Vocazione monastica: non oliera che conserva, ma lampada che permette all’olio di consumarsi ardendo

Il richiamo che papa Francesco ha fatto nella catechesi sulla preghiera che ha tenuto mercoledì 14 aprile è una forte provocazione per chi vive la vita monastica. Il Papa ha ricordato a tutti con insistenza che “la lampada della vera fede della Chiesa sarà sempre accesa sulla terra finché ci sarà l’olio della preghiera”. Chi vive la vocazione monastica non può non porsi per primo la domanda se veramente la sua consacrazione alla comunione con Dio e i fratelli, all’intercessione, all’adorazione, alla meditazione della Parola è quest’olio che nascostamente si lascia ardere per alimentare la fiamma della fede della Chiesa, quella fede che per molti cristiani si compie in un reale martirio, ma che è necessaria alla fedeltà quotidiana di ogni stato di vita e vocazione

Foto Monastero Janua Coeli

“Nella Chiesa ci sono monasteri, ci sono conventi, eremi, dove vivono persone consacrate a Dio e che spesso diventano centri di irradiazione spirituale. Sono comunità di preghiera che irradiano spiritualità. Sono piccole oasi in cui si condivide una preghiera intensa e si costruisce giorno per giorno la comunione fraterna. Sono cellule vitali, non solo per il tessuto ecclesiale ma per la società stessa. Pensiamo, per esempio, al ruolo che ha avuto il monachesimo per la nascita e la crescita della civiltà europea, e anche in altre culture. Pregare e lavorare in comunità manda avanti il mondo. È un motore.” (Francesco, 14 aprile 2021)

Il richiamo che papa Francesco ha fatto nella catechesi sulla preghiera che ha tenuto mercoledì 14 aprile è una forte provocazione per chi vive la vita monastica. Il Papa ha ricordato a tutti con insistenza che “la lampada della vera fede della Chiesa sarà sempre accesa sulla terra finché ci sarà l’olio della preghiera”. Chi vive la vocazione monastica non può non porsi per primo la domanda se veramente la sua consacrazione alla comunione con Dio e i fratelli, all’intercessione, all’adorazione, alla meditazione della Parola è quest’olio che nascostamente si lascia ardere per alimentare la fiamma della fede della Chiesa, quella fede che per molti cristiani si compie in un reale martirio, ma che è necessaria alla fedeltà quotidiana di ogni stato di vita e vocazione.
Essere olio che alimenta una fiamma è anzitutto una vocazione nascosta. È come essere un seme che germoglia nell’humus per dar vita alla pianta, alle foglie, ai fiori e ai frutti che il seme non vede. Spesso oggi la vita monastica cade nello stesso errore che il Papa denuncia per tutta la Chiesa: quello di sostituire l’organizzazione e la risonanza mediatica ad una reale esperienza di vita. Quante comunità monastiche vivono dell’immagine che danno di sé più che di una reale esperienza di comunione di preghiera radicata nel dono dello Spirito che il Risorto viene a comunicare ai suoi discepoli. San Benedetto ci mette in guardia, non senza un pizzico d’ironia: “Non voler essere ritenuto santo prima di esserlo, ma anzitutto esserlo perché eventualmente lo si dica con verità” (RB 4,62).
La vocazione monastica, fin dalle origini, più che dalle sue forme è definita dall’esperienza sorgiva e radicale della preghiera, cioè dalla ricerca di un rapporto con il Signore che alimenti realmente la bellezza e il fervore della vita, e come tale si trasmetta al mondo, come per osmosi. Le radici, le sorgenti, non trasmettono immagini, idee, essenze virtuali, ma sostanza, realtà, anche se spesso invisibile. Anche lo Spirito Santo è invisibile, come il soffio di Gesù nel Cenacolo, eppure non c’è realtà più densa dell’amore di Dio che si comunica al cuore e alla vita di ogni uomo. È come se il Papa richiedesse al carisma monastico di essere se stesso, di non preoccuparsi della propria immagine e apparenza, ma della sostanza dell’esperienza per cui lo Spirito sempre lo suscita e lo rinnova nel Popolo di Dio. Perché è questo che è urgente come carità verso tutti. Il mondo è stanco di apparenza, è nauseato dalla virtualità che non alimenta la gioia di vivere con senso profondo ogni circostanza e ogni incontro.
La metafora dell’olio che alimenta la fiamma della lampada ci ricorda che Gesù ha definito “stolte” le vergini che non si sono preoccupate di averne a sufficienza. Anche le presenze monastiche, se non antepongono la preghiera a tutto, diventano “stolte”, cioè insensate e insipienti, senza senso e sapore, e incapaci di trasmetterli.
Ma è necessario che l’olio arda, cioè si lasci consumare se vuole alimentare la fiamma, la luce e il calore della fede. Ed è questa la grande sfida per la vocazione monastica, come per ogni vocazione cristiana: quella di possedere ciò che si consuma, di accumulare ciò che subito si lascia bruciare,

perché lo scopo della lampada non è di essere un’oliera che conserva l’olio, ma di permettere all’olio di consumarsi ardendo.

Ed è forse questa la coscienza della vita monastica che va recuperata e in cui siamo chiamati a perdere la vita per guadagnarla in Cristo: vivere la comunione con Dio e la comunità lasciandosene consumare per amore della Chiesa e del mondo. Allora, anche quando delle presenze monastiche devono materialmente finire, come oggi avviene spesso, anche l’ultima goccia di olio non va perduta ma brucia in luce di fede che nella Chiesa, come e dove Dio vuole, ottiene il miracolo di Elia per la vedova di Sarepta: l’olio non si esaurirà (cfr. 1Re 17,16).
Forse anche nei monasteri avevamo dimenticato che l’olio della preghiera, cuore della nostra vocazione, è il dono dello Spirito.

(*) abate generale dell’Ordine Cistercense

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