Si è aperta con la benedizione del fuoco, sul sagrato del duomo di Pisa, la veglia di Pasqua presieduta sabato sera dall’arcivescovo Saverio Cannistrà. Tra i concelebranti anche l’arcivescovo emerito di Pisa Giovanni Paolo Benotto e il vescovo emerito di Pescia Roberto Filippini. Cattedrale piena di fedeli laici. A rappresentare l’amministrazione comunale di Pisa il primo cittadino Michele Conti. Ad inizio della liturgia ha esordito il nuovo “Exultet” da poco consegnato alla Primaziale. Ha animato la celebrazione la cappella musicale del duomo.
“Le statistiche dicono che molti che si professano cristiani pensano la risurrezione di Gesù più come un simbolo di speranza che come un fatto realmente accaduto. La cosa non deve sorprenderci né scandalizzarci, ma piuttosto indurci a riflettere e ad approfondire. Non è affatto scontato pensare la risurrezione, non abbiamo termini di paragone che ci aiutino a comprenderla e a esprimerla in parole”, ha detto mons. Cannistrà.
Per lui “c’è una sola esperienza visibile e constatabile della risurrezione e, paradossalmente, è la morte. Se si staccasse la risurrezione dalla morte, si cadrebbe immediatamente nel mito o in un simbolo della sopravvivenza dell’uomo nella memoria, nell’affetto dei suoi cari o nella prosecuzione della sua opera. La risurrezione, invece, è l’altra faccia della morte, non è vita dopo la morte, ma vita nella morte in quanto la morte è accolta da Dio. Alla parola di morte pronunciata dall’uomo sull’uomo Dio risponde con la parola di vita pronunciata sul Figlio: ‘Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento’ (Mc 1,11). La risurrezione non ha testimoni oculari, avviene nella notte. Ciò significa che avviene nel segreto del rapporto tra il Padre e il Figlio: nel momento in cui il Figlio si consegna al Padre, il Padre lo accoglie nella sua morte, le fa spazio nella sua vita divina. Nel Verbo, dice il Prologo del vangelo di Giovanni, ‘era la vita’. Ma del Verbo fatto uomo e abbassatosi fino alla morte di croce, possiamo dire che in Lui, in Gesù Cristo è anche la nostra morte trasformata in vita risorta”.
Dunque, è l’osservazione dell’arcivescovo di Pisa, “c’è un solo modo per fare esperienza della risurrezione ed è quello che Paolo ci ha indicato nel brano della Lettera ai Romani che è stato proclamato: morire con Cristo, essere sepolti con lui nella morte ‘affinché anche noi possiamo camminare in una vita nuova’. Non si tratta di una comprensione intellettuale, gnostica. Si tratta di essere intimamente uniti a Lui, come avviene nel sacramento del battesimo. Ma ciò che avviene per grazia in un attimo, dovrà avvenire di nuovo per esperienza durante tutta la vita. Forse allora è proprio qui il significato più vero e più profondo della risurrezione: la risurrezione è ciò che per tutta la vita cerchiamo, il dono che abbiamo ricevuto e che non riusciremo a gustare e a fare nostro fino a quando non coinciderà con il nostro essere, con il nostro vivere. Fino a quando non potremo dire come san Paolo: ‘Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me'”.