Verso una lunga stagione elettorale

Alla vigilia del referendum sulla giustizia, il confronto politico degenera in uno scontro istituzionale senza precedenti, tanto da spingere il Presidente della Repubblica a intervenire in difesa del Csm. In gioco non c’è il destino di un governo, ma il primato della Costituzione

(Foto ANSA/SIR)

Con il mese di marzo entra nel vivo una stagione elettorale che, partendo dal referendum sulla separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri – e non sulla giustizia, come impropriamente viene inteso – è destinata a concludersi, nella migliore delle ipotesi, con le elezioni politiche del 2027. Potrebbe prolungarsi, con toni ancora più accesi, quando si dovrà individuare il successore del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che, come è noto, concluderà il suo secondo mandato nel febbraio del 2029. Più che l’appuntamento con eventi che dovrebbero rappresentare l’esercizio più alto di chi ancora crede nella democrazia, ciò che più preoccupa è il clima di rissa in cui sono degenerati i rapporti, già tesi, fra maggioranza e opposizione, alla vigilia della data fissata per il referendum (22 e 23 marzo prossimi). Al punto da costringere il Presidente Mattarella, per la prima volta in undici anni da quando è al Quirinale, a presiedere una seduta ordinaria del Consiglio superiore della Magistratura (CSM), per difenderne il ruolo e per «ribadire il rispetto che occorre nutrire e manifestare – particolarmente da parte delle altre istituzioni – nei confronti di questa istituzione».

Un intervento più che opportuno visto il livello indecente di rissosità raggiunto dai vertici delle Istituzioni. D’altra parte, è il naturale proseguimento del clima che ha accompagnato l’iter di formazione della riforma che, come è noto, è stata approvata in Senato con il solo contributo dei partiti di maggioranza e non con l’apporto dei due terzi dei componenti, come previsto per le leggi costituzionali. Motivo per cui si è reso necessario il ricorso al referendum confermativo sul quale siamo chiamati a pronunciarci. Un metodo ben lontano dallo spirito condiviso dai nostri costituenti per i quali ogni parte della Costituzione doveva realizzarsi sempre con il concorso di tutte le forze politiche. Di più, di fronte a punti altamente divisivi – un esempio su tutti, l’attuazione dell’Ordinamento Regionale – i costituenti ebbero, allora, il coraggio di rinviare a momenti successivi l’approvazione di tali punti, rendendo, così, possibile l’approvazione della nostra Costituzione. Oggi, purtroppo, sta prevalendo uno spirito di rivalsa! La posta in gioco non è tanto la divisione delle carriere dei magistrati, quanto, piuttosto, l’organo di governo autonomo delle toghe che, fra sdoppiamento, sorteggio e sottrazione della funzione disciplinare, è destinato ad essere indebolito. La riforma prevede, infatti, il passaggio da uno a due Consigli superiori della magistratura (Csm), oltre la creazione di un’alta Corte disciplinare, nonché il ricorso a una quota di componenti estratti a sorte. Con la presunzione, deve ritenersi, che i soggetti sorteggiati risultino migliori di quelli attuali.

Se l’obiettivo era quello della divisione delle carriere si poteva provvedere con una legge ordinaria, senza “scomodare” la Costituzione. La riforma “Cartabia” del 2022, infatti, limita già ora a uno solo il passaggio di funzioni dei magistrati. Se è valida la necessità di rafforzare l’imparzialità del giudice attraverso la parità tra accusa e difesa, altrettanto valida è la necessità di garantire l’effettiva indipendenza del potere giurisdizionale, così come definito dalla Costituzione. “C’è un equilibrio tra poteri dello Stato – ha affermato il cardinale Matteo Zuppi  che i padri costituenti ci hanno lasciato come preziosa eredità e che è dovere preservare”. E, invece, saremo chiamati a pronunciarci su una riforma di revisione costituzionale, composta da otto articoli, che cambiano una norma relativa ai poteri del Capo dello Stato e sei relative alla composizione e ai poteri dell’attuale Consiglio Superiore della magistratura. Senza, peraltro, rispondere alle vere aspettative dei cittadini: una giustizia più giusta ed efficiente. Tanto rumore per nulla? L’auspicio è che, almeno, a orientare gli elettori sia il primato della Costituzione e non quello della politica. Se si vuole bocciare o promuovere il governo ci si penserà a suo tempo. Anche perché i governi vanno, la Costituzione resta.

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