
Padre Emilio Rocha Grande, arcivescovo di Tangeri (Foto OFM)
“Il mio pensiero va soprattutto ai ragazzi e alle ragazze che hanno perso la vita. Per me è la situazione più dolorosa. Altri faranno poi le loro analisi politiche, sociali ed economiche, ma il dramma di questi ragazzi viene prima di tutto. Ognuno di loro è un figlio di Dio, anche se molti di loro non lo sanno. Ognuno aveva progetti, sogni, speranze e anche delusioni. Hanno messo a rischio la propria vita nella speranza di un futuro migliore e, invece, hanno perso la vita. È veramente un dramma”. Con voce incrinata dal dolore, parte da qui, l’arcivescovo di Tangeri, padre Emilio Rocha Grande, O.F.M. Il sir lo ha raggiunto al telefono per chiedergli di fare il punto della situazione dopo che il 30 luglio scorso, migliaia di ragazzi e ragazze del Marocco e dell’Africa Subsahariana hanno tentato di raggiungere l’exclave Ceuta con “l’illusione” di poter varcare i confini dell’Europa. “Noi preghiamo per i morti, per i feriti e anche per la città di Ceuta e per i suoi abitanti, che stanno ancora vivendo una situazione molto pesante”, dice l’arcivescovo.
“I morti sono una tragedia: cercando di vivere un po’ meglio, questi ragazzi, alcuni giovanissimi, hanno trovato la morte”.

(Foto ANSA/SIR)
Eccellenza, come è la situazione ora al confine?
Dalla parte del Marocco, la città più vicina alla frontiera, Fnideq, è molto più tranquilla. È stato difficile il 30 luglio, quando sono entrate a Ceuta 70-80 mila persone in poche ore. Siamo rimasti tutti davvero sconvolti. Adesso un gran numero di migranti è tornato indietro, soprattutto marocchini. A Ceuta ne sono rimasti tra i 5.000 e i 9.000, a seconda delle fonti. Molti di loro hanno chiesto lo status di rifugiato politico ma fino ad ora, sembra che nessuno sia riuscito a ottenerlo. Ci sono anche molti bambini e ragazzi minorenni non accompagnati che non possono essere rimandati direttamente in Marocco. A Ceuta, la situazione è più critica. E’ una città molto piccola, situata su territorio africano e circondata dal mare per cui le sue possibilità di accoglienza sono limitate. La città si trova a corto di risorse per far fronte a un gruppo così numeroso di persone. La situazione sanitaria e alimentare è diventata difficile e anche la sicurezza comincia a risentire dei giorni che passano.
70-80 mila giovani sono tantissimi e la stragrande maggioranza è di nazionalità marocchina. Lei si è fatto un’idea sulle motivazioni che hanno spinto così tante persone a intraprendere un viaggio anche così pericoloso?
Posso esprimere una mia opinione e le motivazioni sono diverse. Il Marocco non è un Paese povero. Anzi, in questo momento è un Paese in grande sviluppo.
Ma c’è una forte disuguaglianza: la ricchezza non arriva a tutti. Le persone vedono la prosperità passare davanti ai propri occhi senza riuscire a beneficiarne.
La disuguaglianza è alimentata anche dal modo in cui, attraverso i social media, viene proiettata un’immagine di Europa che non corrisponde alla realtà: un’Europa molto prospera, dove tutti possono vivere bene, gli stipendi sono molto alti, non esistono difficoltà e non c’è disoccupazione. Queste idee vengono rafforzate anche dai racconti dei marocchini che vivono in Europa. Quando tornano in Marocco, spesso raccontano una realtà molto più positiva di quella che realmente vivono. Tutto questo si inserisce in una situazione in cui c’è il desiderio, soprattutto tra i giovani, di progredire, di crescere e di avere una vita migliore. Ed è così che, in casi come questo, si arriva a buttarsi in mare per attraversare una distanza relativamente breve.
E poi cosa succede?
Una volta raggiunta Ceuta, molti pensano di poter rimanere in Europa senza problemi, e questo non è vero. E poi molti di questi ragazzi non sanno nuotare. Sicuramente tra quelli che sono morti, ci sono persone provenienti dalle zone interne del Marocco, dove non c’è il mare.
Pensano che attraversare 300 metri a nuoto sia relativamente facile, ma quello è il tratto finale dello Stretto di Gibilterra e le correnti sono molto forti.
Per quanto possano cercare di tenersi a galla con alcuni dispositivi, molti di questi ragazzi non riescono a nuotare e vengono trascinati verso l’Atlantico. Sono morte molte persone e di tantissime non verrà mai ritrovato il corpo. È una situazione di grande disperazione.

Progetto “El Faro” della Chiesa di Tangeri (Foto diocesi di Tangeri)
La Chiesa, cosa fa?
Da più o meno quindici anni, quando ci sono state, con il mio predecessore, forti ondate migratorie, soprattutto di persone provenienti dall’Africa subsahariana, ma anche di marocchini, è stata creata una Commissione Diocesana delle Migrazioni. È una realtà che lavora intensamente e molto bene in tre punti diversi: Tangeri, Tétouan e Nador, vicino a Melilla. C’è anche un’équipe che proprio in questi giorni è andata a lavorare alla frontiera con la Spagna, a Ceuta. Lì cerchiamo di offrire un aiuto che non sia soltanto assistenziale, ma anche psicosociale. Cerchiamo di aiutare le persone a gestire la documentazione necessaria per favorire, a seconda dei casi, la permanenza in Marocco per coloro che vogliono rimanere oppure il ritorno nel proprio Paese per quelli che desiderano rientrare. È ancora molto difficile poter raggiungere legalmente l’Europa.
Ma voi vi sentite abbandonati dall’Unione Europea? Si parla di sospendere gli accordi di Schengen. Queste emergenze rischiano purtroppo di indurre le classi politiche a chiudersi, invece di cercare altre vie possibili. Lei ha un messaggio per l’Unione Europea?
Io abito in Marocco, non in Spagna. Qui in Marocco non mi sento abbandonato dall’Unione Europea. La Commissione Diocesana delle Migrazioni va avanti anche grazie al contributo economico dell’Unione Europea. Ma capisco che la politica che viene portata avanti di fronte alla migrazione non sia una politica adeguata. Non è una questione di vietare l’accesso, costruire muri o mettere più filo spinato. Credo che si dovrebbe fare un lavoro molto più serio di promozione e di formazione, anche per favorire una migrazione regolare e diretta verso i posti di lavoro di cui c’è bisogno. In Spagna, per esempio, la natalità è crollata fortemente. Abbiamo bisogno di persone che aiutino a portare avanti il mondo del lavoro e dell’industria. E questi ragazzi sono forti, coraggiosi, intelligenti, capaci di imparare con facilità la lingua e un mestiere. Bisognerebbe fare in modo che, quando arrivano in Europa, non si cerchi semplicemente di impedire che vengano, ma che possano arrivare con un contratto di lavoro, in modo regolare, e inserirsi nella società e nella cultura.

