Gioele, costretto all'”esilio” da Bertonico (zona rossa). “Nel Lodigiano disagi e dignità”

Giornalista, 30 anni, vive a Milano e lavora alla tv svizzera. Ma dopo un fine settimana a casa è stato costretto a una prudenziale quarantena e, al momento, non ha accesso alla redazione. Al Sir racconta le videochiamate con genitori e amici che sono al di là del check point. "Mi mancano le piccole cose che danno ritmo alla quotidianità: il viaggio in treno, il lavoro, le partite di calcetto, la messa della domenica. Dovremo trovare un nuovo equilibrio, ma le indicazioni delle autorità vanno seguite senza esitazioni". Poi un auspicio: "quando tutto sarà finito, spero che tante persone vengano a fare un giro a Bertonico, Codogno, Maleo, Casalpusterlengo... Da noi si vive bene"

Lontano da casa. Forzatamente. Per via del coronavirus Covid-19 che ha isolato il suo Paese, Bertonico, collocato nella “zona rossa” del Lodigiano. Gioele Anni, giornalista, classe 1990, lavora attualmente presso la trasmissione “Strada Regina” della tv svizzera-italiana (Rsi). È originario di Bertonico, ma vive a Milano. È membro del consiglio nazionale dell’Azione cattolica italiana. All’impegno professionale ed ecclesiale aggiunge la passione per il calcio. Ma questi sono giorni al di fuori della normalità. Al Sir spiega perché.

In queste settimane si è parlato spesso di “quarantena”. Lei l’ha vissuta in prima persona. Come mai è stato costretto in casa? Cosa comporta concretamente la quarantena?
Vivo a Milano per motivi di lavoro insieme a mia sorella, ma siamo residenti a Bertonico, uno dei comuni della “zona rossa”. Ci eravamo tornati nel fine settimana precedente ai primi contagi da coronavirus e per questo motivo, precauzionalmente, siamo stati in una sorta di “auto-quarantena” per una decina di giorni. Concretamente abbiamo limitato al minimo le uscite dal nostro appartamento e ci siamo organizzati per lavorare da casa. Nei primi giorni tutto era surreale: sembrava che il contagio fosse limitato al Basso lodigiano, abbiamo visto in tv i servizi sui nostri paesini ed era come vivere dentro un film. Ora che l’emergenza è di fatto estesa a tutta Italia, soprattutto dopo il provvedimento di chiusura delle scuole, ci rendiamo conto che dobbiamo tutti abituarci a vivere una quotidianità diversa, fatta di precauzioni e buonsenso.

Restrizioni prudenziali la obbligano a non poter raggiungere la redazione della tv a Lugano. Pesa questa situazione? Le manca la giornata di lavoro, fra i colleghi?
Mancano tutte le piccole cose che danno ritmo e senso alla quotidianità: il viaggio in treno, il lavoro in redazione, le partite di calcetto con gli amici, la messa della domenica. Dovremo trovare un nuovo equilibrio, sperando che le restrizioni possano essere allentate quanto prima. Le indicazioni delle autorità, comunque, vanno seguite senza esitazioni: per quanto poco piacevoli, le direttive di scienziati e istituzioni non si discutono.

In tempo di coronavirus a diverse famiglie sono imposte “relazioni a distanza”. A Bertonico, una cinquantina di chilometri da Milano, vivono i suoi genitori, i nonni, gli amici. Come riesce a tenere i rapporti con loro?
Siamo divisi da un check point con le forze di polizia a presidio: una situazione inimmaginabile. Forse simile a quella che vivevano gli abitanti di Berlino quando c’era il Muro. Domenica scorsa siamo stati al confine della “zona rossa” per un saluto, ma i carabinieri non lasciano avvicinare le persone e fanno da tramite per scambiarsi qualche oggetto, nel nostro caso dei libri e un pezzo di torta. Ci teniamo in contatto con le videochiamate quotidiane. Non è una situazione drammatica, per fortuna: tutti i nostri parenti e amici stretti stanno bene. Purtroppo sappiamo che le persone ricoverate in ospedale con i sintomi del coronavirus non possono ricevere visite, questo mette molta tristezza. Ma anche gratitudine, se pensiamo al personale medico che in queste settimane sta facendo sforzi straordinari.

Storie di vita quotidiana dalla “zona rossa”. Quali sentimenti prevalgono tra i suoi compaesani? Ha qualche aneddoto da raccontare?
Per quello che posso percepire da fuori, mi sembra che la reazione della gente sia stata esemplare. Non si segnalano episodi di insofferenza, qualche lamentela più che comprensibile per i disservizi. C’è la preoccupazione di chi ha parenti anziani o in condizioni di fragilità, e il dolore silenzioso di chi ha perso una persona cara. E poi c’è tanta paura per le attività economiche: un blocco quasi totale di almeno 15 giorni non si supera facilmente. Sui social leggevo la storia di un apicoltore che produce miele: i suoi clienti sono su base locale, ma chiaramente se il blocco persiste saranno costretti a trovare un altro fornitore. E chi sa se dopo la crisi si rivolgeranno di nuovo a lui? In una zona caratterizzata da attività di piccole e medie dimensioni, si teme che la situazione possa mettere in ginocchio tante famiglie. Tra le storie citerei un caro amico del paese, specializzando in geriatria, che si è messo a disposizione come medico di base e si occupa in questi giorni di centinaia di pazienti, la maggior parte anziani. E poi il parroco di Bertonico, don Giancarlo: con brevi commenti al Vangelo inviati sui gruppi WhatsApp cerca di mantenere vivo il senso di comunità, anche in questo momento in cui non è possibile riunirsi fisicamente.

Un auspicio che guarda al post-coronavirus?
Il Basso lodigiano è una grande comunità: i paesi sono tutti legati tra loro, c’è un tessuto solido che anche in questi giorni sta dando forza alla zona. L’augurio è che il senso di unione di questi giorni resti forte anche nelle prossime settimane. E poi, quando tutto sarà finito, spero che tante persone vengano a fare un giro a Bertonico, a Codogno, a Maleo, a Casalpusterlengo. Nelle trattorie di paese si mangia bene, è un piacere passeggiare nelle campagne, si possono visitare chiese e santuari. E si potrà sostenere le attività di tanta gente per bene, che non ha mai smesso di rimboccarsi le maniche e continuerà a vivere e lavorare con orgoglio, compostezza e dignità.

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