Obiezione di coscienza: Lotti (Fondazione Perugia-Assisi), “Alberto Trevisan ha avuto il coraggio di aprire una strada nuova”

Alberto Trevisan - (foto: Fondazione PerugiAssisi)

“Un uomo che ha avuto il coraggio di varcare il confine e aprire una strada nuova. Nel tempo difficile che ci attende, scegliamo di percorrerla assieme”. Così Flavio Lotti, presidente della Fondazione PerugiAssisi per la Cultura della Pace ricorda Alberto Trevisan, morto il 12 marzo all’età di 78 anni. Trevisan, originario di Feltre, fu tra i primi obiettori di coscienza non violenti, che nel 1970 rifiutò di adempiere agli obblighi militari. Quando ricevette la chiamata alle armi nel corpo degli Alpini decise, inviando due lettere, di “spezzare il suo fucile” e respinse categoricamente il servizio militare, andando così contro all’articolo 52 della Costituzione. Una scelta che gli costò l’arresto e la condanna a 18 mesi di carcere, dopo aver subito tre processi. Fu liberato solamente il 23 dicembre 1972, in seguito alla legge sul riconoscimento giuridico dell’obiezione di coscienza, di cui fu tra i promotori.
“La sua vita non è stata facile – ricorda Lotti -, come la scelta che l’ha modellata. Ma è stata autentica, come la sete di libertà, di verità, di condivisione, di giustizia e di fraternità che l’ha guidata. Mi piace pensare che possa essere d’esempio per chi non si dà pace di fronte agli orrori che si moltiplicano sotto i nostri occhi. Alberto ci ha dimostrato che ‘un’altra vita è possibile’ all’insegna della nonviolenza, della pace e dei diritti umani”. “Ho spezzato il mio fucile” amava ripetere, come a dire “ho fatto la mia scelta: non voglio imparare ad ammazzare nessuno, non voglio essere un ingranaggio nella macchina repressiva della guerra”. “Vale la pena di far risuonare queste sue parole tra le giovani generazioni – sottolinea Lotti -, mentre i vertici di tanti governi europei cercano nuovamente di farne carne da cannone. Chi ama i propri figli non li manda a morire in guerra”.

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