Terremoto in Irpinia. Morte e distruzione ma anche tanta solidarietà

Circa 3.000 morti, 9.000 feriti, 300.000 senza tetto: dietro queste cifre altrettante storie interrotte, lacerate, cambiate per sempre con il terremoto che colpì Campania, in particolar modo l'Irpinia, e Basilicata il 23 novembre 1980. I comuni danneggiati furono 280, i paesi rasi al suolo 36. Molte le diocesi coinvolte o quantomeno interessate. L’area colpita misurava 27mila chilometri quadrati, tre volte quella del sisma in Friuli nel 1976. Le parole del Papa all'Angelus di domenica 22 novembre, della Caritas Italiana e di tre vescovi le cui diocesi furono coinvolte nel dramma

(Foto: ANSA/SIR)

“Un pensiero speciale alle popolazioni della Campania e della Basilicata, a quarant’anni dal disastroso terremoto, che ebbe il suo epicentro in Irpinia e seminò morte e distruzione”: lo ha inviato ieri Papa Francesco, all’Angelus, ricordando quel 23 novembre 1980 quando alle 19,34 la terra tremò in Irpinia e Basilicata, portando morte e distruzione. “Quell’evento drammatico, le cui ferite anche materiali non sono ancora del tutto rimarginate, ha evidenziato la generosità e la solidarietà degli italiani. Ne sono testimonianza tanti gemellaggi tra i paesi terremotati e quelli del nord e del centro, i cui legami ancora sussistono. Queste iniziative hanno favorito il faticoso cammino della ricostruzione e, soprattutto, la fraternità tra le diverse comunità della Penisola”, ha evidenziato il Pontefice. Circa 3.000 morti, 9.000 feriti, 300.000 senza tetto: dietro queste cifre altrettante storie interrotte, lacerate, cambiate per sempre. I comuni danneggiati furono 280, i paesi rasi al suolo 36. Molte le diocesi coinvolte o quantomeno interessate. L’area colpita misurava 27mila chilometri quadrati, tre volte quella del sisma in Friuli nel 1976.

“A quaranta anni di distanza sono ancora aperte le crepe di quel minuto e 20 secondi che ha seminato morte e distruzione, ma che nel contempo ha generato

una straordinaria solidarietà

e consentito alla Caritas di consolidare un nuovo modello di intervento”, si legge in una nota di Caritas Italiana, che ricorda quel tragico evento. La positiva esperienza sperimentata in occasione del terremoto del Friuli convinse Caritas Italiana “a riproporre il metodo dei gemellaggi tra le diocesi italiane e le parrocchie terremotate, come strumento principale di prossimità e accompagnamento alle comunità colpite, allo scopo di assicurare sostegno morale e materiale per tutto il tempo dell’emergenza acuta e della ricostruzione. Ben 132 diocesi aderirono alla proposta di gemellaggio, con il fondamentale apporto di volontari e obiettori di coscienza. Un’esperienza storica di presenza e di scambio fra Nord, Centro e Sud Italia, destinata a ripetersi, quantomeno in ambito ecclesiale, in occasione delle catastrofi collettive nei decenni successivi”. Una presenza, sottolinea oggi la Caritas, che “diventò forte stimolo: per la Chiesa italiana a proseguire nell’opera di solidarietà con le popolazioni colpite; per le istituzioni ad impegnarsi fattivamente nella ricostruzione e nella prevenzione”.

“Nel quarantennale del sisma del 23 novembre 1980”, “il ricordo innanzitutto riaccende i sentimenti, mai spenti sotto la brace della storia che continua; si rivive il dolore per quanti persero la vita in quel tragico evento, si associa la paura alle paure, susseguenti negli anni, fino a quella che stiamo vivendo in questa emergenza del Covid-19”. Sono parole di mons. Pasquale Cascio, arcivescovo di Sant’Angelo dei Lombardi-Conza-Nusco-Bisaccia, che oggi insiste su uno dei territori più martoriati dal terremoto del 23 novembre 1980. Per il presule, “la memoria del sisma è ormai storia”, che innanzitutto “ci insegna l’imprevedibilità delle forze della natura e delle malattie”, “la solidarietà nel momento della prova e nei tentativi di rinascita” e la necessità di “un coordinamento tra lo Stato centrale e i territori: lo Stato ci ha aiutato tanto, ma ognuno ha preso senza confrontarsi e senza progettare insieme una società in continuità con la sua storia, che non fosse abbagliata dalla profusione di denaro e di fondi pubblici”.

Nella tiepida sera di quel 23 novembre, nella città di Avellino, “quel boato sordo, seminando morte, si amplificò a dismisura con l’oscurità e i cupi silenzi. Il timpano della cattedrale si frantumò, frenato nella sua corsa dal cancello che racchiudeva il sagrato e lo scalone settecentesco, tra la piazza e il seminario di cui si è persa ogni memoria. Anche nella Chiesa di Ariano e Lacedonia ci furono dei crolli”. Lo ricorda oggi il vescovo di Ariano Irpino-Lacedonia, mons. Sergio Melillo, che allora viveva ad Avellino.

“Si sgretolava un ‘piccolo mondo antico’, si intravedevano segni e ferite di un futuro incerto”,

sottolinea il presule, che aggiunge: “La ricostruzione, con le sue difficoltà e le sue ombre, stava generando un cambiamento epocale. Nel mentre si ricostruivano nuovi sky-line ai paesi, si passò dalle tende alle ‘roulotte’, ai ‘prefabbricati’. Si insediarono industrie mai veramente decollate, strutture progettate in ‘laboratori disincarnati’. Nacquero luoghi senza memoria. Molto è stato fatto per risollevare questi territori ma, di fatto, si è prodotto uno sgretolamento di rapporti tra i luoghi e la vita”. Ricordando l’invito di Papa Francesco a “non lasciarci rubare la speranza”, mons. Melillo rivolge un appello: “Restituiamo entusiasmo alle aree interne e alle nuove generazioni, ricostruiamo la socialità, la comunità e le relazioni”.

“Sotto le macerie del sisma che ha colpito – nei territori dell’Alta valle del Sele, allora parte della diocesi di Campagna e attualmente appartenenti alla nostra arcidiocesi – particolarmente paesi come Laviano, Castelnuovo di Conza, Santomenna ed altri comuni viciniori, è un intero mondo di valori che si è fermato ed è crollato: un capitolo nuovo della storia si è aperto tra il sangue e le lacrime di quella gente. Tuttavia, nella logica della fede, anche il dramma stesso del dolore e della morte si illumina di senso e di luce nuova, così che anche il momento più difficile e tragico può diventare un seme di rinascita e di ripresa”, osserva mons. Andrea Bellandi, arcivescovo di Salerno-Campagna-Acerno. “La presenza dei volontari (tra cui tanti sacerdoti) che si mobilitarono da tutta Italia per prestare soccorso e consolazione con umanità e preghiera in quei giorni e mesi, il sorgere del primo embrione della Protezione civile e della Caritas diocesana, la vicinanza di tanti parroci alla gente in difficoltà e l’impegno di singoli e famiglie nel tessere nuovamente un tessuto umano e sociale altrimenti lacerato dalla paura e dalla perdita di vite umane e di beni materiali – sottolinea il presule – sono stati i segni umani di una resurrezione già operante nella fase immediata dell’emergenza”.

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