“È un uomo mite, capace di ascolto e accoglienza, eppure fermo sui principi della fede”. Padre Alejandro Moral Antón, alla guida dell’Ordine di Sant’Agostino dal 2013 al 2025, è stato per dodici anni vicario generale di Leone XIV, fianco a fianco nel governo dell’Ordine. Concluso il mandato, presta ora servizio a Buenos Aires, dove sperimenta per la prima volta la vita parrocchiale: “Sono sereno e felice”. A un anno dall’elezione, ricostruisce il profilo del Pontefice.
Il recente viaggio africano ha mostrato un Papa sorridente, a suo agio, quasi in famiglia. Che immagine le è rimasta?
Quella di un pastore che conosce in profondità un continente spesso dimenticato. Come suo vicario ho percorso l’Africa al suo fianco in più occasioni durante i dodici anni del suo generalato: ne conosce le ferite, le attese, la vitalità.
Sente come urgente la necessità di raggiungere popolazioni che attendono un messaggio di speranza.
Gli africani vivono in una dimensione altra: mancano di molte cose che noi diamo per scontate, ma accolgono l’essenziale con una freschezza che ci interroga. Aveva detto sin dall’inizio che il primo viaggio sarebbe stato in Africa. Per lui era decisivo: un pellegrinaggio pensato per la gente, per stare fisicamente in mezzo a loro.
Il tema della pace attraversa il pontificato come un filo rosso. Da dove nasce questa insistenza?
Per lui la pace è la grande sfida a cui il Vangelo chiama. Non a caso il suo primo saluto dalla Loggia è stato “La pace sia con voi”. Per i credenti, la pace è frutto della fraternità, della comunione in Cristo risorto. Il Papa lo ripete con forza: va costruita, perché la guerra distrugge tutto e tutti, e nulla vi si guadagna. È anche il cuore del carisma agostiniano: fare della fraternità la misura di ogni rapporto umano.

(Foto Vatican Media/SIR)
In aereo, tornando dal Camerun, ha chiarito di non voler polemizzare con Trump, pur senza rinunciare ad annunciare il Vangelo. È un tratto che riconosce in lui?
Assolutamente. Il suo stile è cristallino. Non intendeva colpire nessuno in particolare: voleva affermare un principio universale, ovvero che costruire la pace è dovere di tutti.
Si rischia di scambiare la sua pacatezza per debolezza, ma si tratta di un uomo radicato in ciò che fa.
È fermo, ma interviene solo dopo aver compreso a fondo la realtà. Io, da confratello, non posso nascondere un rammarico: certe scelte di Washington e Tel Aviv stanno portando distruzione. I terroristi sono malvagi, è indiscutibile, ma la risposta talvolta è sproporzionata, e a pagare sono sempre i civili.
Siamo di fronte a un pontificato immerso in un mondo ferito: Ucraina, Gaza, Iran, intere aree del continente africano.
Oggi si contano circa cinquanta conflitti aperti. Un’escalation in Iran produrrebbe ripercussioni economiche globali. Eppure esistono aree altrettanto martoriate verso le quali non si muove nulla, perché non ci sono interessi economici. Manca la volontà di dialogare. Si coltiva l’illusione che eliminando l’avversario si risolva il problema. Ma nulla finisce così: ne arriveranno altri, spesso peggiori. Lo abbiamo visto nell’Iraq successivo a Saddam Hussein, lo vediamo oggi in Siria, dove i cristiani vengono perseguitati nel silenzio generale.
Quale opera sta compiendo Leone XIV dentro la Chiesa?
Un grande lavoro ad intra. Procede con gradualità, con la saggezza che gli è propria. Conosce bene la realtà e sta collocando le persone giuste perché la macchina vaticana funzioni. Alcuni interventi sono stati incisivi, ma sempre portati avanti con discrezione.
È una personalità salda, che non umilia mai l’interlocutore: agisce con fermezza e serenità al tempo stesso.
Emerge con chiarezza la sua attitudine a costruire ponti: dentro la Chiesa, ma anche oltre i confini del cattolicesimo.
Ci sta lavorando intensamente. La scelta di aprire il viaggio in Africa dall’Algeria ha legato i luoghi agostiniani a un messaggio forte verso il mondo musulmano: il dialogo interreligioso è possibile, nonostante le tensioni in Medio Oriente. Anche sul Cammino sinodale tedesco, da prefetto del Dicastero per i vescovi, Papa Francesco lo aveva voluto in prima linea proprio per il suo stile: affrontare le tensioni senza produrre strappi. Straordinario anche quanto sta facendo con gli Anglicani.
Lo ritrova uguale all’uomo che conosce da tanti anni, o qualcosa in lui è cambiato?
Non è cambiato affatto. Parlandoci, mi ha detto: “Tu mi conosci, sai come sono”. E come accade tra amici veri, non gli pongo domande su questioni a cui so che non potrebbe rispondere.
È esattamente come appare.
A parte il peso enorme che si porta sulle spalle, è lo stesso di sempre.
Se dovesse indicare un aspetto di questo anno da valorizzare in modo particolare, quale sceglierebbe?
Il dialogo che sta coltivando con i cardinali, come conferma anche la lettera che ha loro indirizzato. È un dialogo di cui la Chiesa ha profondo bisogno. L’abbiamo sperimentato anche tra noi agostiniani: è vitale. Quel dialogo, insieme a quello interconfessionale e interreligioso, rappresenta la chiave sia del cammino di pace sia della comunione ecclesiale.

