che hanno animato la serata: il lavoro, l’ambiente e, appunto, i giovani. “Sono stati i ragazzi stessi ad esprimere l’esigenza, in questo percorso, di incontrare il mondo imprenditoriale del nostro territorio, per un confronto diretto e immeditato sulle tematiche che stanno approfondendo e che stanno molto a cuore alla comunità ecclesiale in questo periodo, in vista della Settimana sociale dei cattolici – ha affermato Nicola Marino, responsabile dell’Ufficio di pastorale sociale e del lavoro, nell’introdurre la serata -. Quest’anno il tema infatti è quello del cambiamento ecologico, con tutte le ripercussioni a livello ambientale, sociale, lavorativo ed economico”. Il tema dell’ambiente si colloca all’interno della riflessione che la Chiesa compie ormai da molti anni e che ha avuto un rilancio, ma anche una rilettura e un approfondimento con l’enciclica di Papa Francesco, Laudato si’ e che ora va valutato anche alla luce di Fratelli tutti e che deve fare i conti con la pandemia mondiale. L’obiettivo è ambizioso: condurre le persone verso una sostenibilità e un’ecologia integrale, riportandole a una visione più realistica dei propri limiti. Un “cambiamento d’epoca” che i giovani presenti alla serata hanno dimostrato di essere pronti a compiere e a rendersi loro stessi strumenti attivi affinché ciò possa verificarsi. In questa prospettiva nei mesi scorsi i ragazzi hanno formulato e sottoposto a vari imprenditori del territorio un questionario, per conoscere la loro realtà e fare emergere le “buone prassi” che vengono adottate, come modelli virtuosi ed esempi da imitare.

Realtà imprenditoriali. Tre gli imprenditori carpigiani coinvolti nella serata: Davide Bulgarelli, titolare della “Bulgarelli Production”, impresa specializzata nella produzione di cartellini ed etichette e accessori moda; Gabriele Po della “Union”, azienda meccanica che fornisce macchine o assiemi completi; Matteo Pettenati, amministratore della “Centauro”, impresa fondata nel 1946, e che negli anni al settore macchine per la lavorazione del legno ha affiancato la divisione fonderia (di ghisa). Tre realtà molto diverse tra di loro ma accomunate da principi, valori, e dalla concreta realizzazione di buone pratiche ambientali e sociali. “Il nostro obiettivo era quello di arrivare ad essere la prima azienda del settore labelling ad impatto zero, ossia Carbon Positive. E ci siamo riusciti”. Così Davide Bulgarelli ha espresso filosofia eco friendly che ispira la realtà produttiva che ha ereditato dai genitori all’inizio degli anni Novanta. Uno scopo che ha radici antiche e fondate: “da anni operiamo per arrivare a compensare completamente il nostro impatto sull’ambiente. Questo richiede regole rigorose sempre ispirate alla sostenibilità ambientale”. Un percorso iniziato una decina di anni fa, “quando ancora non c’era l’attenzione attuale alla sostenibilità. La nostra mission è garantire un cartellino Carbon Positive Hangtag, in sostanza con zero emissioni sull’ambiente. Per i prodotti utilizziamo carta derivata da legno proveniente da foreste gestite in modo sostenibile e responsabile. Materiale vergine e riciclabile, tracciabile al 100%. Abbiamo attuato una politica interna per ridurre al minimo l’emissione di Co2, da parte dell’azienda e dei dipendenti, nonché dei processi produttivi. Questi step sono stati fondamentali, ma naturalmente c’è sempre stata molta sensibilità da parte dell’impresa su queste tematiche. Per questo quando dieci anni ha ci siamo trasferiti come sede, abbiamo scelto un capannone che fosse già in classe B e che avesse il fotovoltaico che poi abbiamo implementato arrivando a 100 kilowatt. Certo, questi investimenti, rispetto a condizioni normali, sono più costosi ma noi ci crediamo fortemente”.

Unione, con i lavoratori e i clienti. “Collaboratori” e non dipendenti: tutti e tre gli imprenditori hanno utilizzato questo termine per indicare le persone che lavorano con loro. “Buone prassi e una stretta vicinanza tra direzione/proprietà e collaboratori sono fondamentali per la nostra realtà – ha proseguito Gabriele Po -. Siamo una piccola realtà imprenditoriale, ancora ‘familiare’, e questo sicuramente agevola l’attenzione verso i collaboratori e le loro singolarità a prescindere dal valore produttivo che hanno per l’azienda. Questo approccio, semplificato dalle dimensioni, può essere classificato come ‘lodevole’ ed è anche una delle caratteristiche per cui ci chiamiamo ‘Union’: ‘unione’ riassume il nostro approccio verso il cliente, ossia l’essere suo partner nella realizzazione di un successo, ma anche ‘unione’ verso i collaboratori, affinché il benessere del proprio lavoro sia a vantaggio di tutti”. Riduzione degli sprechi, riutilizzo degli scarti, produzione di energia mediante pannelli fotovoltaici: “per tutte le azioni fortemente ‘energivore’, abbassare i consumi è vantaggioso, si ha un ritorno economico che consente poi investimenti in scelte ambientali. Sono buone prassi ereditate anche senza essere nella piena formalità della certificazione, troppo onerosa per un’azienda come la nostra”.

Impresa, strumento sociale. È alla terza generazione la “Centauro”, fondata nel 1946 da Stefano Benetti, per tutti Walter (morto nel 2007 a 93 anni). “Nostro nonno ha sempre amato il concetto di una azienda ‘di famiglia’ – ha spiegato il nipote Matteo Pettenati, amministratore insieme a un fratello -. Da lui abbiamo imparato il concetto di aiutare le persone, stare in mezzo ai lavoratori, cercare di annullare le distanze gerarchiche. Un concetto che prima le figlie poi noi nipoti stiamo cercando di portare avanti, concependo l’azienda come uno strumento sociale per far sì che tante persone insieme, mettendo a frutto le proprie capacità e il proprio lavoro generino ricchezza che verrà poi ridistribuita a dipendenti e investita dall’azienda stessa”. Pettenati ha poi affrontato il tema dell’inquinamento, sfatando anche qualche pregiudizio: “al settore metallurgico come fonderie e acciaierie si associa grande spreco di energia e inquinamento. In realtà è tutto il contrario! Per il 75% delle materie prime usiamo gli scarti o rifiuti come rottami di navi, avanzi di macchinari, sabbie di recupero, e l’eventuale eccesso prodotto viene recuperato, e utilizzato come materia prima. Ad esempio, la sabbia, se non viene riutilizzata internamente, viene usata per i fondi stradali. Il 95% del nostro prodotto è completamente riciclabile. Noi abbiamo un costo elevato di energia parti al 30/35%, per questo tutte le buone pratiche e le nuove tecnologie che ci consentono di risparmiare sono le benvenute (caldaie a compensazione, compressori con recupero del calore per l’acqua, coibentazione): recuperiamo calore per riutilizzarlo. Questo ci consente anche di fare investimenti che però devono avere ritorni economici in tempi brevi”.

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