“Dio è straziato dalle guerre, non sta con i prepotenti. Senza morale la democrazia diventa tirannia”. Non c’è ambiguità nelle parole del Papa agostiniano Leone XIV, che arrivano dalla città algerina di cui sant’Agostino fu vescovo tra il 400 e il 430. È un grido rivolto al mondo intero, a chi governa preferendo la forza al diritto, le vie della guerra alle vie della pace. Ed è una risposta “senza paura” a Donald Trump, che lo ha definito “debole e pessimo nella politica estera”.
Perché l’uomo più potente della Terra attacca con violenza un uomo che non ha eserciti né bombe, non ha ai suoi ordini i miliardari della Terra e la loro potenza tecnologica? Non riuscendo ad arruolare il Papa tra i suoi sostenitori, ha deciso di delegittimarlo, arruolando direttamente Gesù Cristo. Perché Trump non accetta limitazioni al suo potere. Non tollera che Leone XIV non si schieri dalla sua parte e denunci che l’uso della forza per regolare le contese, il disconoscimento dei diritti delle persone e dei popoli non sono la via giusta per portare la pace. Di certo non lo sono per chi si dice cristiano.
“Io non sono un politico, non voglio entrare in un dibattito – ha detto Leone –. Non penso che il messaggio del Vangelo debba essere abusato come alcuni stanno facendo. Io continuerò a parlare forte contro la guerra, cercando di promuovere la pace, il dialogo e il multilateralismo con gli Stati per trovare soluzioni ai problemi. Troppa gente sta soffrendo oggi, troppi innocenti sono stati uccisi e credo che qualcuno debba alzarsi e dire che c’è una via migliore”.
Pochi giorni prima, nella preghiera per la pace a San Pietro, il papa era stato ancora più chiaro, richiamando la necessità di “un argine a quel delirio di onnipotenza che attorno a noi si fa sempre più imprevedibile e aggressivo”, di fronte a un mondo diventato “un incubo notturno”, in cui “la realtà si popola di nemici”. Ha denunciato come “il nome santo di Dio, il Dio della vita” venga “trascinato nei discorsi di morte”. Per finire con l’implorare: “Basta con l’idolatria di se stessi e del denaro! Basta con l’esibizione della forza! Basta con la guerra!”.
Trump e Leone, due visioni opposte e inconciliabili: da un lato la logica della deterrenza, della potenza, della forza come unico criterio; dall’altro, la logica del dialogo, del limite morale, del rispetto, del diritto internazionale.
C’è chi parla di instabilità mentale, di narcisismo maligno di Trump. Ma nessuno riesce a frenarne lo slancio distruttivo. Nonostante il calo di popolarità, negli Usa le sue politiche sono ancora sostenute da una buona parte di quel mondo “MAGA”, il movimento politico e culturale conservatore e nazionalista che lo ha portato alla Casa Bianca. Le azioni di governo, fatte di dazi, espulsioni di massa, minacce alla Groenlandia (e non solo), rigetto di accordi e agenzie internazionali che combattono fame, discriminazioni e povertà, sono tutti temi propri della cultura Maga. Zoccolo duro di questo mondo sono gruppi e associazioni cristiane, tradizionaliste, evangeliche e cattoliche, che hanno visto in Trump un nuovo messia.
Continueranno a sostenerlo oppure gli negheranno l’appoggio alle elezioni di medio termine, a novembre, ponendo un freno a Trump qualora i democratici ottenessero la maggioranza sia alla Camera che al Senato? Un Trump azzoppato, ma pur sempre presidente, accetterebbe la sconfitta o reagirebbe con violenza, come ha già fatto dopo la vittoria di Biden?
Commentando l’attacco a papa Leone, qualcuno ha parlato di uno “scisma di Trump”. Il rischio che una parte dei cristiani continui a sostenerlo anche nella sua guerra al papa, come fa il cattolicissimo vice presidente Vance, non è scongiurato. Ed evoca possibilità di spaccature più profonde e rischiose tra i cristiani e nella società civile americana. Anche se i vescovi statunitensi, seppure in parte conservatori, si sono schierati compatti in difesa di Leone XIV, bollando come “denigratorie” le parole del presidente.
Lo scontro Trump-Papa ha conseguenze pesanti anche sulla politica italiana, costringendo a prendere posizione anche i simpatizzanti “Maga” di casa nostra. Persino la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, trumpiana convinta (sostenitrice, come Salvini, del Premio Nobel per la Pace a Trump!), ha dovuto schierarsi. Con il suo slogan “Dio, patria e famiglia”, non poteva certo accodarsi a Trump nelle accuse al papa. Bollando come “inaccettabili” gli attacchi a Leone XIV, è stata prontamente scaricata dal presidente: “Sono scioccato – parole di Trump – pensavo avesse più coraggio. Mi sbagliavo. Non vuole aiutarci sull’Iran. Non abbiamo più lo stesso rapporto”.
Da qualche tempo, a Meloni e ai sovranisti italiani sembrano andare tutte storte: alla pesante sconfitta al referendum è seguita la disfatta elettorale dell’amico Orbán in Ungheria, e ora la sconfessione di Trump. Evaporano così i due sogni meloniani: fare da mediatrice privilegiata tra gli Usa e l’Europa, e portare avanti il progetto sovranista condiviso e coltivato con Orbán. Che, complice l’eccessiva vicinanza a Trump, il vento stia davvero cambiando?
Per Meloni e la destra italiana potrebbe anche essere una buona occasione per riavvicinarsi all’Europa, non senza difetti, ma ormai unico riferimento di democrazia, di diritti, di speranza di pace nel gran caos del mondo.

