A poco meno di 48 ore dall’arrivo di Papa Leone a Lampedusa, la redazione di Agorà Spazio
Migrante(S), ha raccolto un contributo del card. Fabio Baggio, Pro-Prefetto del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale. Il suo intervento ricostruisce il filo che unisce la prossima visita a quella compiuta da papa Francesco nel 2013 e colloca la sollecitudine verso migranti e rifugiati nel cuore della missione della Chiesa. Un testo che riceviamo come un invito a custodire la memoria, ad assumerci le nostre responsabilità e a destarci dal torpore dell’indifferenza.

(Foto Siciliani – Gennari/SIR)
L’8 luglio 2013, all’inizio del suo pontificato, papa Francesco si recò a Lampedusa; il 4 luglio 2026
anche papa Leone XIV visiterà la stessa isola. Tra queste due presenze si coglie un legame
profondo, pur nella diversità dei successori di Pietro e nella distanza degli anni trascorsi.
La visita esprime l’attenzione della Chiesa verso i migranti e i rifugiati, mantiene viva la memoria
delle numerose vittime dei naufragi nel Mediterraneo, testimonia vicinanza a quanti hanno perso i
propri familiari, rinnova la gratitudine verso tutte le persone impegnate nel salvataggio delle vite in
mare e invita le comunità ecclesiali e la società nel suo insieme a non abituarsi a queste tragedie e
ad accogliere i nuovi arrivati.
Sono passati vari anni dalla visita di papa Francesco a Lampedusa, ma purtroppo i drammi
continuano. I cosiddetti viaggi della speranza non si arrestano, mentre il Mediterraneo continua ad
aggiungere tombe senza nome a quel cimitero che è diventato. Di fronte a questa tragedia umana,
papa Leone, con la sua presenza, rilancia la domanda posta dal suo predecessore proprio in
quell’isola: “Dov’è tuo fratello?”. È un appello che interpella ancora una volta la responsabilità di
ciascuno, come persone e come comunità. In questo senso, il ritorno a Lampedusa a distanza di anni non costituisce soltanto un ricordo, ma rappresenta un forte richiamo a non abituarci, a non
assuefarci a queste tragedie e a destarci dal torpore dell’indifferenza.
Se si considera che pochi giorni fa papa Leone XIV ha compiuto un viaggio nell’arcipelago delle
Canarie, altro luogo emblematico della rotta migratoria di quanti fuggono dall’Africa in cerca di
speranza in Europa, si comprende come la vita dei migranti e dei rifugiati rappresenti una
preoccupazione attuale anche di papa Leone.
La continuità tra i due pontificati mostra che la sollecitudine verso migranti e rifugiati non è un
tema occasionale, ma una dimensione stabile della missione della Chiesa: una chiamata a unire
compassione e responsabilità concreta, traducendole nell’impegno ad accogliere, proteggere,
promuovere e integrare, secondo i quattro verbi indicati da papa Francesco nel febbraio 2017.
La continuità dei due pontificati nell’attenzione e nella sensibilità verso i migranti manifesta un
atteggiamento continuamente presente nella Chiesa, che nel tempo si è progressivamente
approfondito e strutturato. Da Pio XII, con la Costituzione Apostolica Exsul Familia (1952), fino ai
papi più recenti, l’accoglienza e la tutela della dignità umana dei migranti sono rimaste al centro
della riflessione cristiana. Essi non vengono considerati come un problema da gestire, ma anzitutto
come persone, fratelli e sorelle, la cui dignità chiede di essere accolta, riconosciuta e custodita.
Anzi, come più volte è stato ribadito da papa Francesco, ispirandosi al brano del giudizio universale
del vangelo di Matteo (25,31-46) l’incontro con il migrante è incontro con Cristo. Ogni incontro
diventa così un’occasione di salvezza, perché nei migranti come in altre persone bisognose del
nostro aiuto è presente Gesù.
Oggi il Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale è l’organo della Santa Sede che
porta avanti e coordina l’impegno globale della Chiesa cattolica per i migranti, insieme ad altri
ambiti fondamentali come, ad esempio, i diritti umani, la salute, la giustizia e la cura del creato.

