Apostolato del mare. A Bari, “città del dialogo”, si è parlato dell’impegno “per una pace disarmata e disarmante”

Il mare è uno spazio ambivalente: unisce i popoli, ma al tempo stesso li divide; può diventare teatro di scontro bellico, ma sa anche educare proficuamente alla pace. Su questi aspetti si sono confrontati i relatori del convegno nazionale annuale dell’Apostolato del mare in Italia della Cei svoltosi nel capoluogo pugliese il 9 e 10 ottobre

(Foto De Simone/Sir)

Il mare è uno spazio ambivalente: unisce i popoli, ma al tempo stesso li divide; può diventare teatro di scontro bellico, ma sa anche educare proficuamente alla pace. Pur rappresentando una risorsa straordinaria per l’umanità, rimane una costante fonte di tensioni geopolitiche ed ecologiche. Come orientarsi, dunque, per trarre il meglio da questa fondamentale risorsa? Attorno a questa domanda si sono confrontati i relatori del convegno nazionale annuale dell’Apostolato del mare in Italia della Cei, dal titolo “Il mare. Per una pace disarmata e disarmante”, svoltosi a Bari il 9 e 10 ottobre.

L’ispirazione e il contesto educativo. La riflessione ha preso avvio dalla Nota pastorale “Educare a una pace disarmata e disarmante”, approvata dall’81ª Assemblea generale della Cei il 19 novembre 2025 ad Assisi, richiamando le parole pronunciate da Papa Leone XVI durante la benedizione apostolica Urbi et Orbi dell’8 maggio 2025: “La pace sia con tutti voi! Questa è la pace del Cristo Risorto, una pace disarmata e una pace disarmante, umile e perseverante. Proviene da Dio, Dio che ci ama tutti incondizionatamente”.
Come ha precisato al Sir, nella giornata di ieri, mons. Gianrico Ruzza, vescovo promotore dell’Apostolato del Mare in Italia, la scelta del capoluogo pugliese non è stata casuale: Bari è storicamente “città del dialogo e punto di incontro, per noi cristiani, tra Oriente e Occidente”. L’appuntamento si è collocato idealmente tra la memoria di San Francesco e il prossimo incontro internazionale per la pace previsto ad Assisi dal 25 al 27 ottobre 2026, nel 40° anniversario dello storico raduno interreligioso promosso da San Giovanni Paolo II. Mons. Ruzza ha ricordato come san Francesco, “fecondato dalla Parola di Dio”, ebbe il coraggio di scegliere la via del dialogo e di incontrare persino il Sultano. In quest’ottica, come evidenziato anche da Papa Leone XIV nella sua lettera enciclica, occorre “disarmare le parole e renderle ricche della Parola di Dio, che non si impone ma si propone come via di incontro, fraternità e confronto”.

Le sfide attuali: guerra ibrida, minacce ambientali e vite in mare. Di fronte alla ferocia dei conflitti contemporanei, “che colpiscono indiscriminatamente città, strutture ospedaliere e scuole, la guerra – ha messo ancora in evidenza mons. Ruzza – diventa il luogo primario della menzogna, della disinformazione e delle fake news, studiate per spingere le popolazioni alla disperazione”. In questo scenario di guerra ibrida, economica, psicologica e cibernetica, il compito dei vescovi e delle comunità è quello di

“educare alla pace, interpellando genitori, insegnanti, catechisti, allenatori in ambito sportivo ed educatori a ogni livello. Scegliere la pace disarmata significa percorrere la strada della diplomazia, liberando l’altro da ogni pretesto per armarsi: essere cristiani oggi richiede di essere operatori di pace forti e consapevoli, lontani da ogni forma di ingenuo buonismo”.

Non si tratta di un’utopia, ma del progetto di una ‘civiltà dell’amore’ – richiamata già da Paolo VI durante la Guerra Fredda – “in cui ogni popolo è riconosciuto come un alleato indispensabile per il bene comune”.
I conflitti e le tensioni odierne si ripercuotono direttamente anche sullo spazio marittimo e su chi lo vive quotidianamente. Come ha sottolineato Vincenzo Buonomo, rettore della Pontificia Università Urbaniana: “Oggi ci sono dei conflitti che fanno del mare una barriera. Il tema ecologico preoccupa, così come l’impatto tecnologico, lo sfruttamento intensivo delle risorse marine e le minacce agli ecosistemi e ai fondali”.
Alla dimensione ambientale e geopolitica si aggiunge poi quella umana di chi opera a bordo, spesso dimenticata dalle cronache. Sara Figone, primo ufficiale di Macchina, ha portato la voce diretta dei lavoratori del mare: “Quando si parla di guerra si pensa alle città colpite o coinvolte; la figura del marittimo è meno da prima pagina. Per un marittimo la nave non è solo un posto di lavoro, ma la propria casa. Spesso non succede nulla di visibile all’esterno, ma la sensazione di incertezza e lo stress sono prolungati nel tempo. Il marittimo a bordo ha paura, è un essere umano: non siamo supereroi, anche se siamo addestrati. Dobbiamo essere lucidi e far sì che la paura non ci domini”.

Economia civile e nuove coordinate marittime. Dalla tutela dell’essere umano e del suo lavoro in mare alla dimensione economica il passo è breve, poiché la stabilità di chi naviga sostiene direttamente i flussi del commercio globale. Come ha evidenziato l’economista Sabrina Bonomi, nessun settore può infatti prescindere dal mare. “In Italia quattro merci su cinque viaggiano via nave e l’economia marittima, in forte crescita nel Mezzogiorno, ne genera un terzo del totale nazionale. La pace si configura così come una condizione essenziale per il funzionamento dell’intero sistema. Per l’economia civile, il mare non è uno spazio da controllare o prosciugare, bensì una parte del creato da custodire, dove le rotte commerciali rappresentano relazioni di interdipendenza”.
In questo senso sono tre – ha messo in evidenza l’economista – le coordinate fondamentali per un’economia del mare orientata alla pace: la reciprocità, cioè la consapevolezza che nessuno è autosufficiente e che, in mare, “nessuno si salva da solo”, la cooperazione, che consiste nella capacità di trasformare la dipendenza reciproca in un progetto condiviso, la responsabilità, che si traduce nell’impegno a farsi carico delle situazioni, applicando un costante discernimento.
Il mare, infine, insegna la necessità di rallentare e ritrovare la misura. In una società travolta da frenesie e aggressività – in cui spesso si corre “come criceti su una ruota senza chiederci dove andiamo” –, occorre recuperare il senso profondo del nostro agire. Un concetto ben sintetizzato dalle celebri parole dello scrittore Joseph Conrad: “La vera pace di Dio comincia in qualunque punto a mille miglia dalla terra più vicina”.

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