Ha senso oggi, in piena “terza guerra mondiale a pezzi”, nella crisi del multilateralismo e nell’era dei nazionalismi, celebrare l’Europa e il processo di integrazione continentale? Domanda legittima nella ricorrenza del 9 maggio, appunto “Festa d’Europa”.
Per provare a imbastire una risposta credibile occorre tornare al 9 maggio 1950, giorno della “Dichiarazione Schuman” che, nel drammatico dopoguerra, pose le basi del cammino verso un’Europa pacificata e unita.
Prendendo la parola nella sede del ministero degli Esteri francese, il titolare del dicastero, Robert Schuman, quel giorno tenne un breve discorso in cui in principio affermava: “La pace mondiale non potrà essere salvaguardata se non con sforzi creativi, proporzionali ai pericoli che la minacciano. Il contributo che un’Europa organizzata e vitale può apportare alla civiltà è indispensabile per il mantenimento di relazioni pacifiche”. L’Europa, impoverita dal conflitto mondiale, divisa al suo interno dalla Cortina di ferro, doveva ritrovare la strada della pacificazione per potersi dedicare alla ricostruzione materiale e morale, per creare sistemi democratici solidi che evitassero il ritorno delle dittature e per maturare gli anticorpi alle guerre. Nel disegno di Schuman, condiviso con statisti del calibro del presidente del Consiglio italiano De Gasperi e del cancelliere tedesco Adenauer, la pace risultava il grande obiettivo da perseguire, mentre la strada da percorrere era una progressiva convergenza sul piano economico (sviluppo industriale, mercato unico, abolizione delle dogane, promozione del lavoro) che avrebbe poi richiesto e generato una costruzione politica comune.
Dalla “Dichiarazione Schuman” prenderà forma la Comunità europea del carbone e dell’acciaio (Ceca, 1951), seguita dalla Comunità economica europea (Cee, 1957): sei i Paesi fondatori: Francia, Germania, Italia, Paesi Bassi, Belgio e Lussemburgo. L’evoluzione successiva di queste comunità sarà segnata dal consolidamento delle istituzioni di Bruxelles e Strasburgo (Parlamento, Consiglio e Commissione), da nuove adesioni (fino agli attuali 27 Stati membri) e da ulteriori competenze politiche assegnate all’Unione europea (nuovo nome dal Trattato di Maastricht del 1991).
Per queste ragioni il 9 maggio è la “Festa d’Europa”.
Nella Dichiarazione del 1950 si specificava: “L’Europa non potrà farsi in una sola volta, né sarà costruita tutta insieme; essa sorgerà da realizzazioni concrete che creino anzitutto una solidarietà di fatto”. La politica e la democrazia richiedono tempo, conoscenza della realtà, ascolto dei bisogni delle persone e delle comunità, disponibilità al confronto per cercare soluzioni condivise, capacità progettuale, vera solidarietà, sguardo lungo e – allo stesso tempo – estrema e saggia concretezza. Buone regole che valevano allora e che dovrebbero guidare le scelte politiche di oggi, in un contesto ben diverso, pur nel triste ritorno delle guerre.
Oggi l’Europa deve affrontare l’invecchiamento demografico, le migrazioni, il cambiamento climatico, le pressioni esterne (conflitti e richiesta di sicurezza, spietata concorrenza economica, dazi e instabilità dei mercati) e le derive interne (nazionalismi, rigurgiti fascisti, fragilità delle democrazie, distanza dei cittadini dalle istituzioni e scarsa percezione della “cittadinanza europea”).
Di recente Papa Leone – in continuità con i messaggi “europeisti” dei suoi predecessori – ha affermato: “Uno dei problemi della politica negli ultimi anni è la costante diminuzione di sintonia, collaborazione e coinvolgimento reciproco tra il popolo e i suoi rappresentanti. Occorre ricreare un tessuto di ‘popolo’, un contatto personale fra il cittadino e il deputato, per poter rispondere efficacemente alla luce dell’orizzonte ideale ai problemi concreti delle persone. Ricorrendo ad una metafora potremmo dire che nell’era del ‘trionfo digitale’, l’azione politica autenticamente orientata al bene comune richiede un ritorno all’‘analogico’”. Per poi aggiungere: “È forse questo il vero antidoto a una politica spesso urlata, fatta solo di slogan, incapace di rispondere ai bisogni reali delle persone. Per vincere una certa disaffezione alla politica occorre riconquistare le persone andando ad incontrarle personalmente e ricostruendo una rete di rapporti sul territorio, in modo che tutti si possano sentire parte di una comunità e partecipi del suo destino”.
Persone, territori, comunità e destino comune:
in queste osservazioni di Robert Prevost c’è una sintesi della buona politica che vale anche per il futuro dell’Europa. Questo mondo tribolato ha ancora bisogno di un’Europa “esemplare”: una Unione di pace, terra della democrazia, dei diritti e del benessere, modello di concordia, con una visione progettuale sul futuro. Un’esperienza di “unità nella diversità”, percorso politico assolutamente originale, il quale ora richiede di affrontare le proprie incongruenze, di superare divisioni e ritardi nell’azione, di realizzare alcune indilazionabili riforme istituzionali e del protagonismo dei cittadini per restare al passo coi tempi. Ed essere ancora – nell’epoca dei vecchi e nuovi protagonisti della scena globale, come Cina e India, Usa e Russia, Giappone e Corea, India, Sudafrica o Nigeria – quella voce di pace di cui c’è estrema necessità.

