Pasqua in Kazakistan. Una Chiesa piccola aperta a tutti che costruisce ponti di pace

Mons. Adelio Dell’Oro racconta la Pasqua a Karaganda: in un Paese multietnico e a maggioranza musulmana, la comunità cattolica vive la missione tra bellezza e carità. Dal Centro “Faro” un segno concreto di dialogo, inclusione e speranza per tutti

(Foto Dell'Oro)

Mons. Adelio dell’Oro, vescovo di Karaganda (foto Dell’Oro)

“Il Kazakhstan è un paese che sia dal punto di vista geografico e storico, è sempre stato chiamato ad essere un ponte tra Europa e Asia. Una terra in cui convivono circa 135 etnie diverse. Eppure, per quanto ho potuto sperimentare, la popolazione è molto accogliente e capace di integrare tutti con semplicità. È un esempio di come le differenze etniche e religiose possano convivere nel rispetto reciproco e nella valorizzazione delle diversità”. Mons. Adelio Dell’Oro, milanese e dal 2015 vescovo di Karaganda, descrive così il popolo del Kazakhstan. Anche qui, in una terra a maggioranza musulmana, la piccola comunità cattolica si appresta a vivere la Settimana Santa e il vescovo Dell’Oro ha deciso quest’anno di dedicare il suo messaggio per la Pasqua 2026 al tema della pace e alla figura di San Francesco di Assisi nell’anno a lui dedicato, in occasione dell’ottavo centenario della sua morte. “La pace – spiega mons. Dell’Oro – è un problema cruciale per l’umanità, sempre, ma in modo particolare in questi tempi così difficili e dolorosi, a volte persino incomprensibili. Oggi nel mondo sono presenti numerosi conflitti — si parla di circa sessanta — alcuni meno visibili, altri invece molto evidenti, come quelli a Gaza, in Ucraina o in Iran. Noi, a livello politico mondiale, possiamo fare ben poco; però possiamo iniziare a costruire la pace nel luogo in cui ci troviamo e nel momento in cui Dio ci pone. Possiamo creare un ambiente di pace attorno a noi”.

Come si delinea la Chiesa cattolica a Karaganda?

In Kazakhstan i cattolici rappresentano circa l’1% della popolazione. Tuttavia, se il Signore ha voluto che fossero presenti, accanto agli ortodossi, in un Paese dove il 70% della popolazione è musulmana.

Io vedo così la Chiesa in Kazakhstan: chiamata a uscire con libertà e semplicità incontro alla gente.

Questa piccola Chiesa ha avuto anche il dono di accogliere nel 2022 Papa Francesco. Quale eredità vi ha lasciato?

Soprattutto l’invito a non rinchiuderci, a non conservare la fede solo dentro le sacrestie o le chiese, ma ad aprirci all’incontro con tutti. È stato significativo vedere la partecipazione di molte persone anche di altre tradizioni religiose, inclusi musulmani, alla Messa celebrata negli spazi dell’Expo di Astana.

Papa Francesco ha portato questo desiderio di apertura universale.

(Foto Vatican Media/SIR)

E come concretamente si realizza questo impegno?

In questi anni mi sembra di aver individuato due strade. La prima è quella della bellezza. La bellezza, infatti, tocca il cuore di ogni uomo, al di là della nazionalità o dell’appartenenza religiosa. Per questo, ogni anno, da aprile a settembre – perché negli altri mesi in cattedrale fa freddo – organizziamo due volte al mese concerti di musica organistica. Invitiamo organisti sia locali sia provenienti da diversi Paesi – Russia, Germania, Polonia, Slovacchia, Italia – concordando con loro anche temi di carattere religioso. In questo modo, il concerto diventa una vera esperienza spirituale e un momento di unità. Ogni volta, la cattedrale si riempie di gente: partecipano anche persone che non sono cattoliche.

È segno che la bellezza dell’arte e della musica può diventare un’occasione di incontro.

L’altra strada?

È quella della carità. La carità è la strada che permette di raggiungere ogni uomo. A Karaganda è nato e si sta sviluppando un centro di accoglienza per ragazzi con disabilità. L’abbiamo chiamato “Mayak”, che significa “Faro”. È un centro diurno aperto sei giorni alla settimana, esclusa la domenica. Attualmente accoglie 22 ragazzi, con attività sia di gruppo sia individuali, pensate per valorizzare le capacità di ciascuno. Intorno al centro ruotano tra le 20 e le 30 persone; solo la coordinatrice è stipendiata. Tutti gli altri sono volontari. Visto il numero crescente di richieste, da due anni è iniziata la costruzione di una nuova struttura vicino alla cattedrale. Spero che possa essere inaugurata entro quest’anno e che possa accogliere almeno una cinquantina di persone.

Opera “Mayak” a Karaganda (Foto Dell’Oro)

Come nasce questa iniziativa?

Anche qui da un incontro, con una ragazza, Galia Tyndamasova. Era stata abbandonata in orfanotrofio alla nascita e, a diciotto anni, si ritrovò per strada. Per tutta la vita, per sopravvivere, ha lavorato come muratrice. A un certo punto ci ha incontrati. Ricordo una sera passata insieme: abbiamo mangiato qualcosa, parlato a lungo. Quando stava per andare via, ci salutò dicendo: “Oggi, per la prima volta, ho incontrato una casa, una famiglia”. In seguito, Galia si ammalò di tumore e, nonostante interventi e cure, la sua condizione peggiorava. Viveva in un luogo terribile, una sorta di casermone dove ogni persona aveva una stanzetta di due metri per tre, mentre bagno e cucina erano in comune. Trovammo per Galia un luogo dignitoso dove visse gli ultimi tre mesi della sua vita, accompagnata con cura e affetto fino alla fine. A quel punto, il direttore della Caritas disse alle sue amiche: “Continuate a fare qualcosa”. Tra queste donne c’era una giovane mamma che aveva un figlio con autismo. Coinvolse altre mamme, e da lì è iniziato tutto. Galia è morta il 31 agosto 2021 e già a settembre è nato il Centro “Faro”. La cosa più bella è che queste mamme, che prima vivevano i loro figli come una disgrazia, oggi li chiamano “il mio tesoro”. Perché ho raccontato tutto questo? Perché tra queste mamme solo una è cattolica: le altre sono musulmane o ortodosse.

La carità è davvero la strada per incontrare tutti.

Attività all’Opera “Mayak” di Karaganda (Foto Dell’Oro)

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