Covid-19, la testimonianza di don Gianluca Mangeri: “Dall’oncologia medica ai tumori dello spirito, vi racconto le storie di rinascita”

Don Gianluca Mangeri, medico oncologo e sacerdote diocesano cappellano dell’Istituto Ospedaliero Fondazione Poliambulanza di Brescia, ha raccolto nel volume "L’oro nelle cicatrici. In corsia ho imparato a ricevere" (Compagnia editoriale Aliberti) l'esperienza vissuta durante la seconda e terza ondata della pandemia nelle stanze in cui è stato accanto ai malati, di ogni età, condizione sociale, etnica e religiosa: "Ogni giorno metto al collo la mia croce bianca e, con le dovute protezioni, li visito uno ad uno. Le storie sono il racconto dei volti incontrati. Tanti e diversissimi. Malati credenti e non credenti, cristiani e di altre religioni. Volti ansimanti accomunati dalla ricerca di ossigeno e tenerezza, di acqua e di carezze"

(Foto Siciliani-Gennari/SIR)

Storie d’amore, di ricordi, di affetti e luoghi, di determinazione a non arrendersi, di fede e di impegno civile da parte di medici, infermieri e personale sanitario. Don Gianluca Mangeri, medico oncologo e sacerdote diocesano cappellano dell’Istituto Ospedaliero Fondazione Poliambulanza di Brescia, ha raccolto nel volume “L’oro nelle cicatrici. In corsia ho imparato a ricevere” (Compagnia editoriale Aliberti) l’esperienza vissuta durante la seconda e terza ondata della pandemia nelle stanze in cui è stato accanto ai malati, di ogni età, condizione sociale, etnica e religiosa.

(Foto archivio)

Lei è sacerdote e medico: una “doppia” vocazione?
Mi accorgo sempre più che in realtà è un’unica vocazione. L’essere stato chiamato al sacerdozio è un ‘espansione dell’essere medico, una dilatazione della medicina che si estende allo spirito per comprendere la cura delle malattie spirituali. Per me è stata una sorpresa di Dio il ritrovarmi come cappellano nello stesso ospedale da cui è partita la mia esperienza di medico oncologo, l’Istituto ospedaliero Poliambulanza di Brescia.

Dall’oncologia medica ai tumori dello spirito. Una missione che continua ad affascinarmi e che produce in me una grande gioia.

Si è ammalato all’inizio della pandemia, quando ancora si sapeva poco di quello che sarebbe successo di lì a breve. Che cosa ha ricevuto da questa esperienza?
Mi sono ammalato il primo marzo 2020, proprio all’inizio pandemia. Sono stato ricoverato nell’ospedale dove sono cappellano con la diagnosi di polmonite interstiziale bilaterale da Covid-19. Prima medico oncologo e poi sacerdote e cappellano, per la prima volta mi sono trovato in un letto ad essere il paziente. Amareggiato, pensavo a quanto avrei potuto fare per i malati e per gli operatori. Come potevo lasciarli soli nella battaglia contro il virus? In questa mia impotenza ho sentito però come un richiamo: “Impara a ricevere”. Durante la convalescenza, la rilettura della Storia di un’anima, di Teresa del Bambin Gesù, mi ha interpellato con queste parole: “Impara a ricevere tutto dalle mani del Buon Dio!”. Queste parole mi sono rimaste come oro nelle mie cicatrici e mi hanno guidato nella ripresa della mia missione, nella seconda e terza ondata.

Che cosa accomuna le storie raccontate nel libro?
Racconto il mio viaggio nella pandemia Covid-19 accanto ai malati e agli operatori sanitari in un periodo che va da novembre 2020 a maggio 2021.

Ogni giorno metto al collo la mia croce bianca e, con le dovute protezioni, li visito uno ad uno.

Le storie sono il racconto dei volti incontrati. Tanti e diversissimi. Malati credenti e non credenti, cristiani e di altre religioni. Volti ansimanti accomunati dalla ricerca di ossigeno e tenerezza, di acqua e di carezze. Tenerezza che cerco ogni giorno di donare, ma che soprattutto ricevo insieme ad un’umanità fatta di dignità, strette di mano, sorrisi, addirittura umorismo. Non avevo mai pensato quanto fosse fondamentale imparare a ricevere. Questo il filo conduttore che accomuna tutte le storie raccolte nel libro: imparare a ricevere! Ognuno di questi incontri mi ha consegnato qualcosa che poi ho cercato di offrire al lettore.

C’è una storia che le è rimasta nel cuore?
La storia di Lucio. È una storia di rinascita. Accarezzo la testa di Lucio che ha ottant’anni e che respira con una maschera che gli copre completamente il viso. Rimane così per tre giorni. Gli si legge la paura e il dolore negli occhi che, tuttavia, mi seguono in ogni mio movimento e in ogni mia parola. Al quarto giorno, con grande sorpresa anche per i medici, inizia a star meglio. Lo saluto: “Ciao, Lucio, sono contento che tu sia uscito…”. Mi interrompe: “Sono uscito da un incubo, ho toccato il fondo, grazie per le tue carezze e le tue preghiere, mi sono state molto di aiuto… Ti devo confessare che nei giorni scorsi ho pianto per la prima volta, mi sono disperato, devi sapere che non sono praticante, ma ho percepito che Qualcuno mi ha aiutato”.

La storia di Lucio si conclude, o forse è meglio dire si apre, con la sua rinascita anche nello spirito: dopo più di 50 anni ho potuto donargli la comunione che lui ha vissuto come se fosse la sua “prima”, con grande gioia e commozione. Ho visto un uomo rinascere. Ho visto veramente l’oro emergere dalle cicatrici.

In tanti si oppongono ancora alla vaccinazione e c’è chi ritiene che il Covid sia una malattia inventata (o innocua). Capita che posizioni del genere si sentano anche all’interno della Chiesa. Cosa si sente di dire?
Mi permetto di consigliare la lettura del libro e di lasciarsi condurre dal filo che mi ha guidato: imparare a ricevere. È un filo che mi ha portato ad invenzioni di fraternità e solidarietà. Con questo libro ho accolto l’appello di Papa Francesco a sostenere la vaccinazione nei Paesi più poveri, in particolare dell’Africa. I proventi del libro a me destinati li devolvo a Medici con l’Africa Cuamm, che si sta adoperando per portare i vaccini anti-Covid fino all’ultimo miglio, fino alle periferie più abbandonate degli 8 paesi africani in cui opera. È una “goccia”, ne sono consapevole, ma è un segnale che lancio. È un invito a guardare “oltre”. “Ci sono sempre mille soli al di là delle nuvole” recita un proverbio indiano. Si tratta di guardare oltre le nuvole dell’individualismo, delle paure e dei pregiudizi.

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