A Goma, capoluogo del Nord Kivu, c’è grande preoccupazione per il rischio che il virus Ebola si diffonda in una città già provata dal conflitto armato, da colera, malaria, malnutrizione, con campi di sfollati e gran parte della popolazione che vive in condizioni di povertà. Nella grande città dell’est della Repubblica Democratica del Congo, che da gennaio 2025 è sotto il controllo delle autorità de facto del Movimento M23, vivono oltre due milioni e mezzo di abitanti tra mille difficoltà. Le banche sono chiuse a causa del conflitto ed è difficile reperire liquidità. Anche l’aeroporto è chiuso per le stesse ragioni e comunque diventerebbe ora impossibile viaggiare verso gli Stati Uniti o l’Europa per le nuove restrizioni imposte a causa dell’Ebola. Ora sono state chiuse anche le frontiere. Se si riuscisse a passare nel vicino Rwanda ci si troverebbe costretti a stare in quarantena. Piove di nuovo sul bagnato. Per cui, oltre ad affrontare le già tante sfide quotidiane, bisogna fare il possibile per impedire che il contagio si diffonda. Per questo il Vis (Volontariato internazionale per lo sviluppo), l’Organizzazione non governativa dei Salesiani impegnata da anni sul territorio, ha attivato una serie di misure preventive nei progetti e nel dispensario sanitario, nelle scuole e centri dei salesiani, dove seguono migliaia di persone, soprattutto giovani.
“Stiamo mettendo in atto tutta la prevenzione possibile”, racconta al Sir da Goma Monica Corna, responsabile dei progetti del Vis nella città congolese, dove vive e lavora da 22 anni. “Nelle scuole abbiamo introdotto il lavaggio delle mani con cloro e disinfettanti, il controllo della temperatura e attività di sensibilizzazione. Anche nel dispensario utilizziamo dispositivi di protezione come mascherine e guanti.
La vita continua normalmente, ma ovunque devono essere applicate misure preventive”.

(foto: Vis)
Ad oggi 60 morti e 344 casi confermati. Secondo gli ultimi dati diffusi dal Ministero della Salute della Repubblica Democratica del Congo e dall’Organizzazione mondiale della sanità l’epidemia di Ebola causata dal ceppo Bundibugyo ha provocato finora 60 morti e 344 casi confermati, mentre altri 116 casi sospetti sono ancora in fase di accertamento. L’epidemia è stata dichiarata il 17 maggio “emergenza sanitaria internazionale” dall’Oms. Si tratta della 17ma epidemia di Ebola nella R.D. Congo e del primo grande focolaio causato dal virus Bundibugyo dopo molti anni. Per questo ceppo non esiste ancora un vaccino approvato. “Anche se al momento a Goma non risultano casi attivi, nuovi focolai continuano a emergere nelle province orientali del Paese e l’attenzione resta altissima”, spiega la cooperante. “L’ultima epidemia di Ebola del 2018-2020 è stata la più devastante, con oltre 3.300 casi e una letalità del 66% – ricorda -. Questa ha caratteristiche diverse, ma è resa molto più difficile dal contesto politico e di sicurezza”.
I focolai interessano le province di Ituri, Nord Kivu e Sud Kivu. Queste ultime due – le cui principali città sono Goma e Bukavu – sono in parte controllate dal Movimento M23 anziché dal governo centrale di Kinshasa. “Gestire un’epidemia quando bisogna negoziare l’accesso e gli interventi con interlocutori diversi è estremamente complicato – racconta Corna -. Le persone continuano a spostarsi lungo i principali corridoi commerciali, i camion trasportano merci da una zona all’altra e i movimenti della popolazione sono continui”.
A pochi chilometri dai combattimenti. A rendere ancora più complessa la situazione è la guerra che continua a interessare vaste aree del Nord Kivu. “A quaranta o cinquanta chilometri da Goma si combatte ancora”, sottolinea. “Ci sono scontri nei territori di Nyiragongo e Masisi, con continui spostamenti di popolazione. Tutto questo rende molto più difficile il contenimento dell’epidemia”.
Sanità a rischio collasso. La sanità congolese, già duramente provata, fatica a reggere l’urto di emergenze sovrapposte.
“Il sistema sanitario è sotto una pressione enorme e a rischio collasso”,
osserva Corna. “Deve affrontare l’Ebola, ma arriva da altre crisi: colera, morbillo, malaria e malnutrizione cronica. Già prima mancavano farmaci e materiali essenziali. Oggi la situazione è ancora più grave”. Sul territorio sono però presenti realtà internazionali come l’Organizzazione mondiale della sanità e Medici Senza Frontiere, che dispongono di procedure consolidate per l’identificazione e il trattamento dei casi. “Gli operatori degli ospedali sono preparati”, precisa Corna. “Ma devono lavorare in un contesto segnato da anni di conflitto, spostamenti continui della popolazione e grandi difficoltà logistiche”.
Un ulteriore ostacolo è rappresentato dalla diffidenza di parte della popolazione: “Molte persone non credono all’Ebola e pensano che sia un’invenzione. Attraverso i social circolano teorie di ogni tipo. Lo abbiamo visto anche durante il Covid, ma qui la situazione è resa più difficile dalle condizioni di vita e dalla sfiducia nelle istituzioni”.
Tra la gente “c’è molta frustrazione – ammette -. Durante il Covid abbiamo visto quanto fosse doloroso non poter accompagnare i propri cari negli ultimi momenti o partecipare ai funerali. Con l’Ebola questa situazione è ancora più dura. Quando c’è un caso sospetto, viene immediatamente isolato dalla famiglia. Se viene diagnosticato il virus e muore, i familiari spesso non possono nemmeno vedere il corpo. Questo provoca un dolore enorme”.

(foto: Vis)
Il Vis opera in stretta collaborazione con i Salesiani, che nella sola scuola Don Bosco Ngangi seguono oltre 3.000 studenti. L’organizzazione sostiene inoltre un dispensario che offre servizi sanitari di base e programmi contro la malnutrizione infantile. “Distribuiamo pasti caldi a circa 300 bambini tra zero e cinque anni e svolgiamo un importante lavoro di sensibilizzazione con famiglie, insegnanti e comunità locali”, spiega Corna. “In questo momento il nostro compito principale è accompagnare le persone e garantire una corretta informazione”. La Cei, tramite il Servizio per gli interventi caritativi per lo sviluppo dei popoli, ha finanziato con 220.000 euro dell’8×1000 un progetto iniziato lo scorso anno che prevede aiuti per l’emergenza profughi, sostegno al dispensario e al rientro degli sfollati, protezione dei minori.
“Ora la priorità è evitare che i casi arrivino nelle aree dove lavoriamo”, conclude Corna. “Servono materiali per la prevenzione, informazione corretta e sostegno alimentare. Non possiamo permetterci di essere indifferenti. Quello che accade da noi riguarda tutti, anche chi vive a migliaia di chilometri di distanza”. Qui è possibile sostenere i progetti di emergenza del Vis a Goma.

