“Siamo invitati a guardare, a fissare, a contemplare il Cristo e la sua croce, in maniera particolare oggi, in maniera straordinaria in questa settimana, poi anche tutto l’anno liturgico”. Lo ha detto ieri mons. Benoni Ambarus, arcivescovo di Matera-Irsina e vescovo di Tricarico, durante la messa della Domenica delle Palme celebrata nella cattedrale di Matera. Al centro dell’omelia mons. Ambarus ha posto la libera adesione di Gesù alla croce, diversamente dall’umanità e dai personaggi della passione che fuggono davanti alla sofferenza. Il compito dei credenti è – ha spiegato – “condividere la croce con i crocifissi viventi della storia”. “Abbiamo ascoltato come tutti i personaggi che vengono presentati e descritti nella Passione si relazionano al Signore Gesù pensando di gestire la sua persona in qualche modo, pensando di usarlo, di servirsene”, ha aggiunto il presule: “Giuda pensa di poterlo consegnare e vendere. I sacerdoti lo comprano. Le guardie, i soldati lo strattonano, lo incoronano, lo flagellano, lo deridono. La folla, osannante qualche giorno prima, lo rifiuta preferendo Barabba. Pilato lo consegna a loro, anche se lo dice espressamente: quest’uomo è innocente e io mi lavo le mani, prendo le distanze da questo male. Ma di fatto lo decide. Pietro e i discepoli lo abbandonano. Ma in tutto questo troneggia Gesù. Non sono le persone che lo consegnano e lo spostano di qua e di là. Lui è in uno stato, in un atteggiamento di radicale consegna di amore. Cioè: fate di me quello che volete, io mi sono affidato al Padre”. Per mons. Ambarus Gesù “si lascia gestire, si mette liberamente nelle loro mani, perché l’ha fatto nella consapevolezza d’amore di consegna al Padre. Si è consegnato al Padre e beve il calice fino in fondo. Che grande mistero questo: potersi opporre nell’essere schiacciato e trattenersi, avere il potere di evitare il tutto e accettare invece il tutto in una consegna di amore. È l’onnipotenza di Dio”. Il presule evidenzia che nessuno vuole la Crice nella vita: “ogni giorno è una faticosa lotta per non averla, per non doverla portare e poter fare a meno della croce”. Tutti, “ogni giorno, le persone della Passione fanno così”. E oggi “questa cosa si sta verificando a livello internazionale dove i potenti scaricano sui deboli il costo dei loro insuccessi, delle loro frustrazioni o delle loro immaturità irrisolte. Oggi ci sono strutture pubbliche di potere, ma anche noi, che siamo piccoli potenti, con estrema facilità mandiamo e scarichiamo su qualcun altro il peso. Si verifica letteralmente quello che dicono i latini: mors tua, vita mea. Meglio che muori tu piuttosto che io, meglio che soffri tu piuttosto che io”. Gesù “rimane sulla croce affinché tutti sappiamo che Lui, il Dio nel quale crediamo, non le manda le croci della nostra vita, ma le condivide con noi. Non scende affinché possa stare vicino a ciascuno di noi, per sempre, e incoraggiarci a non disperare, a continuare a camminare nella vita, anche quando la croce si fa pesante nella nostra esistenza. Non scende affinché possiamo sentire accanto a noi il suo respiro affannoso. È un respiro di amore, di condivisione, di donazione, di incoraggiamento verso ciascuno di noi”. Lui sale sulla Croce così che tutti i disperati della storia “possano sapere che Dio è lassù nei cieli, ma anche quaggiù sulla terra, accanto a noi, accanto ai crocifissi, quando noi siamo crocifissi sul letto di un dolore, di un fallimento, di un lutto, di una malattia, quando siamo schiacciati dall’esistenza. Lui non scende perché possiamo sentire la sua vicinanza”: “compito tremendo ed entusiasmante per noi credenti: condividere la croce con i crocifissi viventi della storia”.