Famiglia: a Verona, la settimana nazionale di studi sulla spiritualità coniugale e familiare

Riflettere sul ruolo della famiglia nella società contemporanea, con attenzione alla formazione affettiva, alle relazioni e alle sfide poste dal mondo digitale e dall’intelligenza artificiale. Padre Marco Vianelli, direttore dell’ufficio nazionale per la pastorale della famiglia della Cei, fa il punto sul ruolo delle famiglie, dalla società alla vita parrocchiale, e su come essa può essere aiutata e sostenuta.

(Foto Dicastero laici famiglia vita/SIR)

Famiglie, operatori pastorali, teologi ed educatori. Saranno loro i protagonisti della XXVI settimana nazionale di studi sulla spiritualità coniugale e familiare, promossa dall’Ufficio nazionale per la pastorale della famiglia della Conferenza Episcopale Italiana. L’evento, da oggi al 3 maggio avrà come titolo “Addomesticare il mondo. Quando la famiglia è luogo di educazione degli affetti e scuola di relazioni”. Padre Marco Vianelli, direttore dell’ufficio nazionale per la pastorale della famiglia della Cei, fa il punto sul ruolo delle famiglie nella vita parrocchiale e come può essere aiutata.

Quali sono i bisogni di una famiglia quando si rivolge a una parrocchia?

(Foto Siciliani – Gennari/SIR)

“Le famiglie oggi chiedono soprattutto di essere aiutate nella sfida educativa, accompagnate nel provare a trovare parole, strumenti per ascoltare e intercettare i bisogni dei loro figli. Poi c’è tutto il tema legato al ciclo di vita della famiglia che va dal suo nascere, quindi l’accompagnamento dei nubendi, fidanzati, le giovani coppie, fino alla richiesta di prossimità nelle ferite, ovvero la necessità di avere qualcuno accanto nel momento del bisogno”.

Quale contributo invece può dare una famiglia alla vita parrocchiale e in generale della Chiesa?

“La famiglia per quanto possa essere un po’ affaticata, accartocciata su alcune realtà, ha in sé un lessico, una grammatica che può aiutare a fare in modo che la comunità parrocchiale non sia solo una realtà che offre servizi, come se fosse un’onlus o una cooperativa.

Quello che può fare è aiutare chiunque avvicina attraverso e col suo stile familiare. E questo ha a che fare con la qualità delle relazioni, con la capacità di riconoscere l’altro come qualcuno che mi appartiene e non solamente come qualcuno di cui mi devo prendere cura.

Secondo me, la famiglia può aiutarci anche a riscoprire i rapporti sul tema della diversità, del maschile, del femminile e dell’alterità e poter avviare percorsi di narrazione tra generazioni diverse. Un’altra cosa interessante dell’esperienza del familiare ha a che fare con la sua naturale connotazione a essere generativa e quindi ad accogliere il nuovo”.

Decidere di fare una famiglia oggi per i giovani non è una scelta facile, ci sono tante cose da mettere in campo. Come si possono aiutare i giovani che si affacciano alla vita matrimoniale e poi all’apertura alla famiglia a ricevere questo dono?

“Questa è la grande sfida. Io penso che il primo passaggio abbia radice o sia legato necessariamente al tema della testimonianza. Forse la fatica che i giovani fanno oggi a scegliere la possibilità di sposarsi è sicuramente legata a una situazione sociale completamente diversa. Pensiamo al tema della mobilità: si nasce in un posto, si studia in un altro, si va a lavorare in un’altra parte. E questo complica il tema di sostenibilità delle relazioni, anche perché la famiglia ha per natura bisogno di legarsi ad altri, non è una moda che sopravvive in qualsiasi territorio, ha necessità di relazioni calde.

C’è stato un passaggio in cui una generazione, magari troppo preoccupata di creare benessere o di realizzarsi, ha dimenticato di raccontare la bellezza di questo. Allora, forse oggi oltre che mettere condizioni economiche per rendere più facile la nascita di una famiglia, è anche necessario raccontare con la vita la bellezza di essere sposo, sposa, madre, padre, perché tante volte i figli forse hanno visto nelle paternità, nelle maternità, più la fatica che non la bellezza. Penso che sia il tempo che gli adulti raccontino la bellezza con la loro vita”.

Negli incontri si parlerà anche di digitale, di nuove tecnologie, di intelligenza artificiale. Come questo mondo può aiutare a educare all’affettività?

Un po’, vorremmo scoprirlo, nel senso che in questi giorni vorremmo provare a capire, anche grazie agli esperti che abbiamo invitato, che ci possano aiutare un po’ a rileggere in chiave positiva questo mondo. Non vorremmo fare di questa esperienza l’eco di una narrazione di preoccupazione, bensì provare a capire, come alcune cose possono essere facilitanti. Il fatto di mantenere i contatti, penso, alle videochiamate che durante il Covid ci hanno permesso di vederci, di accorciare le distanze.

Altro tema al centro dell’incontro, legato al digitale, sarà quello del corpo…

In questo caso il digitale rischia a volte di far perdere di vista il corpo, pur magari mettendolo troppo in vista. Anche in questo caso lo scopo è cercare di capire come stare in uno spazio di equilibrio. Non abbiamo già delle risposte, vorremmo provare a trovarle insieme, soprattutto con l’aiuto dei giovani della pastorale giovanile che saranno presenti a questo convegno, che aiuteranno gli adulti innanzitutto ad ascoltare, e poi a rileggere, il loro punto di vista.

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