Nuovo ospedale tra promesse e attese

La città non può rinunciare al suo ruolo di ospedale hub di ampio territorio extra provinciale, e alla sua fama, conquistata da decenni di seria professionalità, studio e dedizione, di essere ospedale di eccellenza. Troppe attese, troppi anni di parole e promesse non mantenute, troppi dietrofront e cambi di rotta che confondono e fanno perdere tempo. Alimentano da una parte, con la retorica della politica degli annunci, l’enfasi che quello che si farà sarà l’ospedale migliore di quello che si era progettato prima; dall’altra la frustrazione e la delusione di cittadini, lavoratori e amministratori locali di vedere sempre tradite le promesse

L’ennesimo cronoprogramma sul nuovo ospedale di Cuneo presentato la scorsa settimana nel Consiglio comunale aperto ai vertici della sanità regionale, ha riacceso per qualche giorno i fari sul futuro del Santa Croce. Fari che hanno tanto di intermittenza ma sembra poco di stabile.
Come “La Guida” titolava la scorsa settimana sembra ancora “l’ennesima promessa” non supportata però da atti formali, se non una determina dirigenziale di quasi un anno fa, del giugno 2025, dal titolo “Programma di investimento per iniziative urgenti di elevata utilità sociale nel campo dell’edilizia sanitaria valutabili dell’Inail” a seguito di una delibera regionale datata 2022.
In quel programma non c’è solo Cuneo ma un lungo elenco da libro dei sogni di ospedali in tutto il Piemonte con il conto finale strabiliante di oltre 2 miliardi di euro. La Regione non sembra intenzionata a fare una scelta che favorisca Cuneo rispetto a un altro territorio.
E che le promesse siano per ora solo promesse lo conferma il fatto che la gara di affidamento del nuovo progetto prevista per il 9 marzo, come già anticipato, è stata di nuovo rimandata (la sentenza del Consiglio di Stato sarà il 12 ma se concederà la sospensiva tutto sarà ulteriormente rimandato).
Restano dunque troppe incertezze sul futuro dell’ospedale ma forse della sanità come diritto pubblico da salvaguardare.
Bene in Consiglio hanno fatto la sindaca Patrizia Manassero a chiedere garanzie sui fondi, il presidente della provincia Luca Robaldo a sottolineare i servizi di qualità che continuano nonostante gli ospedali vecchi, e la presidente della Fondazione Ospedale di Cuneo, Silvia Merlo a pretendere un cronoprogramma serio e definitivo, con la chiarezza su dove si trovino i soldi ma anche la garanzia di un governance duratura e competente e un tavolo permanente di confronto che segua l’iter di progettazione.
Cuneo non può rinunciare al suo ruolo di ospedale hub di ampio territorio extra provinciale, e alla sua fama, conquistata da decenni di seria professionalità, studio e dedizione, di essere ospedale di eccellenza. Troppe attese, troppi anni di parole e promesse non mantenute, troppi dietrofront e cambi di rotta che confondono e fanno perdere tempo. Alimentano da una parte, con la retorica della politica degli annunci, l’enfasi che quello che si farà sarà l’ospedale migliore di quello che si era progettato prima; dall’altra la frustrazione e la delusione di cittadini, lavoratori e amministratori locali di vedere sempre tradite le promesse.
Quello che importa oggi non è tanto dove e come si costruisca l’ospedale, né se debba essere totalmente nuovo o nascere da ristrutturazione e ampliamento dell’esistente: importa che si garantisca un futuro per l’Ospedale di Cuneo, che sia hub di riferimento sovraprovinciale come è, e come è cresciuto nei decenni. E che si garantisca un futuro alla sanità pubblica, ai cittadini non solo a quelli della Cuneo capoluogo. Senza indulgere in ciò che è stato e ciò che poteva essere fatto, viene da chiedersi se non sia stato fuorviante concentrarsi solo e soprattutto sul luogo dove erigere il nuovo ospedale anziché sulla garanzia che venisse fatto. Occuparsi a lungo del luogo ha forse indirettamente fornito l’alibi per i noti macroritardi.
Ma se la speranza deve essere quella che ci guida anche nei momenti più bui, il tempo “perso” finora potrebbe essere trasformato in tempo propizio, come a Cuneo hanno insegnato altre vicende delle ultime settimane, per nuove riflessioni in merito. Forse partendo dal necessario riequilibrio che tutta la sanità chiede, ma lo fanno anche i conti pubblici che sono quelli che paghiamo noi cittadini con le nostre tasse, di un nuovo rapporto tra ospedali e territorio serve rimettere in gioco alcune cose che sembrano certezze. È davvero necessario creare un ospedale da oltre 800 posti letto (le nuove Molinette a Torino ne avranno 1.040 per l’ospedale più grande del Piemonte)? Soprattutto in un’ottica di medicina moderna dove si punta alla deospedalizzazione e alla medicina del territorio. È sensata la scelta del Carle in una Confreria senza una viabilità adeguata, con un ospedale in città in cui si sono investiti negli ultimi anni milioni per le ristrutturazioni e che forse potrebbe essere ampliato negli spazi adiacenti in un nuovo disegno più completo e organico dell’offerta dei servizi ai cittadini? Un Santa Croce abbandonato sarebbe la desertificazione di un ampio quartiere. Il Carle, nell’ottica dell’integrazione con il territorio, potrebbe essere lo spazio per la lunga e post degenza che oggi ha così bisogno di spazi e posti letto?
Dopo 10 anni, il nuovo ospedale di Cuneo non ha ancora posato la prima pietra. Se le promesse parlavano di fine lavori nel 2028, la realtà del 2026 ci dice che siamo solo e di nuovo al bando di gara. La politica regionale ha cambiato idea tre volte sul modello di finanziamento, mentre il vecchio Santa Croce continua a reggersi sulla professionalità dei suoi clinici in una struttura che, è vero, fa sempre più fatica, nonostante gli interventi straordinari fatti in questi anni e nonostante una dotazione di macchinari e tecnologia all’avanguardia nel Paese, ma che è altrettanto vero continua a reggere e a servire noi utenti e farlo con un’eccellenza clinica riconosciuta a livello nazionale e un’abnegazione che va ben oltre il lavoro e la serietà professionale.
Forse servirebbe un’azione condivisa e collettiva di comunità e senza divisioni ideologiche per imporre e raggiungere un obiettivo fondamentale per il bene di tutti e il diritto alla cura.

 

(*) direttore de “La Guida” (Cuneo)

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