Legalità. Da Nardò l’impegno contro le mafie parte da un bene confiscato

Nel giorno dell’anniversario della strage di Capaci si conclude la “Settimana della legalità” promossa dalla diocesi di Nardò-Gallipoli nella masseria confiscata alla Sacra Corona Unita “La Tenente”. Al centro non solo la memoria delle vittime di mafia, ma la necessità di educare le coscienze e trasformare i beni confiscati in luoghi di comunità e formazione

(Foto Calvarese/SIR)

Non solo 23 maggio, non solo Palermo. Da Copertino, nell’anniversario della strage di Capaci, un messaggio che va oltre la commemorazione. Un messaggio di scelta quotidiana di legalità, fatto di educazione delle coscienze, responsabilità condivisa. La “Settimana della legalità” promossa dalla diocesi di Nardò-Gallipoli si conclude oggi, nella masseria confiscata alla Sacra Corona Unita “La Tenente”. Un’iniziativa che ha scelto di partire dai giovani, dalle scuole e dai territori per rilanciare una cultura capace di opporsi non solo alle mafie, ma anche alla rassegnazione sociale.
“La memoria delle stragi è una memoria collettiva – spiega al Sir don Giuseppe Venneri, direttore della Caritas diocesana – e l’impegno contro la criminalità organizzata riguarda tutta la Chiesa e tutti i battezzati”. Parole che acquistano un significato ancora più forte in un territorio segnato da episodi recenti di violenza e intimidazione. “Dobbiamo necessariamente tenere desta l’attenzione”, osserva il sacerdote.

Per questo la diocesi ha deciso di dedicare la settimana alla figura del beato don Pino Puglisi, il sacerdote ucciso dalla mafia a Brancaccio nel 1993. Non soltanto un simbolo della lotta a Cosa nostra, ma soprattutto un testimone capace di “interpellare le coscienze”, spingendo ciascuno a scegliere da che parte stare.

Il cuore del messaggio lanciato dalla manifestazione è racchiuso proprio nelle parole più note di don Puglisi: “Se ognuno fa qualcosa, allora si può fare molto”. Una frase che, secondo don Venneri, non appartiene soltanto alla memoria, ma indica ancora oggi una direzione concreta. “Abbiamo voluto coinvolgere soprattutto le scuole e i ragazzi perché lavorare sulle giovani generazioni significa investire sul presente e sul futuro”.

“Siamo stati sorpresi dal bene. Quando dirigenti scolastici, famiglie e ragazzi scelgono di partecipare a queste iniziative, capisci che il bene è davvero possibile”.

La legalità, infatti, riguarda il contrasto diretto alle organizzazioni criminali, ma anche la costruzione di alternative sociali ed educative. Per questo uno dei temi affrontati durante la settimana è stato quello delle agromafie, fenomeno meno visibile ma profondamente radicato nel territorio salentino. “Non esiste soltanto la mafia che conosciamo nei racconti o nelle cronache giudiziarie – sottolinea don Venneri – ma anche quella che si infiltra nel lavoro, nel rispetto del territorio e nei prodotti che arrivano sulle nostre tavole”.

Non è casuale che tutto questo sia avvenuto dentro una masseria confiscata alla criminalità organizzata. Un luogo che per anni è stato segnato dalla violenza e che oggi, invece, è diventato spazio di comunità, educazione e partecipazione. “Era un bene intriso di male – racconta il direttore della Caritas – ma restituirlo alla collettività significa esorcizzare quella storia attraverso il bene”.

Per anni nessuno aveva voluto gestire quella struttura. “Ogni bando andava deserto – ricorda don Venneri – e come Chiesa diocesana abbiamo sentito che non potevamo permettere un altro segnale di sconfitta della società civile”. Oggi la masseria ospita progetti educativi, attività sociali e percorsi rivolti ai più piccoli, anche grazie ai fondi dell’8xmille e al sostegno di Caritas Italiana. Tra le iniziative avviate, il recupero dell’uliveto e la creazione di un’agriasilo in collaborazione con l’Università del Salento. “Vogliamo investire sulla formazione delle coscienze, partendo dai bambini”, afferma don Venneri.

“Quando ci si muove come comunità e si aiutano le persone a uscire dalle proprie paure, allora ci si accorge che il bene è davvero possibile”, conclude don Venneri.

Ed è forse proprio questo il messaggio più forte lasciato dalla Settimana della legalità: la lotta alle mafie non si costruisce solo nelle aule dei tribunali, ma soprattutto nei territori, nelle scuole, nelle famiglie e nelle comunità che scelgono di non restare indifferenti.

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