Ignoranza abissale

Il disinteresse generale calato su quanto continua purtroppo ad accadere in Palestina è una buona ragione per promuovere iniziative come la pedalata di domenica scorsa a Vicenza. Che non risolverà i problemi certo, ma almeno avrà risvegliato qualcuno dall’indifferenza

(Foto Calvarese/SIR)

Resto basito davanti alle reazioni sulla nostra pagina Facebook al post che parla di una pedalata organizzata a Vicenza per richiamare l’attenzione sulla situazione del popolo palestinese. Ci sono quasi 300 “Mi piace”, ma ci sono anche oltre cento commenti che trasudano odio e violenza verbale. Alcuni sono contro la diocesi e il nostro giornale, accusati di essere “komunisti” o addirittura “islamisti”. Altri se la prendono con gli organizzatori, definendo la pedalata una “pagliacciata”, invitandoli ad andare piuttosto a lavorare e chiedendo in modo sprezzante perché non si facciano manifestazioni simili per “le vittime di Hamas”, i “cristiani massacrati in Nigeria” o “i cassaintegrati dell’Electrolux” (tutte categorie degne di attenzione, ci mancherebbe, ma non proprio assimilabili…). Molti colgono l’occasione per incitare all’odio religioso, razziale e alla (parola oggi pericolosamente di moda) “remigrazione” di tutti i musulmani. Non manca infine chi attacca il Papa per i suoi messaggi di pace e addirittura plaude i bombardamenti di Trump sull’Iran e la violenza di Netanyahu “contro un popolo di terroristi”.
Qualcuno potrebbe dire che una tale confusione, una tale abissale ignoranza, non meriti neppure attenzione. Che i social sono diventati la “cloaca massima” della città digitale. Che Umberto Eco aveva purtroppo ragione quando preconizzava che con internet sarebbe stato dato “diritto di parola a legioni di imbecilli” che prima esternavano le loro farneticanti convinzioni, in modo molto più innocuo, solo tra gli amici all’osteria. Eppure chiudere la faccenda così non sarebbe onesto. Innanzitutto perché, prima delle idee, ci sono i fatti.
Il disinteresse generale calato su quanto continua purtroppo ad accadere in Palestina è una buona ragione per promuovere iniziative come la pedalata di domenica scorsa a Vicenza. Che non risolverà i problemi certo, ma almeno avrà risvegliato qualcuno dall’indifferenza. La maggior parte dei media ci martella per giorni sulla notizia del momento, salvo poi girare improvvisamente pagina e farci dimenticare alla svelta situazioni che sono, però, tutt’altro che risolte. Mentre l’attenzione mediatica è ora tutta rivolta al caso Garlasco e a quanto accaduto a Modena, continuano la guerra in Ucraina, la crisi dello stretto di Hormuz e le operazioni militari dell’esercito israeliano (a quanto pare ben equipaggiato anche grazie ad armamenti e carburanti provenienti dall’Italia) in Libano e Palestina. Dal “cessate il fuoco” del 10 ottobre scorso, nella Striscia di Gaza sono stati ancora oltre 800 i morti e più di duemila i feriti palestinesi, per la maggior parte civili che nulla avevano a che fare con Hamas, tra cui anche molti anziani e bambini. Aggressioni e distruzioni di case e attività commerciali a danno dei palestinesi si registrano di continuo anche in Cisgiordania. Decine di famiglie la scorsa settimana hanno dovuto abbandonare, ad esempio, il sobborgo di Al Azaryia, l’antica Betania dove Gesù fu ospite a casa di Lazzaro, Marta e Maria. Che Israele stia cercando di annientare il popolo palestinese è sotto gli occhi di tutti e che la lotta al terrorismo sia diventato un buon pretesto per farlo è altrettanto evidente.
Ma, oltre alla realtà di ciò che sta accadendo in Palestina, c’è un’altra ragione per cui non possiamo restare in silenzio davanti alle esternazioni piene di odio e falsità di tanti nostri concittadini. Queste persone esprimono in modo scomposto malessere, rabbia, paura del diverso, frustrazione. C’è un disagio interiore, la fatica a dare un senso alla vita, che fa ammalare i singoli e la società, producendo il terreno ideale per il rifiorire, come la storia tristemente insegna, di ideologie, guerre e totalitarismi. Nelle parole scritte da queste persone si coglie una drammatica mancanza di speranza che temo, in questo nostro Veneto perlopiù laborioso e solidale, ma sempre più spesso anche povero di relazioni e spiritualità, sia conseguenza dell’aver tagliato le radici cristiane dei propri valori e modelli di vita.

 

(*) La Voce dei Berici

Altri articoli in Diocesi

Diocesi