Jacques Delors: l’eredità politica di un “padre” dell’Europa unita

Si è spento ieri a 98 anni il politico francese, socialista, fervente cristiano, che si è adoperato per la costruzione europea soprattutto come presidente della Commissione. Un concreto visionario ispirato da una visione alta dell’Europa di pace, coesa e solidale, attenta alle fasce più deboli della popolazione, aperta al mondo

(Foto Commissione europea)

C’è sempre la possibilità, e si corre sempre il rischio, di riconoscere solo post mortem alle madri e ai padri quei meriti che in vita si sono taciuti o disconosciuti. Perfino negati. Per Jacques Delors, da moltissimi stimato in vita, sta accadendo questo da parte dei cosiddetti sovranisti, cittadini o politici che siano, i quali credono ai confini chiusi e ai muri di separazione, confinati essi stessi nel passato.
La morte dello statista francese ed europeo, ministro di Mitterrand e poi per dieci anni presidente della Commissione europea (1985-1995), in anni cruciali per il vecchio continente, è stata accompagnata da grandi parole di riconoscimento da più parti e da vistosi silenzi di coloro che all’Europa unita continuano a non credere.
Socialista convinto, cristiano fervente, Delors ha dedicato la sua vita e il suo lavoro al “bene pubblico”: da funzionario di Stato, da amministratore pubblico, da uomo delle istituzioni della allora Cee, che divenne Unione europea proprio al tempo della sua guida dell’esecutivo di Bruxelles.

Definirne il profilo e il pensiero politico non è semplice. Ma certamente è stato un concreto visionario, capace di unire vasti orizzonti a conseguenti scelte operative. Un “funzionalista” della costruzione europea, come si dice nelle sedi Ue: nel senso indicato sin dalla Dichiarazione Schuman del 9 maggio 1950: “L’Europa non potrà farsi in una sola volta, né sarà costruita tutta insieme; essa sorgerà da realizzazioni concrete che creino anzitutto una solidarietà di fatto”. Ispirato da una visione alta dell’Europa di pace, coesa e solidale, attenta alle fasce più deboli della popolazione, aperta al mondo, ha cercato le strade per rinnovare i trattati (a partire dall’Atto Unico, 1986), per rafforzare la stessa Cee con il mercato unico, i fondi sociali e regionali, l’Erasmus; ha immaginato l’Unione economica e monetaria, euro compreso (Trattato di Maastricht, 1991), dedicando particolare cura alla riunificazione tedesca e immaginando l’allargamento a est dopo la caduta del Muro di Berlino.
Sulla sua strada Delors ha incontrato leader europeisti, come Helmut Kohl, e ingombranti nazionalisti come Margaret Thatcher.
Nel suo progetto europeista e nelle conseguenti scelte politiche – alcune azzeccate altre meno, non avendo certo il dono dell’infallibilità – Delors si è basato sul noto trittico che suona così: “concorrenza che stimola, cooperazione che rafforza, solidarietà che unisce”. Parole d’ordine a ben pensarci di estrema attualità, utili forse per affrontare quelle sfide – economiche, geopolitiche, sociali e istituzionali – che oggi l’Ue con i suoi 27 Stati e popoli hanno di fronte. A questo livello si colloca l’eredità che lascia Delors.

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