Persone private di libertà. Garante: “Hanno il diritto che il tempo di vita loro sottratto abbia una finalità costruttiva”

Dalla detenzione penale a quella amministrativa delle persone migranti, dalla privazione della libertà in ambito sanitario alla custodia nei luoghi delle Forze di Polizia, fino ad arrivare alla possibile perdita di autodeterminazione di persone anziane o disabili ospiti in residenze sanitarie assistenziali: sono gli ambiti di intervento del Gnpl, secondo il quale il filo che tiene unite situazioni fra loro così diverse è “il rischio di una minore effettività dei diritti delle persone ristrette”

(Foto: ANSA/SIR)

Appartenenza dei luoghi della privazione della libertà al nostro mondo, assolutezza del diritto alla tutela della dignità di ogni persona, benché ristretta, effettività della finalizzazione dichiarata e legislativamente affermata della misura a cui si è sottoposti: sono i “riconoscimenti” che devono dirigere lo sguardo verso il futuro, secondo quanto suggerito dal Garante nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale (Gnpl), Mauro Palma, nelle più di 400 pagine della Relazione al Parlamento 2021, che affronta i diversi ambiti di intervento del Garante nazionale: dalla detenzione penale a quella amministrativa delle persone migranti, dalla privazione della libertà in ambito sanitario alla custodia nei luoghi delle Forze di Polizia, fino ad arrivare alla possibile perdita di autodeterminazione di persone anziane o disabili ospiti in residenze sanitarie assistenziali. Per il Garante nazionale, il filo che tiene unite situazioni fra loro così diverse è “il rischio di una minore effettività dei diritti delle persone ristrette”. Proprio per questo “è necessaria l’azione di un Garante, che entri, veda, esamini la situazione e intervenga per cooperare al superamento delle criticità riscontrate, prevenendo il loro riproporsi”.

Non un “tempo vuoto”. Un punto centrale dell’intervento del presidente Palma è stato “l’individuazione quale diritto soggettivo di ogni persona privata della libertà il reale perseguimento dell’obiettivo in base al quale la sua situazione di restrizione si è determinata. Un diritto che si accompagna alla necessità che il tempo di collocazione in strutture privative della libertà non sia soltanto tempo sottratto alla vita”. Per esempio, in ambito penale, dopo aver citato il dibattito sull’ergastolo ostativo, dopo la decisione della Corte costituzionale, “la finalità rieducativa che la Costituzione assegna alle pene non costituisce soltanto una indicazione per le politiche penali: è un vero e proprio diritto della persona in esecuzione penale, in particolare se detenuta, che deve vedere il tempo che le è sottratto come tempo non vuoto, ma finalizzato a quell’obiettivo che la Costituzione indica”. Occorre, perciò,

“porsi con forza il problema del domani e del fuori superando una visione solo concentrata sull’oggi e sul dentro”.

Analogamente, la persona temporaneamente ristretta in una struttura per un trattamento psichiatrico non volontario deve vedere “azioni effettive tese al superamento di tale condizione e al suo inserimento all’interno di una complessiva presa in carico del proprio caso”. Nel caso dei Centri per il rimpatrio, “le persone migranti irregolari hanno il diritto di un impiego significativo del loro tempo, anche se sono in attesa di un rimpatrio”.

Area penale. Nella Relazione sono stati offerti alcuni dati sulle detenzioni in carcere: “Il 2021 è iniziato con 53.329 detenuti”, ma al 7 giugno “l’attuale registrazione” è “di 53.661 persone (anche se il numero di coloro che sono effettivamente presenti è 52.634, usufruendo gli altri della licenza prolungata nella semilibertà). La capienza è di 50.781 posti, di cui effettivamente disponibili 47.445”. Sono “26.385” le persone che “devono rimanere in carcere per meno di tre anni (di questi, 7.123 hanno avuto una pena inflitta inferiore ai tre anni)”. Inoltre, “gli ergastolani sono 1.779 di cui ostativi 1.259; la liberazione condizionale di cui molto si dibatte è stata data a un ergastolano (ovviamente non ostativo) nel 2019, a quattro nel 2020, a nessuno nel 2021”. Un altro elemento è “il disagio” che “può essere letto con il tasso dei suicidi che nel 2020 ha toccato l’1,11 per mille (62 in totale) mentre nel 2019 era stato lo 0,91 (55 in totale)”. A questi “è doveroso aggiungere il numero di suicidi nel personale di Polizia penitenziaria: sei nell’ultimo anno”. Complessivamente, rispetto all’emergenza sanitaria da Covid-19, “il sistema penitenziario ha retto all’impatto del contagio, rispetto al rischio potenziale di un ambiente chiuso”. Va comunque tenuto presente che “in un giorno della seconda ondata si è raggiunto il picco di 849 contagi rispetto a una popolazione di 53.608 il che significa che proporzionato agli oltre 59 milioni di italiani corrisponderebbe avere avuto in una giornata 938mila contagiati”. Il numero di sintomatici è stato “bassissimo”. “La campagna vaccinale”, dopo una fase stentata, “procede ora in tutte le Regioni sia per gli ospiti che per il personale”. In particolare, “tutti gli Istituti minorili sono stati vaccinati e si mantiene un tasso di presenza negli Istituti per minori molto basso, pari a 319 con una capienza di 478, a fianco di 13.871 in varie misure alternative”.

Area migranti. “I rimpatri nel 2020 sono stati 3.351. Naturalmente, il dato deve tenere conto del periodo di lockdown e quindi di chiusura delle frontiere”. Tuttavia, “si conferma la scarsa efficacia dei Centri di permanenza per i rimpatri, con solo il 50,88% delle persone in essi trattenute effettivamente rimpatriati”. Un dato questo, secondo il garante, che “pone seri interrogativi circa la legittimità di un trattenimento finalizzato a un obiettivo che si sa in circa nella metà dei casi non raggiungibile. La percentuale di rimpatri negli anni è stata la seguente: 50% nel 2011, 2012 e 2013; 55% per nel 2014; 52% nel 2015; 44% nel 2016; 59% nel 2017; 43% nel 2018; 49% nel 2019; 50% nel 2020”.

Area della salute. Riguardo all’ambito della salute, una particolare attenzione è stata rivolta alle residenze per persone anziane o disabili, che in Italia portano a un totale di più di 360mila posti letto (nel 2020 circa 33mila posti letto per disabili sotto i 65 anni, 312mila per anziani, includendo i disabili con più di 65 anni, quasi 19mila per persone con problemi di salute mentale). “Strutture che rischiano – e la pandemia lo ha messo in evidenza – di diventare luoghi di internamento, in cui le persone sono private della loro autodeterminazione”. Per questo, il Garante ha sollecitato “un ripensamento complessivo del sistema, che ponga al centro la massima possibilità di espressione vitale di ogni persona, valorizzando ogni residuo di autonomia”.

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