Libano: la visita del nunzio Borgia a Deir Mimas sotto le bombe. P. Toufic, “La carezza del Papa in mezzo alla guerra”

Questa mattina il nunzio apostolico in Libano, mons. Paolo Borgia, ha visitato il villaggio di Deir Mimas, nel sud del Paese, "un segno concreto di vicinanza della Chiesa alle comunità colpite dalla guerra" dice al Sir il parroco, padre Toufic Bou Merhi. In piena area di conflitto tra Israele e Hezbollah, mentre nella chiesa del villaggio si svolgeva l’incontro con i fedeli, tre bombe sono cadute non lontano dall’abitato.

(Foto T. Bou Merhi)
“Questa mattina nel nostro villaggio di Deir Mimas è arrivato il nunzio apostolico Paolo Borgia; ci ha portato la carezza di Papa Leone XIV, la sua vicinanza e la sua preghiera”: a raccontarlo al Sir ‘ padre Toufic Bou Merhi, frate della Custodia di Terra Santa e parroco latino di una vasta area del sud del Libano che comprende le città bibliche di Tiro e Sidone fino a Naqura, dove ha sede la missione di pace delle Nazioni Unite Unifil – che ospita anche militari italiani – fino a Deir Mimas, appunto, e alle montagne che si affacciano sul fiume Litani. Si tratta della zona più calda del conflitto tra Israele e Hezbollah.

Mons. Borgia a Deir Mimas (Foto T. Bou Merhi)

Momento di consolazione. La visita del nunzio ha rappresentato un momento di consolazione per una comunità provata da mesi di bombardamenti. “Tutti i nostri fedeli, anche ortodossi, si sono riuniti nella nostra chiesa di S. Maria Assunta per accoglierlo insieme al parroco ortodosso. Lavoriamo molto bene insieme cattolici e ortodossi”, racconta padre Toufic, attualmente a Beirut, che riporta i racconti dei suoi fedeli. Nonostante la guerra, gli abitanti hanno voluto accogliere il rappresentante della Santa Sede con semplicità e generosità.
“La loro preoccupazione era quella di offrirgli qualcosa di buono e quel poco che abbiamo, in questo tempo di dolore, lo abbiamo offerto in segno di accoglienza e benvenuto. So che gli hanno preparato una ricca colazione che mons. Borgia ha apprezzato tanto”.
Il gesto di mons. Borgia è stato percepito come un atto di grande coraggio. “Ho sentito i parrocchiani incoraggiati ad andare avanti dal nunzio, non si sono sentiti abbandonati. Oggi hanno ricevuto un grande dono anche perché hanno compreso il coraggio del nunzio che ha voluto fare loro visita nonostante i pericoli”. Infatti, aggiunge, “non è sicuro muoversi in quelle zone. Durante l’incontro che si è svolto dentro la chiesa tre bombe sono cadute a non molta distanza dal villaggio facendo udire il loro fragore”, racconta il sacerdote. “Quello del nunzio è stato un atto di coraggio significativo”. Per qualche ora, afferma padre Toufic, la comunità ha potuto dimenticare l’angoscia quotidiana.
“Per qualche ora i nostri fedeli hanno potuto mettere da parte la sofferenza della guerra e gli ordini di evacuazione dell’esercito israeliano che li obbliga a lasciare le loro case e la loro terra”.
Il villaggio di Deir Mimas è tra i centri più colpiti dalla guerra nel sud del Libano. “Coloro che erano andati via nella guerra tra Israele e Hezbollah nel 2024 nel frattempo erano tornati a Deir Mimas. Oggi nel centro del Paese ci sono oltre 200 persone (prima della guerra del 2024 erano 1200, ndr.) che hanno deciso di rimanere”. Molte abitazioni sono state distrutte. “Chi abitava alla periferia del villaggio non ha più nulla perché le abitazioni sono state colpite. Anche quella del parroco ortodosso è stata colpita da un carro armato israeliano. Gli abitanti sono tutti terrorizzati e adesso vivono ritirati dentro il villaggio”. La ricostruzione appare lontana.
“Ricostruire sarà difficile perché Israele non permette l’uso di macchinari e materiali necessari alle ristrutturazioni”.
Nella memoria della comunità resta vivo il ricordo di padre Pierre El Raii, parroco maronita di Qlayaa, ucciso da un bombardamento israeliano. “Tutti lo piangiamo. Era sempre pronto ad aiutare chi era nel bisogno”.
Crisi umanitaria. Oltre ai bombardamenti, il sud del Libano deve affrontare una gravissima crisi umanitaria. “Nel nostro convento a Tiro ospitiamo quasi 200 sfollati – speiga il frate -. Stiamo dando loro coperte, cibo, materassi, cuscini, ma è solo una goccia nell’oceano dei bisogni”, racconta padre Toufic. La situazione nella città è drammatica, “un inferno”: “Sulle spiagge e nelle strade di Tiro vediamo tantissimi sfollati: intere famiglie con anziani e disabili. I più giovani si arrangiano. Dormono a terra, nelle auto, sulla spiaggia, usano l’acqua del mare per i loro bisogni”. Il fenomeno riguarda ormai tutto il Paese. “A Beirut si contano almeno 500mila sfollati. In totale dal sud del Libano sono fuggite oltre 816 mila persone. I rifugi messi a disposizione dalle autorità libanesi sono saturi, stracolmi”.
Ferite profonde. La guerra, osserva il sacerdote, lascia ferite profonde anche nelle relazioni tra le persone. “Sono tutti libanesi feriti nell’animo, nel cuore. La guerra genera odio, cattiveria, rifiuto, rancore, pregiudizi e paura verso l’altro”. Nel cuore  una domanda che riflette l’angoscia di molti libanesi:
“Possiamo odiarci tra sciiti, sunniti, cristiani? Guardarci come se avessimo la peste per via della guerra?”
Nonostante tutto, la comunità continua a resistere e a sperare. “Viviamo nell’inferno ma continuiamo a sperare che questo conflitto possa finire presto e con esso la sofferenza della popolazione”.
Padre Toufic esprime infine gratitudine per la solidarietà internazionale: “Voglio ringraziare tutte le Chiese per la vicinanza e la solidarietà. Oggi ci uniremo alla giornata di preghiera e digiuno per la pace promossa dalla Cei per dire no alla guerra e ribadire, ancora una volta, che la guerra non è mai la risposta”.

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