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La resa dei combattenti di Azovstal. Cuzzelli (Lumsa): “Ci troviamo nella nebbia della guerra”

A circa tre mesi dall'inizio della guerra abbiamo fatto il punto con il Generale di Brigata in congedo, Giorgio Cuzzelli, docente di sicurezza internazionale alla Lumsa e all’università “L’Orientale” di Napoli, curatore, con Matteo Bressan, del libro “Da Clausewitz a Putin: la guerra nel XXI secolo: Riflessioni sui conflitti nel mondo contemporaneo” (Ledizioni)

(Foto: ANSA/Sir)

Si sono arresi i combattenti ucraini del battaglione Azov asserragliati nel complesso siderurgico Azovstal di Mariupol. La resa, annunciata da Mosca, pone problemi relativi alla sorte dei militari, che Kiev considera degli eroi, mentre i russi dei terroristi di stampo nazista. Sarebbero poco meno di 1000 i soldati ‘evacuati’, secondo il ministero della Difesa russo. I feriti più gravi sarebbero poco più di 50 e tutti ricoverati all’ospedale di Novoazovsk, nella porzione dell’oblast di Donetsk gestita dai separatisti filorussi. All’interno del complesso ci sarebbero ancora militari per i quali si continua a negoziare per farli uscire. Dopo quasi tre mesi di guerra i negoziati sono bloccati con rimpallo di responsabilità tra russi e ucraini. Sul piano diplomatico Finlandia e Svezia hanno confermato il loro ‘sì’ alla Nato, che per bocca del suo segretario, Stoltenberg, prospetta una possibile vittoria dell’Ucraina. Le ultime notizie dal campo riferiscono che gli ucraini hanno ripreso Kharkiv e raggiunto il confine con la Russia. L’offensiva russa continua invece sul Donbass, dove la regione di Donetsk è stata colpita da numerosi bombardamenti, 5 i civili uccisi a Bakhmut, tra cui un bambino di due anni. Secondo lo Stato maggiore ucraino le truppe russe vogliono assumere il pieno controllo di Lyman e Severodonetsk, attaccando da nord. Missili anche su Dnipro e sulla fascia costiera, dove un nuovo attacco dal mare ha colpito l’oblast di Odessa. Per fare il punto della situazione il Sir ha intervistato il Generale di Brigata in congedo, Giorgio Cuzzelli, docente di sicurezza internazionale alla Lumsa e all’università “L’Orientale” di Napoli, curatore, con Matteo Bressan, del libro “Da Clausewitz a Putin: la guerra nel XXI secolo: Riflessioni sui conflitti nel mondo contemporaneo” (Ledizioni).

(Foto: ANSA/Sir)

Generale, la notizia di questi giorni è la resa dei combattenti ucraini del battaglione Azov asserragliati nel complesso siderurgico Azovstal di Mariupol. Quale potrebbe essere la loro sorte ora che sono in mano russa?
In base alla Convenzione di Ginevra, facendo parte di un esercito di una nazione internazionalmente riconosciuta ed essendo stati catturati con addosso distintivi di appartenenza militare, questi soldati del battaglione Azov dovrebbero essere considerati combattenti legittimi e per questo trattati secondo le convenzioni internazionali. Se Russia e Ucraina hanno sottoscritto queste convenzioni internazionali, sono tenute a rispettarle.

Questo cosa implica?
Che devono essere trattati come prigionieri di guerra: quindi avere l’assistenza sanitaria, poter ricevere comunicazioni dalle famiglie, non essere sottoposti a maltrattamenti e torture, e ogni altra cosa prevista dalle convenzioni in materia.

Ma questa è solo una faccia della medaglia. Ci sono da considerare, infatti, le dichiarazioni – che non esito a definire fuori luogo – di matrice russa, di taluni che hanno prospettato la fucilazione dei prigionieri perché considerati nazisti e terroristi.

Possibile che si possa arrivare a tanto?
I russi sono interlocutori razionali e non farebbero mai una sciocchezza del genere che comprometterebbe ulteriormente la loro posizione internazionale. Tuttavia così come in Europa e negli Stati Uniti abbiamo gente che dice stupidaggini nei confronti della Russia per quel che ha fatto in Ucraina, allo stesso modo in Russia c’è chi pensa e dice scempiaggini. La dirigenza russa difficilmente andrà incontro ad un danno di immagine così terrificante facendo del male a questi prigionieri di guerra. E questo al di là che possano essere considerati da qualcuno nazisti o estremisti politici. Sono combattenti legittimi che fanno parte di unità regolari inglobate all’interno dell’esercito ucraino. Sono persone che hanno combattuto per il loro Paese, piaccia o meno.

Il fatto che la Russia non abbia formalizzato lo stato di guerra con l’Ucraina, limitandosi a ripetere di condurre un’operazione militare speciale, potrebbe servire per eludere il diritto internazionale dei prigionieri di guerra?
Il diritto internazionale si basa molto sulla prassi. Nello specifico se anche non è stato dichiarato lo stato di guerra tra le due nazioni, ‘per prassi e per necessità’, si applicano tutti i principi del diritto bellico. Tanto è vero che i russi hanno accusato gli ucraini di abusare del simbolo della Croce Rossa, o meglio di aver utilizzato istituzioni marcate con la Croce Rossa, simbolo internazionale di neutralità, per albergare uomini e materiali militari. Cosa proibitissima. Evidentemente i russi, quantomeno a parole, sono molto attenti alle convenzioni.  Vorremmo tutti che lo fossero anche nei fatti.

(Foto: ANASA/Sir)

Parlando, invece, della guerra, le ultime notizie riferiscono che gli ucraini hanno ripreso Kharkiv e raggiunto il confine con la Russia. Finlandia e Svezia confermano il loro ‘sì’ alla Nato, che per bocca del suo segretario, Stoltenberg, prospetta una possibile vittoria dell’Ucraina. Qual è la situazione sul terreno?
Dal terreno giungono notizie contrastanti. Siamo davanti alla cosiddetta “nebbia della guerra”, termine con cui si definisce l’assenza di informazione sugli intendimenti dei belligeranti.

Noi non abbiamo idea di ciò che vogliono fare i russi e gli ucraini. Tuttavia, guardando alla carta topografica e allargando lo sguardo a questi tre mesi circa di conflitto, sembra che la guerra abbia preso un indirizzo chiaro.

Vi è almeno in apparenza un’ulteriore evoluzione del modus operandi russo. I russi inizialmente hanno operato nella presunzione di non trovare opposizione da parte ucraina. Poi di fronte alla determinata opposizione dell’esercito ucraino hanno riarticolato il loro dispositivo e attaccato al Sud per cercare di realizzare il famoso corridoio con la Crimea riuscendoci. Ora hanno spostato la loro attenzione sul Donbass per provare a prenderlo tutto. Lo sforzo principale sta avvenendo lì. Per questo hanno abbandonato la direttrice di Kharkiv.

Qualora dovessero conquistare tutto il Donbass ritiene che i russi a quel punto si metteranno a negoziare con gli ucraini che a più riprese hanno ribadito di non voler cedere nemmeno un centimetro di territorio?
Una volta raggiunti quelli che, a questo punto, sono gli obiettivi minimi, vale a dire l’occupazione completa delle due province di Luhansk e Donetsk, con posizioni geograficamente difendibili, io credo che Putin possa fermarsi e negoziare.

Anche prendere Odessa rientra negli obiettivi di Putin…
Prendere anche Odessa tagliando completamente l’Ucraina dallo sbocco al mare, è mossa ambiziosa. Escludere l’Ucraina dal mare, considerata l’importanza di questo paese per il sistema alimentare mondiale, vista la produzione di grano, avrebbe conseguenze inimmaginabili. Lecito chiedersi se la Russia abbia le forze per raggiungere questo scopo. A mio parere adesso non le ha.

Foto Caritas-Spes

Come convincere invece l’Ucraina a sedersi ad un tavolo di trattative?
Qui parliamo di utilizzare due strumenti diversi nel contesto della risoluzione dei conflitti: la diplomazia coercitiva e l’opzione negoziale. La diplomazia coercitiva nei confronti della Russia serve a far accettare all’avversario scelte indigeste utilizzando con raziocinio la forza e facendogli capire nel contempo che aderendo può ricavarci qualcosa senza perderci troppo la faccia. Si tratta, in sostanza, di far capire a Putin che è giunto al massimo di quello cui poteva aspirare e che è tempo di negoziare. Questa è la finalità delle sanzioni e delle forniture militari all’Ucraina.

È difficile infatti pensare che l’Ucraina possa vincere la guerra. Per convincere l’Ucraina a sedersi al tavolo delle trattative occorrerebbe invece adottare un’opzione negoziale che si basi sulla costruzione della reciproca fiducia tra i contendenti, attraverso il dialogo, per arrivare ad un accordo vantaggioso per entrambi.

Al momento questa possibilità non sembra esistere, nonostante gli sforzi di mediazione in atto da più parti. L’alternativa è un accordo win-win, ovvero una soluzione che offra ad entrambi un tornaconto tale da giustificare una rinuncia alle ostilità. Nel caso della Russia questo vuol dire quantomeno l’unificazione della Crimea con la Russia e l’occupazione delle due province russofone. Per gli Ucraini la cosa è più difficile perché si tratta di far digerire loro un boccone amaro, come la rinuncia una volta per tutte alla Crimea, ma anche la perdita di altri  territori. In cambio potrebbero ricevere la garanzia di sicurezza da parte degli Usa, l’avvicinamento alle istituzioni europee, e la ricostruzione del Paese. In sostanza gli Stati Uniti, potrebbero fare da mediatori. Mediazione che riconoscerebbe alla Russia lo status di pari dignità al quale aspira. Per un bene di ordine superiore, dunque, dovremmo in questo caso scendere a patti con il diavolo. Ma si tratterebbe di far digerire all’Ucraina decisioni molto difficili. Non sono perciò convinto che i tempi siano maturi neanche per una scelta del genere.

Stoltenberg (Foto Sir)

Come giudica la scelta di Svezia e Finlandia di entrare nella Nato? Forse una mossa dettata dalla paura di una possibile invasione russa come accaduto per l’Ucraina? In questa fase l’Alleanza atlantica sembra aver ritrovato una ragion d’essere…
Sul fatto che la Nato abbia ritrovato una sua ragion d’essere non ho dubbi. Sulla compattezza, invece, andrei cauto. E sarei altrettanto prudente anche per l’Europa. È evidente invece come l’iniziativa improvvida di Putin abbia scatenato l’allarme in tutti i Paesi vicini che sono preoccupati per questa rinnovata assertività russa. Le preoccupazioni di Svezia e Finlandia sono ampiamente giustificate. Helsinki ha un confine di 1.500 chilometri con la Federazione russa, difficile da difendere per un Paese di 8 milioni di abitanti. Comprensibile che abbiano scelto di attaccarsi all’unico sistema di alleanze che può garantire protezione. Stesso discorso vale per la Svezia che rinuncia alla sua tradizionale neutralità. Il motivo è che la Russia fa paura a tutti, a partire da chi ne ha subìto la presenza durante il comunismo e il Patto di Varsavia. Chi conosce l’orso lo teme. La Russia fa paura innanzitutto perché ha un sistema valoriale diverso da quello che regola le nostre democrazie.

Abbiamo parlato di Russia, di Usa, di Ue, di Nato, non di Cina. Grande assente o convitato di pietra in questa vicenda russo-ucraina?
Convitato che sta alla finestra, che cerca di capire che piega prendono gli eventi e che si frega le mani perché l’Occidente le sta consegnando la Russia. Ed è per l’Occidente un dramma in quanto il competitor vero è la Cina e non la Russia. Quest’ultima, se fosse stata gestita meglio, forse, non avrebbe provocato questa situazione. Credo che gli Usa se ne stiano rendendo conto. La politica di chiusura degli Usa, sotto la guida di Biden, non sta aiutando nei rapporti con l’Europa, che sta combattendo una guerra contro i russi pagandone le conseguenze in termini economici. Vedremo quanto gli europei, in nome della democrazia e della libertà dei popoli, saranno disposti a reggere questo gioco. Resta, infine, da capire quanto sia conveniente per gli Usa costruirsi di nuovo un nemico in Europa, la Russia, quando la loro preoccupazione principale è nel Pacifico.

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