Il punto Cnvf-Sir. Al cinema il kolossal “Dune”, in streaming le serie Tv “La casa di carta” (Netflix) e “Nine Perfect Strangers”(Prime)

Dopo Venezia78, ritorna il punto Cnvf-Sir dedicato alle uscite tra cinema e piattaforme. In evidenza il kolossal “Dune” di Denis Villeneuve, che approda in sala dopo l’anteprima mondiale al Lido; cast hollywoodiano di primo piano, tra cui i giovani divi Timothée Chalamet e Zendaya. Sulle piattaforme si registra anzitutto il rilascio dei primi episodi della quinta stagione della “Casa di carta” (Netflix), come pure la conclusione di “Nine Perfect Strangers” (Prime Video) con Nicole Kidman, serie Tv giocata tra dramma e mistery, tratta nuovamente da un romanzo di Liane Moriarty.

Dopo Venezia78, ritorna il punto Cnvf-Sir dedicato alle uscite tra cinema e piattaforme. In evidenza il kolossal “Dune” di Denis Villeneuve, che approda in sala dopo l’anteprima mondiale al Lido; cast hollywoodiano di primo piano, tra cui i giovani divi Timothée Chalamet e Zendaya. Sulle piattaforme si registra anzitutto il rilascio dei primi episodi della quinta stagione della “Casa di carta” (Netflix), come pure la conclusione di “Nine Perfect Strangers” (Prime Video) con Nicole Kidman, serie Tv giocata tra dramma e mistery, tratta nuovamente da un romanzo di Liane Moriarty.

“Dune” (al cinema)
Alla 78a Mostra del Cinema della Biennale di Venezia è stato uno dei titoli più attesi, benché fuori concorso. Parliamo di “Dune”, kolossal fantastico che si muove su un domani distopico firmato dal visionario regista canadese Denis Villeneuve, che si è fatto conoscere e apprezzare da critica e pubblico per progetti innovativi come “Sicario” (2015), “Arrival” (2016) e “Blade Runner 2049” (2017). “Dune” è l’adattamento dell’omonimo romanzo di Frank Herbert, portato inizialmente sullo schermo in un’unica versione da David Lynch nel 1984. La Warner Bros. e Legendary Pictures hanno ripreso in mano il progetto declinandolo su più titoli, una vera e propria saga cinematografica.

La storia: Al duca del pianeta di Caladan, Leto Atreides (Oscar Isaac), viene affidata dall’Imperatore la complessa missione di gestione del pianeta desertico di Arrakis, luogo dove viene estratta una preziosa spezia, sostanza determinante per il controllo dell’universo. Il duca si reca sul pianeta consapevole dei non pochi rischi che corre, decidendo di portare con sé anche la compagna Lady Jessica (Rebecca Ferguson) e il figlio Paul Atreides (Timothée Chalamet). Su Arrakis la famiglia del duca finisce subito nella morsa di due agguerriti accerchiamenti, nella vertigine di un sanguinoso attentato. A essere in pericolo è soprattutto Paul, considerato il predestinato, colui che dovrà guidare la “guerra santa”…

Senza voler trovare punti di contatto o divergenza con l’opera di Lynch, il nuovo “Dune” ci parla di un domani segnato da violenze e aggressioni, da una ricerca della speranza tramite un “salvatore” capace di ricondurre le esistenze di più pianeti a nuova pace. Se la storia è nota, un vero e proprio cult per gli amanti della fantascienza, quello che interessa di più è analizzare le scelte di regia di Denis Villeneuve. Il regista – come fatto già con il sequel di “Blade Runner” – non si sente affatto intimorito dal progetto, anzi compone un racconto avvincente ricorrendo a uno stile visivo originale e ricercato, assolutamente raffinato, dove l’azione è bilanciata da una adeguata introspezione dei personaggi. E tra gli strumenti che funzionano meglio nella sua orchestra è proprio Timothée Chalamet, che dimostra di essere cresciuto, e non poco.

Come ogni saga che si rispetti, si veda ad esempio quella di “Star Wars”, l’epopea del giovane protagonista Paul Atreides si muove su un orizzonte che va dai modelli classici della fiaba ai rimandi biblico-cristologici. Insomma, c’è un po’ di tutto alla base del racconto, in primis il cammino di formazione di un eroe riluttante chiamato a grandi gesta per il bene comune. Ottima prova pertanto per Denis Villeneuve, che con “Dune” mette a segno un film riuscito e coinvolgente, anche se a ben vedere un po’ appesantito da alcuni passaggi insistiti o didascalici, che rallentano il decollo dell’azione. Dal punto di vista pastorale “Dune” è consigliabile e problematico.

“La casa di carta” (Netflix)
C’è chi lo ha definito il miglior “sparatutto” di inizio autunno, e non a torto. È la serie spagnola “La casa di carta” (“La casa de papel”, dal 2017), uno dei punti di forza della piattaforma Netflix, serie nata inizialmente come prodotto dell’emittente spagnola Antena 3 firmata da Álex Pina (tra le sue creature Tv c’è “Los Serranos”, “I Cesaroni”) e poi divenuta fenomeno globale grazie al colosso streaming. Dopo le prime due stagioni incentrate sulla rapina alla Zecca di Stato in Spagna, dalla terza alla quinta (e ultima) stagione la banda di rapinatori con la maschera di Salvador Dalí, guidata dal geniale Professore (Álvaro Morte), è alle prese con il furto dell’oro nella Banca di Spagna. I rapinatori – tra cui Tokyo (Úrsula Corberó), Lisbona (Itziar Ituño) e Denver (Jaime Lorente) – sono divenuti i beniamini della popolazione, esasperata da una società iniqua, ritratti come dei “Robin Hood” antisistema.

Muovendosi lungo il binario del racconto action adrenalinico alla “Ocean’s Eleven” di Steven Soderbergh o “Mission: Impossible” con Tom Cruise, “La casa di carta” stagione dopo stagione ha conquistato pubblico e critica, per la sua capacità di presa (e sorpresa) sullo spettatore. Una dinamismo narrativo che però è andato un po’ sbiadendo, a favore di un inutile stiracchiamento della storia, un uso eccessivo di flashback per raccontare il passato dei protagonisti, ma soprattutto un ricorso fuori controllo a sparatorie ed esplosioni.

Se il meccanismo narrativo di fondo della serie funziona, combinando agilmente linea gialla, poliziesca e romance (la travagliata relazione tra il Professore e l’ispettrice Raquel Murillo, divenuta poi Lisbona, come pure quella tra i rapinatori Tokyo e Rio oppure quella tra il ladro Denver e l’ostaggio Monica-Stoccolma), un mix che favorisce il binge-watching serrato, a erodere il fenomeno “La casa di carta” è la stasi delle ultime stagioni, avvitate in una trincea tematica senza particolare sviluppo o creatività. Peccato. Restiamo in attesa comunque del gran finale (in calendario 3 dicembre) con un giudizio pressoché sospeso, se non deludente, per questi primi episodi della stagione 5. Dal punto di vista pastorale “La casa di carta” è una serie complessa, problematica.

“Nine Perfect Strangers”(Prime Video)
Dal team ideativo-produttivo di “Big Little Lies”, ossia David E. Kelley (autore anche del fortunato “The Undoing”) e la scrittrice Liane Moriarty, ecco un’altra serie ad alta tensione: “Nine Perfect Strangers”, su Prime Video, che vede protagonista ancora una volta Nicole Kidman. Strutturato in otto episodi (l’ultimo rilasciato il prossimo 23 settembre), il racconto ci conduce in un resort di lusso, Tranquillum House, guidato dalla terapista Masha (Kidman), che promette un percorso di benessere e depurazione, ai limiti del catartico, giocato su dieci giorni. Masha ha selezionato i nove partecipanti da una lista di candidati, nove soggetti segnati tutti da irrisolti personali, professionali o familiari. Un mix che promette scintille…

La linea del racconto di “Nine Perfect Strangers” è volutamente sfumata e ambigua, oscillando tra il mistery, il dramma esistenziale e il giallo poliziesco. Tranquillum House è un’oasi di benessere attraversata, dietro la facciata patinata, da inquietanti correnti sotterranee: il primo elemento enigmatico è proprio Masha, una sorta di guru spiritata che possiede un alone di ambiguità che alterna tonalità candide a fosche; i nove sconosciuti – tra gli interpreti spiccano per bravura Bobby Cannavale, Melissa McCarthy e Michael Shannon – custodiscono delle zavorre interiori che potrebbero essere correlate.

La confezione formale di “Nine Perfect Strangers” è senza dubbio affascinante e seducente, come pure la regia di Jonathan Levine decisa e fluida; la linea del racconto però appare fin troppo fumosa e ambigua, al punto da perdere pathos e aderenza credibile con la realtà. Una narrazione in crescendo in attesa di un chiaro colpo di scena finale, da cui può dipendere la sorte della serie. Di certo siamo lontani dal successo di “Big Little Lies”, per tensione, compattezza del racconto come pure per potenza del cast. Bene, dunque, ma non benissimo… aspettando il finale. Dal punto di vista pastorale, la serie “Nine Perfect Strangers” è complessa, problematica, adatta a un pubblico adulto.

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