Ucraina. Oltre la guerra, è emergenza fame e povertà. Caritas-Spes: “A Dnipro, in 7mila in fila per un pacco viveri”

Le statistiche dicono che se la guerra continuerà ancora per lungo tempo, il 90% della popolazione ucraina può ritrovarsi al di sotto della soglia di povertà. 5 milioni di persone hanno perso il lavoro. Ad essere colpite sono soprattutto le aziende che avevano contratti con la Russia prima del conflitto e le piccole e medie imprese. Il prezzo della benzina si è alzato e continua ad aumentare. Di conseguenza anche i prezzi dei beni di prima necessità si sono duplicati. Vicino alle persone provate ci sono gli operatori Caritas. È don Vyacheslav Grynevych, direttore della Caritas-Spes Ucraina, a raccontarci cosa sta succedendo

(Foto Caritas-Spes)

(Foto Caritas-Spes)

C’è una guerra nella guerra in Ucraina ed è quella che si sta combattendo contro la fame e la povertà in cui le persone sono sprofondate sotto i bombardamenti e le macerie. A raccontarcela è don Vyacheslav Grynevych, direttore della Caritas-Spes Ucraina. “Ho visto le statistiche”, esordisce. “Dicono che se la guerra continuerà ancora per lungo tempo, il 90% della popolazione ucraina può ritrovarsi al di sotto della soglia di povertà”. I segni della crisi cominciano a vedersi e a pesare. Altre statistiche dicono che 5 milioni di persone hanno perso il lavoro. Il prezzo della benzina si è alzato tantissimo subito dopo la guerra e continua ad aumentare. Di conseguenza anche i prezzi dei beni di prima necessità si sono duplicati. I volontari, per esempio, che lavorano nei centri di Caritas-Spes, hanno un’età compresa tra i 30 e 45 anni. Sono tutte persone che hanno perso il lavoro ma vogliono essere utili per la società e chiedono di poter lavorare come operatori. “Come Caritas – dice il direttore – ci stiamo chiedendo a questo punto cosa possiamo fare per questo popolo che lavora per noi”.

Questa povertà si vede specialmente nei piccoli villaggi dove gli abitanti erano già poveri prima della guerra. Adesso la situazione è grave, anzi gravissima. Molti bambini sono stati lasciati ai nonni. Durante gli attacchi, i russi sono entrati nelle case e hanno rubato tutto. I bombardamenti hanno distrutto i vetri alle finestre. “Sembra un problema banale ma il vetro prima arrivava dalla Russia per accordi di import. Adesso non si può più comprare”.

È emergenza disoccupazione. A perdere il lavoro sono soprattutto le attività che avevano contratti con la Russia e la Bielorussia precedenti alla guerra. “In Ucraina – spiega don Vyacheslav – ci sono molte aziende che erano legate a Mosca e ora si trovano nelle condizioni di dover trasferire altrove in Europa i loro business. Ma non è facile perché è un periodo economico molto difficile per tutti”. Il comparto scuola invece non ha mai smesso di lavorare: anche durante il conflitto la didattica è andata avanti in tutto il Paese via Zoom. Anche l’agricoltura regge e anzi cerca manodopera. “Sono le piccole e medie imprese ad aver maggiormente sofferto della crisi”. L’Ucraina si sta “svuotando”. Secondo gli ultimi dati aggiornati dell’Unchr, sono arrivati a quota 7.270.939 i rifugiati che dall’Ucraina hanno attraversato i confini in cerca di sicurezza dal 24 febbraio. Altri 8 milioni di persone sono sfollati all’interno del Paese. Si stima che 15,7 milioni di persone abbiano urgente bisogno di protezione e assistenza umanitaria. “Gli uomini generalmente sono stati richiamati dall’esercito. Solo le persone che lavorano nei servizi essenziali sono state esentate come medici, polizia, operatori sociali”.

(Foto Caritas-Spes)

Un esempio che la povertà sta diventando un problema diffuso è il call center attivato da Caritas Spes qualche mese fa. “All’inizio le chiamate erano più o meno 150 alla settimana”, racconta don Vyacheslav. “Ma solo nella giornata dell’8 giugno, abbiamo ricevuto più di 1.500 chiamate. La rete si è intasata più volte”. A rispondere ci sono solo 2 operatori. Prendono le richieste di aiuto e le ridistribuiscono ai centri Caritas diffusi su tutto il territorio. Generalmente a chiamare sono soprattutto donne, di età media. Chiedono cibo. “Il problema è quando chiamano dai piccoli villaggi più periferici del Paese dove è difficile per i nostri operatori arrivare. Stiamo cercando di capire come fare”.

Intanto, laddove c’è un punto Caritas, la gente si mette in fila per ore per ricevere un pacco viveri. Nella città di Vinnytsia, nella parte centrale dell’Ucraina, sono arrivati molti sfollati interni. Qui, fin dai primi giorni del conflitto, i volontari e il direttore di Caritas-Spes hanno creato un centro dove una volta alla settimana, il mercoledì, distribuiscono gli aiuti umanitari. Arrivano dalle 1.500 alle 2.200 persone. “Le persone aspettano in fila anche per 3-4 ore per ricevere il pacco”, dice don Vyacheslav. “La cosa che colpisce è che in fila ci sono persone che arrivano con delle belle macchine. È segno che la povertà ha cominciato a colpire anche la classe media. È segno che le persone hanno fame, anche perché dentro ai pacchi della Caritas ci sono cibi semplici come conserve di carne, pasta, riso, acqua, dei dolci. Ci dicono che a Dnipro le persone in fila che aspettano di ricevere il pacco sono 7mila”.

“La guerra distrugge. Distrugge la storia delle persone, distrugge le relazioni e le famiglie. Quello che prima era normale ora non lo è più”, osserva don Vyacheslav. “E la domanda che ci poniamo oggi è: che cosa sarà dell’Ucraina del futuro? Se i nostri ragazzi non potranno tornare a studiare normalmente, chi saranno i nostri medici, i nostri futuri leader?”. “Quando vedo queste persone, in povertà, che hanno perso tutto, senza casa e lavoro, io dico sempre: non siete soli. Noi, come Chiesa, come Caritas-Spes non li abbandoneremo. Cerchiamo di trovare un aiuto per ciascuno. In alcuni momenti è difficile. Perché queste persone non hanno solo fame di cibo ma hanno anche fame di pace. Hanno fame di famiglia e relazione. E questa fame si vede, si sente, si condivide. E solo grazie agli aiuti che ci arrivano dall’Europa, noi qui possiamo continuare a stare accanto a queste persone, aiutarle concretamente e a non lasciarle sole”.

 

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