
(Foto Uniroma1)
Rettrice Polimeni, la visita di Papa Leone XIV alla Sapienza ha una forte valenza simbolica. La seconda uscita su suolo italiano il Papa ha voluto farla proprio alla sua Università. Qual è il significato di questo incontro tra il Pontefice e la più grande università laica d’Europa?
È un gesto che accogliamo come un grande onore, allo stesso tempo, con una responsabilità. La Sapienza è un’università pubblica, laica, generalista, attraversata ogni giorno da sensibilità, culture e appartenenze diverse.
Proprio per questo l’incontro con Papa Leone XIV assume un valore particolarmente forte: è il riconoscimento di uno spazio comune nel quale istituzioni diverse possono incontrarsi attorno ad alcune grandi questioni del nostro tempo.
Sapienza nasce dallo Studium Urbis, istituito nel 1303 da Bonifacio VIII, e il suo rapporto con il Papato attraversa più di sette secoli di storia, con fasi differenti, trasformazioni profonde, anche tensioni, ma sempre dentro la storia di Roma e del Paese. Oggi questo incontro rinnova quel legame in una forma pienamente contemporanea: nel rispetto della laicità dell’università e della pluralità della nostra comunità, ma anche nella consapevolezza che sapere, formazione, dignità umana, pace e responsabilità sociale sono terreni sui quali
il dialogo è non solo possibile, ma continuamente necessario.
Lei ha parlato di questa visita come di un messaggio di pace e speranza: in un tempo segnato da tensioni, polarizzazioni e fragilità globali, che ruolo può e deve avere oggi l’università nella formazione delle nuove generazioni?
Noi intendiamo l’università come uno spazio in cui le nuove generazioni acquisiscono innanzitutto gli strumenti utili a non subire la complessità, ma a comprenderla e a governarla. Questo è ancora più decisivo in un tempo nel quale guerre, disuguaglianze, crisi ambientali, nuove tecnologie, dolorosissime migrazioni e polarizzazioni sociali rischiano di generare paura, chiusura, semplificazioni aggressive. Formare significa, certamente, trasmettere competenze solide, ma significa anche, e prima di tutto, educare al discernimento, alla responsabilità, al pensiero critico, alla capacità di leggere i fenomeni senza ridurli a slogan. Una grande università pubblica generalista come è Sapienza deve essere un luogo nel quale il confronto tra idee diverse non diventa contrapposizione sterile, ma spazio di dialogo; nel quale le differenze non vengono neutralizzate, ma rese capaci di incontrarsi e contaminarsi. Per questo ho parlato di pace e speranza. La pace non è soltanto assenza di guerra: è una cultura in continuo divenire che si costruisce attraverso conoscenza, giustizia, rispetto, cooperazione. E la speranza, per un’università, e sicuramente per Sapienza, non è un sentimento generico: è la fiducia concreta che attraverso lo studio, la ricerca e la didattica libera, la partecipazione e la cultura si possa ancora incidere sul futuro agendo nel presente.
Papa Leone XIV ha più volte richiamato l’attenzione al mondo giovanile e ai percorsi di crescita integrale. In che modo formazione e ricerca possono aiutare i giovani non solo a costruire competenze, ma anche senso critico, responsabilità e visione del futuro?
Le competenze sono fondamentali, ma da sole non bastano. Una società complessa ha bisogno di professioniste e professionisti preparati, ma anche di persone capaci di interrogarsi sulle conseguenze delle proprie scelte, sull’impatto delle tecnologie, sul rapporto tra sviluppo e giustizia, tra libertà individuale e responsabilità collettiva.
La formazione universitaria deve offrire strumenti per lavorare, certo, ma anche per comprendere. La ricerca, da questo punto di vista, ha una funzione educativa straordinaria: insegna il dubbio, il metodo, la verifica, la pazienza dell’approfondimento.
Insegna che la realtà non si possiede, si studia; che le risposte più serie nascono spesso da domande ben poste. E insegna anche qualcosa che oggi rischiamo di dimenticare: il valore dell’errore. La ricerca abitua a mettere in discussione le proprie ipotesi, a correggersi, a riprovare con metodo, rigore e apertura inattesa alla scoperta. C’è, in questo, anche una dimensione di serendipità: la capacità di riconoscere valore in ciò che non avevamo previsto, di lasciare spazio all’intuizione senza rinunciare alla solidità del metodo scientifico. Per le studentesse e gli studenti questo significa acquisire una visione del futuro non passiva, ma partecipe. L’università deve aiutarli a sentirsi non spettatori di trasformazioni già decise altrove, ma soggetti capaci di contribuire, con competenza e coscienza critica, alla costruzione di società più giuste, aperte, eque e responsabili.
L’università come “costruttrice di ponti” tra culture, saperi e generazioni: quanto è attuale questa missione e come La Sapienza la interpreta concretamente all’interno della società?
È una missione attualissima, oggi ancora più urgente. Nella visione di Sapienza, costruire ponti non significa cancellare le differenze o cercare un consenso o risposte facili. Significa creare le condizioni perché Persone, culture, generazioni e discipline diverse possano riconoscersi reciprocamente e lavorare insieme su problemi comuni. Sapienza interpreta questa funzione in molti modi: nella cooperazione internazionale, nell’accoglienza di studentesse, studenti e ricercatori provenienti da contesti difficili, nei percorsi di pace condotti tramite azioni di didattica e di sensibilizzazioni, nelle attività culturali aperte alla città, nei progetti di inclusione, nelle politiche per il diritto allo studio, nella collaborazione con istituzioni civili, religiose e sociali. La nostra idea di “quarta missione” nasce proprio da qui: da un’Università che non produce valore solo dentro aule e laboratori, ma che mette conoscenza, competenze e responsabilità al servizio della società, di ogni individuo, delle cittadine e dei cittadini che abitano i territori in cui l’Università insite e del Paese tutto. Essere ponte, per Sapienza, significa fare della conoscenza un bene comune, una ‘res publica’, un bene condiviso, capace di generare legami, opportunità e fiducia.
Che valore ha per studenti e ricercatori della Sapienza l’incontro con Papa Leone XIV e quale contributo può offrire il dialogo tra università e mondo etico-spirituale alla costruzione di una società più responsabile e aperta al futuro?
Per la nostra Comunità questo incontro è anzitutto un’occasione di ascolto. In un Ateneo grande e plurale come Sapienza, ciascuno lo vivrà secondo la propria sensibilità, la propria storia, le proprie convinzioni. Ma credo che per studentesse, studenti, docenti, ricercatrici e ricercatori, e per il personale tecnico e bibliotecario, incontrare una figura che richiama il mondo alla pace, alla dignità della persona, alla fraternità e alla responsabilità verso i più fragili possa rappresentare un momento significativo di riflessione.
Il dialogo tra università e dimensione spirituale non sottrae nulla alla laicità della conoscenza.
Al contrario, può aiutarci a porre con maggiore profondità alcune domande essenziali: a che cosa serve il sapere? Quale idea di persona vogliamo mettere al centro dello sviluppo? Come possiamo governare insieme l’innovazione senza perdere il senso dell’umano? Una società più aperta al futuro nasce anche da questa capacità di tenere insieme competenza e coscienza, libertà e responsabilità, ricerca e dignità. È in questo spazio di dialogo rispettoso che l’università può dare un contributo decisivo, forte della sua identità di Ateneo pubblico, laico e generalista.

