Non è un azzardo ritenere che, contrariamente a quanto i recenti sviluppi della cronaca potrebbero indurre a credere, l’intelligenza artificiale interroghi papa Prevost più delle uscite del presidente degli Usa, Trump. Questo perché più volte il santo padre ha manifestato interesse e preoccupazione per l’Ai (Artificial intelligence), branca dell’informatica che sviluppa sistemi capaci di svolgere compiti complessi: dall’analisi di moli spropositate di dati alla generazione di testi, immagini, calcoli, suoni. Ne ha parlato fin dal suo primo incontro con i cardinali (10 maggio 2025, due giorni dopo l’elezione), per spiegare la scelta del nome: come Leone XIII con l’enciclica Rerum Novarum si sentì chiamato a intervenire per sostenere la dignità dell’uomo e salvaguardarne l’integrità di fronte ad una rivoluzione industriale aggressiva e disumanizzante, così egli stesso, Leone XIV, si è sentito di dover fare nei confronti della rivoluzione dell’Ai e delle sue potenzialità meravigliose e tremende, che “comportano nuove sfide per la difesa della dignità umana, della giustizia e del lavoro”.
Ecco perché nella domenica dell’Ascensione, giorno che la Chiesa da 60 anni dedica alle Comunicazioni sociali, papa Leone ha scelto quale tema: “Custodire voci e volti umani”, ovvero non riprodotti artificialmente ma veri, originari e in quanto tali unici e irripetibili.
Il tema mette in guardia dalla spersonalizzazione dell’uomo. Non si tratta di paura del nuovo, anzi, il papa scrive esplicitamente che “la sfida che ci aspetta non sta nel fermare l’innovazione digitale” quanto piuttosto “nel guidarla”. E che ci sia bisogno di una guida contro l’abuso è evidente: serve almeno un barlume di buon senso e buon gusto (oggi si fa dire alle persone quanto non hanno mai detto al fine di ridicolizzarle o di usarle politicamente), servono vagonate di rispetto (si svestono le donne o le si collocano in atteggiamenti osceni) e pure tonnellate di misericordia (non ne hanno i video di una Gaza di morti e macerie presentata come paradiso delle vacanze extralusso).
Che fare per arginare le degenerazioni d’uso dell’Ai? Scrive il papa: “Sta ad ognuno di noi alzare la voce in difesa delle persone umane”. Non contro questi strumenti, ma affinché essi “possano veramente essere da noi integrati come alleati”. Anche perché, sottolinea, “dietro questa enorme forza invisibile che ci coinvolge tutti, c’è solo una manciata di aziende”. Siamo pertanto “al controllo oligopolistico dei sistemi algoritmici e intelligenza artificiale”, cosa che comporta rischi manipolatori, dato che questi strumenti sono “in grado di orientare sottilmente i comportamenti”, “riscrivere la storia umana – compresa la storia della Chiesa – spesso senza che ce ne possiamo rendere realmente conto”.
E’ il ritorno dell’eterna tentazione: “Appropriarsi del frutto della conoscenza”, per di più agevolato, poiché risulta “senza la fatica del coinvolgimento, della ricerca e dell’immaginazione”. Rischio nel rischio: non solo fare del male ad altre persone con leggerezza, ma anche fare del male a se stessi nel momento in cui l’uso dell’Ai porti a “seppellire i talenti che abbiamo ricevuto”. E tutto allo scopo di creare “realtà parallele” con sistemi che si appropriano anche “dei nostri volti e delle nostre voci”.
Non è un’apocalisse, ma un terreno affascinante quanto scivoloso, non da evitare ma da attraversare attrezzati. Tre sono gli strumenti – “tre pilastri” li definisce il papa – necessari a districarsi in un bosco informatico in cui crescono l’uno accanto all’altro verità e menzogne, allucinazioni e facsimili. I tre strumenti sono: “responsabilità, cooperazione ed educazione”.
Educazione: non si guida un’auto senza patente, così dovrebbe essere con l’Ai, nella cui giungla ci si trova buttati dal mondo d’oggi. Servono, invece, non solo “alfabetizzazione” ma “una educazione permanente” tanto per giovani e adulti quanto “raggiungendo gli anziani, i membri emarginati della società, spesso esclusi e impotenti di fronte ai rapidi cambiamenti tecnologici”.
La cooperazione è invocata a livello di famiglie, associazioni, nazioni: “Nessun settore può affrontare da solo la sfida di guidare l’innovazione digitale e la governance dell’Ai”. Servono strumenti e regole condivise contro il far west dell’uso già in atto.
Sopra ogni cosa serve responsabilità, aspetto cui il papa dedica ampio spazio. Responsabilità a partire dai singoli nella “onestà e trasparenza” d’uso. Responsabilità come “capacità di visione” tra il “dovere di condividere la conoscenza” e il “diritto di essere informati”. Responsabilità che parte dai grandi utilizzatori, dal vertice delle piattaforme online, le quali devono “assicurarsi che le proprie strategie aziendali non siano guidate dall’unico criterio del profitto, ma anche da una visione lungimirante che tenga conto del bene comune”. Quanto questo deve stare a cuore? Leone XIV lo precisa chiaramente: “Allo stesso modo in cui ognuno di essi ha a cuore ciascuno dei propri figli”. Se si preoccupa un papa, anzi il primo papa, laureato in matematica prima che in filosofia faremo bene ad ascoltarlo.
Ai: alzare la voce in difesa delle persone umane
Non è un azzardo ritenere che, contrariamente a quanto i recenti sviluppi della cronaca potrebbero indurre a credere, l’intelligenza artificiale interroghi papa Prevost più delle uscite del presidente degli Usa, Trump. Questo perché più volte il santo padre ha manifestato interesse e preoccupazione per l’Ai (Artificial intelligence), branca dell'informatica che sviluppa sistemi capaci di svolgere compiti complessi: dall'analisi di moli spropositate di dati alla generazione di testi, immagini, calcoli, suoni. Ne ha parlato fin dal suo primo incontro con i cardinali