Domenica delle Palme: mons. Pellegrini (Concordia-Pordenone), “guardando il Crocifisso scorgiamo i volti di chi vive l’orrore della guerra”

“Gesù davanti al sinedrio, davanti a Pilato e davanti agli scherni dei soldati, non dice nulla. Non lancia maledizioni, non cerca scuse, non prova a convincere nessuno della propria innocenza. Egli sceglie il silenzio; non il silenzio della rassegnazione o della sconfitta, ma il silenzio dell’amore che sopporta tutto, opponendo solo il mistero della sua Passione. Certo, una sola parola sarebbe bastata al Padre per fornirgli immediatamente più di 12 legioni di angeli. Ma il Padre ha voluto che il suo stesso Figlio diffondesse il suo amore sull’umanità portando nella sua carne crocifissa tutto il peccato del mondo. Il silenzio di Gesù è l’argine che ferma l’onda dell’odio: Gesù riceve il male e lo trasforma in perdono, senza restituirlo”. Lo ha rilevato il vescovo di Concordia-Pordenone, mons. Giuseppe Pellegrini, nell’omelia pronunciata durante la celebrazione eucaristica che ha presieduto nella concattedrale di Pordenone per la Domenica delle Palme.
“Oggi, guardando il crocifisso, quel volto rigato di sangue e quel corpo appeso al legno, non vediamo solo un fatto storico accaduto duemila anni fa, ma la rappresentazione di tutta l’umanità che soffre”, ha proseguito il presule, sottolineando che “se guardiamo bene la Croce, vi scorgiamo i volti di chi vive l’orrore della guerra. Vediamo le madri che piangono i figli sotto le macerie, i padri che non sanno come proteggere le loro famiglie, i bambini a cui è stato rubato il futuro dai missili e dalle armi. Gesù sulla Croce non è un Dio lontano dal dolore: è un Dio che si è ‘immerso’ nel dolore del mondo”. “Ogni colpo di martello su quei chiodi – ha aggiunto – risuona oggi nelle esplosioni dei conflitti che insanguinano la terra. Gesù soffre ancora in ogni innocente colpito. Eppure, proprio da quella Croce, Egli continua a dirci che la violenza non ha l’ultima parola. Il Crocifisso è l’unico che può capire chi soffre, perché Lui è lì, accanto a loro”.
Per vivere autenticamente i giorni della Settimana Santa, il vescovo ha suggerito tre passi concreti: custodire il “silenzio dell’ascolto”, riducendo il rumore di tv e social per sostare davanti al Crocifisso; “farsi cirenei” per offrire conforto a chi porta croci pesanti come la malattia, la solitudine o la fatica economica; “pregare per la pace con il digiuno del cuore”, compiendo rinunce e gesti di penitenza per non guardare alle tragiche notizie con distacco. “Andiamo incontro a questa Pasqua – l’esortazione conclusiva – non con la paura della sofferenza, ma con la certezza che dopo il silenzio del Sabato Santo, esploderà la luce della Risurrezione. La partecipazione alle celebrazioni del Triduo Pasquale non sia da spettatori, ma come chi accompagna un Amico carissimo: Giovedì Santo per la Cena, Venerdì santo per la Croce e la veglia pasquale per l’attesa”.

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