In tutta la Repubblica democratica del Congo la Chiesa e le Caritas sul territorio si sono subito mobilitate per attuare misure di prevenzione, sensibilizzazione e sostegno ai malati e ai familiari contro la diffusione dell’epidemia di Ebola causata dal ceppo Bundibuyo. La Caritas nazionale ha lanciato un appello di 5 milioni di dollari per fare fronte all’emergenza. E’ la diciassettesima volta che il Paese africano si trova ad affrontare l’Ebola, finora sono riusciti a circoscriverne la diffusione, anche grazie alla collaborazione con le organizzazioni internazionali e non governative. L’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) ha reso noto che entro due o tre settimane sarà avviata la sperimentazione di un antivirale che riduce il rischio di sviluppare Ebola nelle persone che hanno avuto contatti con persone malate. E chiede ai Paesi come gli Stati Uniti e i Paesi limitrofi di revocare le severe restrizioni di viaggio e chiusura delle frontiere perché stanno interrompendo le catene di approvvigionamento e ostacolando la risposta all’emergenza. Ad oggi i casi confermati sono saliti a 344, con 60 decessi ma si riduce a 116 il numero di casi sospetti. Finora 6 persone sono guarite dall’Ebola, 4 nella Repubblica Democratica del Congo (Rdc) e 2 in Uganda. Ci racconta la situazione padre Edouard Makimba Milambo, segretario esecutivo di Caritas Congo Asbl.

Ebola nella R.D. Congo – (foto: Caritas Congo)
Come la popolazione congolese sta vivendo questa nuova epidemia di Ebola? Le restrizioni di viaggio imposte da alcuni Paesi come gli Stati Uniti creano molti problemi?
La popolazione congolese è preoccupata ed esasperata di fronte a questa diciassettesima epidemia di Ebola.
I timori per la salute si mescolano a un sentimento di indignazione nei confronti delle autorità nazionali e internazionali, ritenute incapaci di prevenire la recrudescenza dell’epidemia.
Ciò non facilita il coinvolgimento delle comunità nelle misure preventive contro l’epidemia, soprattutto nelle aree rurali. Questa sensazione esaspera la sfiducia nei confronti delle restrizioni di viaggio imposte da alcuni Paesi, tra cui gli Stati Uniti, dove tra meno di due settimane si svolgeranno i Mondiali di calcio Fifa, un evento globale a cui la Repubblica Democratica del Congo parteciperà dopo 54 anni di assenza. Ciò appare un’ingiustizia, con conseguenze socioeconomiche negative sproporzionate.
Il Ministero della Salute congolese ha già affrontato altre epidemie di Ebola, ma il ceppo Bundibuyo presenta caratteristiche diverse, sebbene la mortalità sia inferiore e la trasmissione più difficile: come valuta le strategie attuate dal governo, in collaborazione con l’Oms?
A seguito della dichiarazione ufficiale del Ministero della salute congolese il 15 maggio 2026, le strategie di risposta alla 17a epidemia di Ebola nella Rdc, guidate dal Ministero con il supporto dell’Oms, stanno mostrando risultati incoraggianti: inaugurazione del Centro di trattamento per l’Ebola (Cme Rwampara); sei pazienti guariti al 31 maggio 2026; consegna di diverse tonnellate di rifornimenti tra cui dispositivi di protezione, kit di isolamento, materiale Wash (water, sanitation and hygiene, ossia acqua, servizi igienico-sanitari e igiene, ndr) entro 48 ore dalla dichiarazione; approccio decentralizzato, con l’istituzione di laboratori mobili e centri di transito in prossimità delle comunità colpite. Questo risultato, sebbene ancora modesto, è indubbiamente frutto degli sforzi di mobilitazione di tutte le parti interessate a vari livelli (governo congolese, agenzie delle Nazioni Unite, Caritas, autorità della Chiesa cattolica, Ong nazionali e internazionali). Tuttavia, questi progressi rimangono fragili a causa della persistenza di nuovi casi, della diffusione transfrontaliera, della presenza di gruppi armati e dei massicci spostamenti di popolazione, che complicano la sorveglianza e l’isolamento; e dell’accettazione da parte della comunità.
Alcune comunità sono infatti diffidenti nei confronti delle squadre mediche, questo rallenta l’individuazione e il tracciamento dei contatti.
Il governo ha fatto appello alle comunità locali e ai leader religiosi per le attività di prevenzione sul territorio. Come si è mobilitata la Caritas congolese a livello nazionale e locale?
Le organizzazioni diocesane di Caritas e la gerarchia della Chiesa cattolica si sono mobilitate rapidamente per sensibilizzare la popolazione e attuare misure di protezione contro l’epidemia. Le loro attività comprendono la mobilitazione a livello comunitario, campagne di sensibilizzazione e sorveglianza; il supporto psicosociale per i malati, le persone colpite, i caregiver e gli sfollati.

Ebola nella R.D. Congo – (foto: Caritas Congo)
L’Ebola si sta diffondendo in alcune province già duramente colpite dal conflitto e dall’occupazione del Movimento M23, con tanti sfollati. Questo complica ulteriormente la lotta contro l’epidemia?
La provincia di Ituri ha diversi campi per sfollati; tuttavia, non sono ancora stati segnalati casi al loro interno. La diocesi di Bunia continua a sensibilizzare la popolazione, ma non dispone delle risorse finanziarie necessarie per attuare misure di prevenzione adeguate. In ogni caso, questi campi, sia in Ituri che altrove, sono seriamente esposti e a rischio. Se l’Ebola dovesse penetrarvi, sarebbe una catastrofe di difficile gestione.
Qual è oggi l’appello della Caritas e della Chiesa congolese?
Caritas Congo Asbl, oltre al suo ruolo di coordinamento, continua a sfruttare la sua capacità di mobilitazione comunitaria. L’organizzazione sta conducendo un’intensa attività di sensibilizzazione ad alto livello per informare i partner e garantire i finanziamenti necessari, alla luce delle enormi carenze esistenti: insufficienti dispositivi di protezione individuale per gli operatori sanitari, insufficienti forniture per l’igiene personale e comunitaria, insufficienti materiali di educazione e sensibilizzazione sanitaria e insufficienti laboratori per una diagnosi accurata. Caritas Congo Asbl ha redatto un documento programmatico che delinea le proprie esigenze, stimate in 5 milioni di dollari.

