La notizia rimbalzata sulle prime pagine dei giornali nei giorni scorsi merita una riflessione che vada oltre il resoconto giuridico. La Corte d’Appello di Bari ha disposto la trascrizione in Italia dell’atto di nascita di un bambino nato in Germania, riconoscendo ufficialmente tre genitori: la madre biologica e due uomini uniti in matrimonio. Per la prima volta nel nostro ordinamento, la “genitorialità plurima” entra nel registro anagrafico di un minore. La difesa dei due padri ha parlato di “bene superiore del bambino” e di “progetto genitoriale condiviso”. L’espressione è tecnicamente neutra, quasi manageriale: un accordo tra parti che condividono un obiettivo. Ma la generazione di un essere umano non è un progetto tra pari. È un atto che chiama in causa strutture antropologiche profonde: la differenza sessuale, la filiazione, il legame di origine. Parlare di “progetto” significa già spostare il baricentro dal figlio — che viene al mondo senza averlo scelto — all’adulto che lo desidera. Il figlio cessa di essere un dono e diventa l’esito di una pianificazione. Non è una scivolata lessicale: è una ridefinizione dell’atto generativo in termini di volontà soggettiva e di contratto.
Ciò che colpisce nella ricostruzione dei fatti è la posizione della madre biologica. Ella ha concepito naturalmente il bambino, lo ha riconosciuto alla nascita, ma di fatto non lo ha cresciuto: il figlio è stato affidato fin da subito alla coppia maschile. La donna figura nell’atto di nascita come genitore, ma la sua maternità si esaurisce — sul piano effettivo — nell’atto della gestazione e del parto. Non si tratta, giuridicamente, di maternità surrogata; ma sul piano antropologico la distinzione rischia di essere sottile. Ciò che rimane è una donna che ha messo al mondo un figlio destinato, per accordo preventivo, ad altri.
La categoria di “riproduttrice” che affiora spontanea non è un’accusa, ma una domanda: c’è ancora maternità, in senso pieno, dove la cura non segue il parto? E il bambino, che ha tre genitori registrati, ha di fatto una madre che lo cresce?
Ogni persona porta in sé una domanda di origine: da dove vengo, chi sono, a chi assomiglio. Questa domanda non è soltanto psicologica, ma ontologica. La tradizione bioetica — e il diritto internazionale dell’infanzia — riconosce al minore il diritto a conoscere le proprie origini e, per quanto possibile, ad essere cresciuto dai propri genitori biologici. Nel caso in questione, il bambino ha un padre biologico che lo cresce, ma in una configurazione familiare che lo priva fin dalla nascita di una madre quotidiana. La terza figura genitoriale — il secondo padre, legato al primo da un matrimonio e non da alcun legame biologico con il bambino — è entrata nella sua vita per via adottiva, per soddisfare un desiderio di riconoscimento. È legittimo chiedersi: questa architettura è stata pensata nell’interesse del bambino, o nell’interesse degli adulti che lo circondano?
Il principio del “best interest of the child” è uno degli assi portanti del diritto minorile contemporaneo. Ma il suo contenuto non è mai autoevidente.
dipende dal quadro antropologico entro cui viene interpretato. Se si assume che l’affetto degli adulti sia il solo parametro rilevante, allora qualunque configurazione affettiva stabile è equivalente. Se invece si riconosce che il bambino ha bisogno, oltre che di cure, anche di un’identità di origine strutturata e comprensibile — di sapere chi è la madre che lo ha generato, perché non vive con lei, quale posto occupa nel mondo — allora il “bene superiore” non si risolve nel numero dei genitori presenti, ma nella qualità simbolica e relazionale della sua collocazione nel mondo.
La vicenda di Bari non è un caso isolato: è l’espressione di una tendenza più ampia a rimettere in discussione le strutture elementari della parentela — madre, padre, figlio — in nome della fluidità dei desideri adulti. La bioetica non può ignorare questa tendenza, né liquidarla con argomenti puramente confessionali. Essa deve tornare a interrogare che cosa significhi generare un essere umano, quale responsabilità comporti, e in che modo la struttura familiare non sia un costrutto arbitrario ma una risposta, elaborata dall’esperienza umana nel tempo, ai bisogni profondi di chi viene al mondo.

