Russia sotto attacco, la guerra entra nelle città: droni, carenza di benzina, paura

A Mosca e in altre regioni russe gli attacchi con droni rendono sempre più tangibile il conflitto in Ucraina. Un italiano residente nella capitale racconta paura, restrizioni, rincari mentre la repressione politica continua senza sosta.

Un attacco con droni ucraini colpisce l’hub logistico di Wildberries nella regione di Mosca. (Foto Ansa/Sir)

“Per quattro anni e mezzo di conflitto, la vita a Mosca e, in buona parte, nel resto della Russia è continuata senza particolari mutamenti, almeno apparentemente. Le persone erano consapevoli che qualcosa è in corso, che c’è un conflitto, ma sembrava qualcosa di lontano, che non riguardava la quotidianità della stragrande maggioranza dei cittadini russi. Almeno così è stato fino a poco tempo fa, quando improvvisamente i droni ucraini hanno cominciato ad arrivare anche nei pressi di Mosca, nella regione di Mosca e addirittura in molte altre città lontanissime dal confine ucraino”. È un italiano che risiede a Mosca e che ha chiesto per motivi di sicurezza di mantenere l’anonimato, a raccontare come in Russia la popolazione sta vivendo le sempre più massicce offensive aeree dell’Ucraina contro il territorio russo, con centinaia di droni diretti anche verso la capitale russa. Le cronache stanno diventando quotidiane. In queste ultime notti le forze ucraine hanno lanciato oltre mille droni contro 15 regioni russe, compresa quella di Mosca, oltre che sulla Crimea occupata e sulle acque del Mar Nero e del Mar d’Azov. Insomma, anche la vita in Russia sta cambiando e “molti hanno cominciato a rendersi conto del conflitto in atto e a comprenderne l’entità”.

I segnali, oltre ai droni, sono diversi. Alcuni possono sembrare delle “piccole scomodità” ma di fatto hanno un impatto sempre più importante sulla vita di tutti i giorni. Tra queste, c’è sicuramente “l’assenza di benzina o, più precisamente, una certa carenza di carburante, che costringe talvolta a fare un’ora di fila per poter fare il pieno alla propria macchina”. Un altro esempio è il controllo totale della rete, quindi di Facebook e di Internet in generale. “Anche questo viene vissuto da molti cittadini come qualcosa di seccante, che certamente impedisce di non avere piena consapevolezza di ciò che è successo e di ciò che sta succedendo”, dice l’interlocutore italiano.

Tra le informazioni tenute rigorosamente top secret, c’è il numero delle vittime russe nel conflitto ucraino.

Secondo alcune stime, potrebbero essere vicino al milione.

“Si tratta dunque di una guerra che, per durata, ha già superato la Prima guerra mondiale e che ha provocato un numero ingentissimo di vittime. Bisogna però considerare che queste vittime sono soprattutto soldati mandati al fronte, reclutati volutamente dalle autorità soprattutto nelle campagne, nelle zone caratterizzate da maggiore disoccupazione e tra le classi meno abbienti, quindi anche tra le persone molto meno consapevoli dei propri diritti politici”.

Riguardo invece l’impatto del conflitto sull’economia russa, l’interlocutore osserva: “La crisi economica prima o poi ci sarà, ma finora non se ne ha ancora sentore. Per esempio, il corso del rublo non è crollato, anzi tiene bene e, probabilmente, finora è stato mantenuto dallo Stato a un livello artificialmente elevato. L’inflazione c’è, i prezzi aumentano abbastanza rapidamente, però, tutto sommato, per la stragrande maggioranza della popolazione si tratta ancora di quella serie di ‘scomodità’ che si sopportano ma non di qualcosa di più grave”.

“Chi invece si rende conto di ciò che sta accadendo ha naturalmente paura”, racconta l’italiano.

“Molti provano anche un sentimento di colpa per quanto sta succedendo e per le responsabilità che il Paese e il governo hanno in tutto questo. Finora, però, questo non ha avuto conseguenze politiche. I russi sono abituati a sopportare e anche quelli più avveduti, e informati”. In realtà, le conseguenze politiche ci sono. La riprova è giunta lunedì 17 agosto. La Corte Suprema russa ha infatti respinto, in secondo grado, l’appello presentato dal partito dell’opposizione Yabloko, contro la sua esclusione dalle elezioni parlamentari del mese prossimo. Il partito ha annunciato che presenterà un nuovo appello. Alcune decine di sostenitori di Yabloko che si erano radunati davanti alla sede della Corte per protestare, sono stati fermati. “Questi fatti sono sotto gli occhi di tutti”, commenta l’italiano, “ma c’è una certa abitudine a vedere i propri diritti calpestati e a constatare che lo Stato stesso, o almeno il governo, non rispetta le leggi, compresa la Costituzione. È una cosa risaputa, non è niente di nuovo. Dispiace a molti, soprattutto tra le persone più istruite e più avvedute, ma non è qualcosa che sorprenda”. Ad essere preoccupati e a manifestare insofferenza “per quanto sta succedendo e per l’assenza, almeno così sembra, di qualsiasi prospettiva”, sono soprattutto i giovani e gli intellettuali.

Che cosa può portare alla pace? “Apparentemente, solo un cambiamento politico. Finché non ci sarà un cambiamento netto del corso politico, e direi soprattutto della classe dirigente, è pressoché impossibile aspettarsi la fine del conflitto”. Ma la “pace” – osserva l’interlocutore italiano – è una prospettiva che non si costruisce solo con la politica. “Anche individualmente, una persona può fare molto: può decidere di non permettere alla violenza di andare oltre sé stesso. Tutti dunque possono fare una scelta di pace e farla nella vita quotidiana.

Quanto invece a un cambiamento per l’intero Paese, questo è possibile, ripeto, solo se ci sarà un cambiamento politico”.

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