Lotta alla mafia: la storia di Pino Mizzi a Bari. I familiari: “Abbiamo trasformato il dolore e la rabbia in testimonianza e impegno”

Al Sir parlano il parroco di Carbonara che ha organizzato il convegno “No alle mafie! Il valore della testimonianza nella lotta alla mafia”, la vedova e il fratello dell’uomo ucciso da un clan il 16 marzo 2011 per uno scambio di persone

(Foto famiglia Mizzi - Libera)

Uno scambio di persona, una vita spazzata via, una famiglia distrutta, la forza della testimonianza come arma per combattere le mafie. È la storia di Giuseppe Mizzi, detto Pino, ucciso il 16 marzo 2011 nel quartiere Carbonara, alla periferia di Bari da un killer. A Pino è dedicato il convegno “No alle mafie! Il valore della testimonianza nella lotta alla mafia”, che si è tenuto mercoledì 27 maggio nella parrocchia Sant’Antonio da Padova in Carbonara, a Bari, per riflettere sul fenomeno mafioso nel territorio pugliese, anche alla luce degli ultimi sanguinosi eventi.

(Foto famiglia Mizzi – Libera)

Pino, nato a Bari il 23 dicembre 1972, lavorava in una ditta di pulizie, era un ragazzo dedito alla famiglia e al lavoro, molto socievole e solare. Con la moglie Katia ha due figli, Andrea e Carlo. La sera del 16 marzo 2011, sta ritornando a casa, quando all’improvviso viene freddato con sei colpi di pistola alle spalle da un killer. Ma Giuseppe non era il destinatario di quei colpi, l’agguato era infatti diretto a un pregiudicato affiliato al clan degli Strisciuglio, che i sicari avrebbero dovuto uccidere per vendicare il ferimento del cognato del boss Di Cosola, avvenuto il giorno precedente, sempre a Carbonara.

(Foto don Alfonso Giorgio)

“Ogni anno – dice il parroco di Sant’Antonio da Padova, don Alfonso Giorgio – ricordiamo la morte di Pino Mizzi nel luogo dove è avvenuta, ma il convegno è stato un’occasione per parlare di legalità, anche perché di recente hanno ucciso un uomo di Carbonara a Bisceglie, nella faida tra cosche mafiose. Occorre lavorare affinché le giovani generazioni non cadano nelle maglie della criminalità”. Quando avvenne l’omicidio di Pino Mizzi don Giorgio era arrivato da un annetto in parrocchia: decise subito di fare qualcosa. “Organizzando una Via Crucis interparrocchiale previdi una stazione dove era avvenuto l’omicidio e nella meditazione osservai che il cristiano non può tacere perché il silenzio in qualche modo significa complicità”. Dopo tanti anni “ancora c’è paura a esporsi, per questo il convegno ha avuto l’obiettivo di risvegliare le coscienze. La fedeltà al Vangelo vuol dire anche stare dalla parte della verità, della giustizia, della legalità; perciò, dobbiamo evangelizzare anche portando questi valori. Gesù si è schierato sempre dalla parte delle deboli: Pino era una persona perbene, un lavoratore ed è restato vittima di mafia, questo non deve accadere più. Anche Sant’Antonio, patrono della nostra parrocchia, a Padova si scagliava contro i prepotenti, gli usurai, le persone che si approfittavano della povera gente, noi sulla sua scia di Sant’Antonio dobbiamo fare quel che possiamo per creare una nuova mentalità”.

(Foto famiglia Mizzi – Libera)

Una famiglia felice all’improvviso si è trovata senza il suo punto di riferimento. Quando Pino viene ucciso ha 38 anni e la moglie 36. Dei due figli uno aveva 13 anni e l’altro ne avrebbe compiuti 5 a maggio.

“Mio marito era un dono per noi,

era buono e generoso – ci racconta la vedova, Katia Patrono –. Quella sera ero andata con mia cugina alla festa di compleanno di un amichetto di mio figlio più piccolo. Mio marito andò da mia nonna, che non stava bene. Rientrando a casa si fermò al tabaccaio per comprare le sigarette, all’uscita fu freddato da un killer per uno scambio di persona. Alla festa di compleanno una mamma con il figlio arrivò molto in ritardo spiegando che c’era stato un omicidio a Carbonara ed era tutto bloccato. Io risposi che doveva essere uno dei clan, mai avrei potuto immaginare che potesse essere stato coinvolto mio marito”. Quando tornarono a casa dalla festa, era tutto transennato ma Katia con il figlio riuscì a rientrare a casa dicendo di abitare in quel palazzo. Poco dopo bussarono i carabinieri. “Quando il maresciallo salì mi chiese se ero sola in casa – prosegue Katia – e io gli risposi che a momenti sarebbe tornato mio marito, poi sentii squillare il suo cellulare e ricordai che mia madre mi aveva detto che aveva provato a chiamarlo ma non aveva risposto. Il maresciallo allora mi guardò negli occhi e mi fece sì con il capo. Avevo il bambino piccolo attaccato al mio pantalone, uscii fuori al balcone, guardai sulla strada quell’uomo coperto da un telo, ma si vedevano le scarpe, un braccio e il cellulare.

In quel momento mi crollò il mondo addosso”.

Un trauma vissuto anche dai figli: “Il mio più piccolo si chiedeva perché gridassi, stette male, il più grande, tornando a casa, vide il padre a terra coperto dal telo: è diventato uomo in un giorno”. Katia continuava a chiedersi: “Perché è successo a mio marito? Lui era altruista, pensava sempre al bene degli altri, aiutava tutti, aveva le mani d’oro. Lavorava in un’impresa di pulizie, ma era bravo a fare di tutto, lavorava il legno con grande passione”.

Quando Pino è stato ucciso, “vedevo il buio. Camminavo con un rosario in tasca e pregavo continuamente per trovare la forza di andare avanti. Per ogni piccola cosa che ci risollevava un po’, per l’aiuto che avevamo dai familiari, di ogni cosa ringraziavo Gesù”.

A darle conforto sono anche i due figli, Andrea e Carlo: oggi il più grande lavora e il secondo sta studiando all’Università Economia aziendale. “In loro rivedo mio marito, ma Pino mi manca tanto, era un uomo allegro, solare”. Ai mafiosi oggi lei cosa direbbe? “Di fermarsi, perché con le loro azioni distruggono le loro stesse vite, quelle dei loro familiari e di innocenti, com’è stato per mio marito. Direi di rinunciare al male, di cambiare vita: cosa raccontano ai loro figli, che futuro danno? Un futuro di morte. I valori sono altri: onestà, legalità, bene comune. Valori che noi portiamo avanti anche nel nome di mio marito”.

(Foto Angelo Mizzi)

“Quando morì Pino 15 anni fa, non subimmo solo la perdita di mio fratello, il dolore, la rabbia: subito dopo il suo nome cominciò a essere infangato. Avevamo perso anche la dignità, malgrado fossimo persone oneste, perché la gente ci vedeva come delinquenti”, ci spiega Angelo Mizzi, fratello di Giuseppe. “Quando si muore per mafia non c’è verità – aggiunge -: anche se mio fratello è morto davanti a tanta gente, c’erano 22 persone che avevano visto e sentito, nessuno ebbe il coraggio di denunciare. A Carbonara c’è stata omertà assoluta, il quartiere preferì abbassare la testa, rimanere in silenzio. I due assassini erano a volto scoperto, consapevoli che nessuno li avrebbe denunciati”. Per fare giustizia “abbiamo cominciato a lottare, a bloccare le piazze, a fare fiaccolate, a protestare, abbiamo chiamato i giornalisti per farci intervistare e gridare l’innocenza di mio fratello. Su internet ho cercato chi ci potesse aiutare in questa operazione di verità e individuato l’associazione Libera di don Luigi Ciotti, a cui scrissi una lettera disperata. Dopo tre giorni mi chiamò proprio don Ciotti annunciandomi che sarebbe venuto a Bari per incontrarci. Così venne a casa di mio fratello, ci ha ascoltato e infine siamo andati insieme al cimitero a pregare sulla sua tomba. Ci disse: ‘Dopo la tempesta prima o poi uscirà un raggio di sole’. Da allora abbiamo cominciato a camminare con Libera e abbiamo trasformato il nostro dolore, la nostra rabbia in impegno, in testimonianza. Giro per le scuole portando la storia di Pino”.

Com’era suo fratello? “Aveva tanti sogni, però al centro non metteva se stesso, ma sempre la sua famiglia. Il suo desiderio più grande, avendo un lavoro precario, era che i figli studiassero per avere un futuro migliore del suo. Oggi il maggiore, Andrea, si è laureato in Scienze della comunicazione e il più piccolo, Carlo, studia all’Università, realizzando il sogno del papà. Andrea mi ha raccontato che due giorni prima che il padre fosse ucciso aveva avuto un brutto voto a scuola. Mio fratello gli disse di non abbandonare gli studi come lui, ma di studiare. Andrea ha fatto suo questo messaggio”. Pino “si alzava alle 4 del mattino per lavorare e svolgeva più attività per scontare il mutuo. Era una persona gentile. Gli investigatori stessi, che inizialmente cercavano di capire se ci fosse qualche correlazione con la mafia, dopo aver sentito tanti testimoni, mi hanno detto che tutti parlavano di Pino come un angelo. La verità è emersa con forza:

non c’è giustizia senza verità”.

Dopo due processi “gli assassini e il mandante sono stati condannati”.

Ora Libera ha il Presidio “Giuseppe Mizzi” a Cellamare. “Mi sento in debito verso mio fratello, dal Cielo mi dà la forza a continuare a lottare e a testimoniare.

Ogni volta ricordare quello che è successo rinnova il dolore ma lo considero la mia missione, la mia arma per contrastare le mafie. Loro hanno le armi vere, utilizzano la paura, ma io, con la storia di mio fratello, cerco di strappare più ragazzi possibili alla mafia.

In questi quindici anni qualcosa è cambiato in meglio: prima non si facevano commemorazioni, non si scendeva in piazza se si parlava di mafia. Oggi c’è ancora molto da fare, ma c’è più consapevolezza. La lotta alla mafia non deve riguardare solo me e la mia famiglia che abbiamo perso Giuseppe, ma tutti. Solo se siamo un’unica forza possiamo contrastare le mafie. Ognuno di noi deve dare il proprio contributo. Lavoriamo con i ragazzi per farli crescere bene, perché un domani devono scegliere da che parte stare”.

Altri articoli in Territori

Territori