I beati martiri della famiglia Ulma. Card. Semeraro: “Oggi è un giorno di gioia, perché il Vangelo è divenuto realtà vissuta”

Papa Francesco, ieri, al termine della preghiera dell’Angelus ha invitato i fedeli ad acclamare “i martiri Giuseppe e Vittoria Ulma con i loro 7 figli” appena dichiarati beati in Polonia dal card. Marcello Semeraro. L’applauso del Pontefice è stato prontamente ripreso da fedeli in Piazza s. Pietro, così come dagli oltre 30 mila di coloro che su una vasta spianata del villaggio di Markowa, nel sud est della Polonia, si sono radunati per assistere alla beatificazione di “un’intera famiglia sterminata dai nazisti il 24 marzo 1944 per aver dato rifugio ad alcuni ebrei che erano perseguitati”, come ha sottolineato il Pontefice

(Foto ANSA/SIR)

Papa Francesco, ieri, al termine della preghiera dell’Angelus ha invitato i fedeli ad acclamare “i martiri Giuseppe e Vittoria Ulma con i loro 7 figli” appena dichiarati beati in Polonia dal card. Marcello Semeraro. L’applauso del Pontefice è stato prontamente ripreso da fedeli in Piazza s. Pietro, così come dagli oltre 30 mila di coloro che su una vasta spianata del villaggio di Markowa, nel sud est della Polonia, si sono radunati per assistere alla beatificazione di “un’intera famiglia sterminata dai nazisti il 24 marzo 1944 per aver dato rifugio ad alcuni ebrei che erano perseguitati”, come ha sottolineato il Pontefice.

“All’odio e alla violenza, che caratterizzarono quel tempo, essi opposero l’amore evangelico. Questa famiglia polacca, che rappresentò un raggio di luce nell’oscurità della Seconda guerra mondiale, sia per tutti noi un modello da imitare nello slancio del bene e nel servizio di chi è nel bisogno” ha detto Papa Francesco, invitando tutti a sentirsi “chiamati a opporre alla forza delle armi quella della carità, alla retorica della violenza la tenacia della preghiera”.

Nell’omelia pronunciata a Markowa, il cardinale prefetto del Dicastero per le cause dei Santi Marcello Semeraro, ricordando s. Giovanni Paolo II e riferendosi alla storia del Buon Samaritano, ha rimarcato che “la parabola dell’uomo incappato nei briganti racconta la capacità della sofferenza di ‘sprigionare nell’uomo l’amore, proprio quel dono disinteressato del proprio “io” in favore degli altri uomini’”. Ha però anche aggiunto che “sarebbe fuorviante se il giorno della beatificazione della famiglia Ulma servisse solo a riportare alla memoria il terrore per le atrocità perpetrate dai loro carnefici, sui quali per altro già pesa il giudizio della storia”.

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“Vogliamo invece che oggi sia un giorno di gioia”, ha ribadito il presule “perché la pagina del Vangelo scritta sulla carta è divenuta per noi una realtà vissuta, che luminosamente risplende nella testimonianza cristiana dei coniugi Ulma e nel martirio dei nuovi Beati”. Il cardinale prefetto ha sottolineato altresì che “la peculiarità di questa beatificazione consiste anche nel fatto che viene innalzata agli onori degli altari un’intera famiglia, unita non soltanto dai legami di sangue, ma anche dalla comune testimonianza data a Cristo fino al dono della propria vita.”

Il presule ha rilevato che “la famiglia Ulma ci incoraggia a reagire a quella ‘cultura dello scarto’” denunciata più volte da Papa Francesco, e di “accogliere, amare e proteggere la vita, specialmente quella degli indifesi e degli emarginati, dal momento del suo concepimento fino alla morte naturale”. Nonostante il settimo figlio degli Ulma “venisse alla luce nel travaglio della carneficina della madre” e non avesse ancora un nome “oggi è chiamato Beato”, ha detto il presule, mentre “la sua voce innocente vuole scuotere le coscienze dove dilaga l’aborto, l’eutanasia e il disprezzo della vita vista come un peso e non come un dono”, ha rilevato il prefetto. Infatti, in memoria della famiglia di martiri unita dal matrimonio di Giuseppe e Vittoria Ulma, la Chiesa ricorderà gli Ulma il giorno 7 di luglio.

Il cardinale Semeraro nell’omelia si è rivolto anche ai rappresentanti della comunità ebraica cui partecipazione alla cerimonia di Markowa non è stata, come ha ribadito “solo espressione di nobili sentimenti di gratitudine per quanto i nuovi Beati hanno fatto, mentre in Europa – e specialmente qui, in Polonia – imperversava ad opera dell’occupante tedesco la furia di quella che veniva chiamata la ‘soluzione finale’”.

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Tra i fedeli presenti alla cerimonia di beatificazione, in prima fila, accanto alle massime autorità polacche, sedeva il rabbino capo di Polonia Michael Schudrich che al termine della funzione, insieme al cardinale Semeraro e al presidente polacco Andrzej Duda si è recato al cimitero di Jagiella, dove sono sepolte le spoglie di 5.672 polacchi, ebrei, zingari, ucraini, e prigionieri di guerra sovietici, caduti negli anni 1939-1945. La maggior parte delle vittime rimangono a tutt’oggi non identificate e solo 131 tombe recano delle targhe con il nome del defunto. Fra loro ci sono i nomi di ebrei che gli Ulma avevano cercato di salvare dalla Shoah: Shaul Goldmann e i suoi quattro figli, Lea Didner, sua figlia Reshla, e Golda Grünfeld.
Salutando i presenti al termine della cerimonia, il presidente Duda “in nome della Repubblica di Polonia e di tutta la nazione” ha ricordato che per ben 1000 anni e fino al 1939 sul territorio nazionale i polacchi e gli ebrei hanno convissuto come concittadini, legati da vicinanza e collaborazione reciproca. Duda ha sottolineato quindi con forza che “la beatificazione della famiglia di Markowa costituisce così la conferma della verità storica sulle sorti di tanti polacchi ed ebrei che, nonostante il desiderio di sopravvivere alle atrocità della guerra, non esitarono a compiere l’atto definitivo di fratellanza e carità”.

Il cardinale Semeraro, concludendo la sua omelia a Markowa ha affermato che “questa riunione di famiglie ebree e una famiglia cattolica nello stesso martirio ha un significato molto profondo e offre la luce più bella sull’amicizia ebraico-cristiana, a livello sia umano, sia religioso” poiché “l’odio dei persecutori per gli ebrei era, al suo livello più profondo, l’odio per il Dio dell’Alleanza, l’Antica e la Nuova nel sangue di Cristo”.

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