India: donne Thakor, la difficile emancipazione. Lavoro e diritti, sfida quotidiana

Nello Stato indiano del Gujarat non è previsto che le donne possano possedere la terra. Eppure sono proprio loro a coltivarla, anche con nuove forme di mutuo aiuto. Determinante il sostegno della Fondazione Magis Ets (Movimento e azione dei Gesuiti - Insieme per lo sviluppo). La testimonianza di Francesca Flosi nel nuovo numero di “Popoli e Missione”

(Archivio fotografico Magis)

Per le donne rurali Thakor, comunità etnica nello Stato indiano del Gujarat, non è previsto possedere la terra. La lavorano continuamente, al posto dei mariti, dei padri o dei fratelli spesso emigrati nelle grandi città, ma non hanno il diritto alla proprietà che, per cultura, tradizione e prassi, spetta solo all’uomo. Eppure, le donne non abbandonano i campi: li coltivano con costanza, passione, fatica, senza guadagnare niente, né vedere nessuna prospettiva di miglioramento del loro status sociale. Spesso, per mantenere la famiglia, che è tutta sulle loro spalle, sono costrette a ricorrere agli usurai: è l’inizio di un processo che genera ulteriore povertà, violenze, sfruttamento.

Istruzione e indipendenza. L’esclusione dall’asse ereditario non è legge dello Stato. Anzi, c’è da dire che esiste una legislazione che tutela le donne, garantendo loro diritti sociali ed economici dei quali, però, le lavoratrici agricole Thakor non sono quasi mai al corrente a causa del loro basso livello di istruzione. Ecco perché i Gesuiti hanno sentito la necessità di avviare un percorso di sostegno, empowerment ed emancipazione che le aiuti a prendere coscienza dei loro diritti e che promuova la loro leadership nel settore agricolo, con un’attenzione particolare all’ambiente e ai cambiamenti climatici. Promotrice di questo percorso è la Fondazione Magis Ets (Movimento e azione dei Gesuiti – Insieme per lo sviluppo), opera della Provincia euro-mediterranea della Compagnia di Gesù che coordina e promuove attività missionarie e di cooperazione internazionale. Francesca Flosi è la responsabile dei progetti in Asia ed è lei a descrivere in cosa consiste, nel concreto, l’accompagnamento delle donne rurali Thakor: “Vista la complessità del percorso, ci siamo dati tre anni di tempo per incidere sensibilmente su una presa di consapevolezza e iniziare a vedere dei sostanziali benefici. È fondamentale il lavoro che fa il nostro partner locale Sangath, Centro di formazione dei gesuiti attivo a Madosa (città del Gujarat, ndr) dal 1988. Nella persona del suo direttore e con il resto dello staff, si fa presente in 20 villaggi e agisce su due direzioni: da una parte, formare, sensibilizzare e informare le donne in merito ai diritti sociali di cui godono; dall’altra, aiutarle a raggiungere, almeno in parte, un’indipendenza economica”.

L’accompagnamento delle vedove. Il problema della vedovanza è molto sentito e diffuso. Alcune vedove sono tali nel senso stretto del termine, in quanto i mariti sono deceduti; altre sono donne sole, perché i coniugi sono emigrati nelle città in cerca di lavoro ma, di fatto, sono spariti, lasciando l’intera famiglia sulle spalle delle mogli. Le vedove sono spesso esposte a gravi forme di esclusione sociale e stigmatizzazione, oltre ad avere un accesso fortemente limitato alle opportunità economiche. Le donne Thakor vivono una condizione segnata da sfide di carattere sociale, economico e sanitario, profondamente influenzate da persistenti disuguaglianze strutturali. Per questo è fondamentale metterle a conoscenza dei diritti che lo Stato riserva loro, ma anche accompagnarle fisicamente negli uffici, per la compilazione dei moduli che sono scritti in gujarati, lingua ufficiale dello Stato, “ma le donne parlano thakori, una forma di dialetto locale, e sono spesso analfabete”, spiega Flosi. Grazie all’opera di Sangath, sono state supportate 856 vedove con una rete di sostegno e partecipazione. Tra queste, 328 donne sono state coinvolte attivamente in iniziative di advocacy e in campagne di promozione dei diritti, mentre 90 hanno visto registrato a loro nome il proprio appezzamento di terra: un risultato concreto e rivoluzionario per la cultura Thakor, fino a pochi mesi fa inimmaginabile. “Tutto ciò è frutto di un lavoro costante, quotidiano, paziente, fatto di visite nei villaggi, tempo speso in cerchio a parlare, ascoltare, discutere. Io stessa, qualche volta, ho accompagnato il direttore di Sangath e mi sono accorta quanto sia lento questo processo: le donne inizialmente sono un po’ resistenti ad aprirsi e solo dopo alcuni mesi abbiamo visto dei cambiamenti”, confessa la responsabile del progetto.

(Archivio fotografico Magis)

A scuola di tecniche agricole. Accanto alla presa di coscienza dei propri diritti, c’è l’implementazione della formazione delle lavoratrici tramite brevi corsi presso l’Anand Agricolture University e incontri con piccoli agricoltori sulle varie forme di coltivazioni. L’obiettivo è quello di mettere le donne in grado di guadagnare il necessario per vivere, raggiungendo, almeno in parte, l’indipendenza economica. “Stiamo introducendo l’agricoltura biologica nelle comunità Thakor, soprattutto con la produzione del vermicompost, un sistema di compostaggio prodotto con l’utilizzo dello sterco di vacca e di vermi”, spiega Flosi. Le donne utilizzano questo concime nei loro campi, ma si sono organizzate anche per la vendita, sostenute dallo staff di Sangath. Inoltre alcune di loro hanno deciso di piantare erbe medicinali o spezie, usate in parte per il consumo familiare e in parte per ricavarne profitto.

Il mutuo aiuto. Recentemente hanno cominciato anche a sostenersi economicamente a vicenda, all’interno di uno stesso villaggio. Quanto hanno ideato è una sorta di accesso al microcredito autogestito, grazie a conti bancari aperti con i guadagni delle vendite di prodotti agricoli e vermicompost: a questo denaro è possibile accedere chiedendo un prestito nel caso in cui una lavoratrice abbia bisogno. Il meccanismo aiuta a stare lontane dallo strozzinaggio e responsabilizza nella gestione della contabilità. “Mi colpisce scoprire che donne della mia età, segnate nel volto per il duro lavoro fisico e addirittura già nonne, sono sempre motivate, pronte a partecipare, a imparare; tutt’altro che rassegnate. Il desiderio di migliorare la propria condizione di vita e quella dei loro familiari – conclude Flosi – si legge sempre sui loro volti. La loro determinazione è straordinaria: nonostante siano spesso discriminate e marginalizzate, continuano a lottare, mostrando forza e impegno in ogni azione quotidiana”.

*redazione Popoli e Missione

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