La complessità dell’esistere, il riconoscimento che con il solo sguardo meccanicistico e materialista non se ne possa cogliere l’essenza è il fondamento del pensiero di Edgar Morin, scomparso a 104 anni a Parigi dove era nato (il suo vero nome era Edgar Nahoum) in una famiglia di origini sefardite nel 1921. Aveva combattuto nella seconda guerra mondiale contro il nazismo avvicinandosi al partito comunista, per poi esserne espulso nel 1951 dopo un suo articolo critico verso lo stalinismo. Erano tempi in cui la dittatura del proletariato, anche se feroce, era ritenuta necessaria per combattere i tentativi di ritorno del capitalismo e della falsa democrazia borghese.
Il lento avvicinamento al socialismo, attraverso anche l’amicizia con François Mitterrand, è stato accompagnato anche da quella che poi alcuni hanno chiamato transdisciplinarità, vale a dire la ricerca di rapporti più profondi tra le varie branche del sapere umano.
Morin è stato infatti uno dei padri fondatori del pensiero complesso, fatto di compenetrazione attiva tra biologia, psiche, creatività, arte e molto altro, e non è possibile ridurre tutto alla materia. Di qui il fondamentale attacco al riduzionismo biologico con l’anticipazione delle tematiche filosofiche e anche scientifiche che porteranno a una diversa concezione dell’uomo e della sua natura e al riconoscimento, come avvenne per la filosofia della Gestalt, che il tutto non è mai la somma matematica dei suoi componenti, ma qualcosa di molto più profondo e in perenne mutamento. Anche a causa di una dialettica imprevedibile tra disordine ed ordine, che Morin ha approfondito nelle sue opere come Ordine, disordine, organizzazione e La vita della vita, in cui si auspica un cammino interdisciplinare che approfondisca la complessità dell’esistere e soprattutto tenga presenti i limiti della conoscenza umana: l’atto di osservare, lo riconosceva anche la fisica quantistica in quegli anni, è una percezione, e talvolta modifica la cosa osservata.
Di qui la sua passione per il cinema, in cui egli stesso ha operato, di cui colse la possibilità di un nuovo sguardo complesso, ma anche il suo interesse per l’ecologia, unica possibilità di sopravvivenza per un’umanità che, indotta al culto della merce, ha dimenticato il suo rapporto vitale con il tutto.
Pensiero complesso, come lo chiamò lui stesso, il che non vuol dire iper-specialistico, anzi. La sua attenzione al mondo della scuola lo ha portato a profetizzare un rapporto interdisciplinare all’interno dell’insegnamento, tale da far capire come non esistano solo singole materie, ma come questi campi dello scibile umano siano in un profondo, continuo rapporto e che, e qui Morin sembra davvero il profeta del nuovo umanesimo, essi possano rifondare l’intera cultura umana, dalla scienza all’arte, dalla fisica alla filosofia.
Il suo geniale passaggio – attirò perfino l’attenzione e la stima di André Breton, il padre del surrealismo – attraverso l’impegno politico e ideologico, ma anche la cultura in tutti i suoi aspetti, soprattutto il cinema, l’epistemologia e la musica, la sociologia – ha fondato insieme a Roland Barthes e Georges Friedmann l’importante rivista culturale Communications – ovviamente la letteratura e l’arte ne hanno fatto una nuova figura di umanista in grado di indicare una strada per la salvezza planetaria, non nella separazione o nell’aristocratica divisione tra sapienti e non, ma nell’intraprendere una nuova strada, tutti insieme.

