Sette tappe, novanta minuti ciascuna, un impegno scritto da verificare all’incontro successivo. È il cuore operativo di “Cantiere Magnifica humanitas. Una lettura pastorale dell’Enciclica” (Paoline), il volume con cui don Doriano Vincenzo De Luca accompagna le comunità dentro la prima enciclica di Leone XIV. Sacerdote e giornalista, portavoce del card. Domenico Battaglia, direttore del settimanale diocesano di Napoli “Nuova Stagione” e vicepresidente della Fisc, l’autore conosce tanto la grammatica del magistero quanto quella delle redazioni. E si rivolge a comunità “che non sono composte da teologi o da esperti di intelligenza artificiale, ma da persone comuni”.
L’impianto è dichiarato con nettezza: “Non una sintesi che toglie, ma un cammino che aggiunge contesto, domande, riferimenti a pensatori contemporanei”. La prima parte attraversa i cinque capitoli del documento, dalle icone bibliche di Babele e Neemia al Magnificat conclusivo, in dialogo con Floridi, Byung-Chul Han, Zuboff, Sennett, Guardini. La seconda è una “bussola per il cammino comunitario”.
Il primo nucleo è la scelta tra due modi di costruire. Babele è la torre che pretende di bastare a sé stessa. Neemia è il costruttore paziente che, prima di progettare, prega e cammina di notte tra le macerie. La sintesi di De Luca è tra le pagine più felici del volume: “Babele costruisce in altezza, verso il cielo, verso il potere. La via di Neemia costruisce in larghezza, verso i vicini, verso i poveri, verso i deboli”. Da qui l’idea, ripresa dall’enciclica, di una tecnologia che “non è neutrale, perché assume il volto di chi la pensa, la finanzia, la regola, la usa”.
Il secondo nucleo è il capitolo “La macchina e il cuore”. L’intelligenza artificiale viene spiegata con sobrietà quasi didattica – “Non pensa: calcola. Non sente: simula. Non è responsabile: esegue” – mentre il transumanesimo è smascherato nella sua contraddizione sociale: chi non potrà permettersi gli “aggiornamenti” diventerà “una versione obsoleta di essere umano”. Colpisce la scelta di rivolgere la critica anche verso l’interno. Le parrocchie, annota l’autore, sono tentate di misurare il proprio successo “in termini di numeri, di presenze, di iscritti, di like, di visualizzazioni”. E la domanda arriva senza attenuanti: “Quante donne hanno voce nei processi decisionali delle nostre parrocchie?”.
Il terzo nucleo è la pace, nel capitolo “probabilmente il più scomodo dell’intera Enciclica”. Davanti alle armi autonome la domanda è secca: chi risponde di un civile ucciso da un drone che ha sbagliato bersaglio? “La risposta è: nessuno, in modo preciso e verificabile”. Poi l’invito di Leone XIV a “disarmare le parole”, perché i conflitti esplodono nel linguaggio prima che nelle strade.
L’appendice traduce tutto in gesti misurabili: una giornata di digiuno digitale condiviso, un incontro con le famiglie sull’educazione digitale, la vicinanza a chi ha perso il lavoro per l’automazione, la preghiera mensile per le vittime di un conflitto dimenticato. Qualche ripetizione è il prezzo di schede pensate anche per un uso separato. Il risultato resta uno strumento solido, che rende accessibile il documento senza impoverirlo.
Nella prefazione il card. Battaglia consegna la chiave dell’intera operazione: “La vera questione del nostro tempo non è quanto diventeranno intelligenti le macchine. La vera questione è se noi sapremo restare umani”. Il libro prova a rispondere filo dopo filo, con la pazienza del tessitore. Perché, come recita l’ultima riga della premessa, “il cantiere è aperto”.

