Intreccia l’annuncio della Risurrezione con l’eredità spirituale di san Francesco d’Assisi, nell’ottavo centenario della sua “nascita al cielo” il vescovo di Albenga-Imperia, mons. Guglielmo Borghetti, nel suo messaggio per Pasqua. Citando Benedetto XVI, il presule ricorda che l’esistenza cristiana si fonda sulla formula “Io, ma non più io”: una risurrezione interiore che ci chiama a cooperare con lo Spirito per diventare “uomini e donne nuovi”. La Pasqua non è un rito astratto, ma una forza capace di trasformare la realtà quotidiana, le relazioni e le scelte concrete.
Al centro della riflessione la figura di san Francesco (1226-2026). Il Poverello, pur segnato dal dolore e dalle stigmate, rimane l’uomo della “letizia più limpida”. Il vescovo sottolinea come la gioia francescana non sia un’emozione passeggera legata alle circostanze, ma una “vibrazione dell’anima” che nasce dal rimanere radicati in Cristo.
Citando le Fonti francescane, mons. Borghetti invita i fedeli a fuggire la tristezza esteriore e l’oscurità del volto per riscoprirsi invece “lieti nel Signore, ilari e convenientemente graziosi” in Cristo Gesù. La gioia diventa così la conseguenza naturale di chi sa che l’Amore ha vinto definitivamente la morte. La gioia pasquale non può restare un tesoro privato, deve farsi missione. Come Maria di Magdala, ogni cristiano è chiamato a correre per annunciare: “Ho visto il Signore”. In un tempo segnato da conflitti e polarizzazioni, il vescovo indica la gioia come un vero atto di resistenza spirituale, che si concretizza attraverso cinque atteggiamenti pratici: scegliere la gentilezza come testimonianza rivoluzionaria; essere “garbatamente amabili” nei tratti e nei modi; disarmare il prossimo con l’ascolto e la mitezza; portare pace nei rapporti di ogni giorno; rifiutare il linguaggio dell’odio e del cinismo, scegliendo parole di pace.
Il messaggio si ricollega al magistero di Leone XIV, che fin dall’inizio del suo pontificato ha invitato a “disarmare le parole”. La pace non deve poggiare sulla minaccia, ma sulla capacità di sciogliere i conflitti attraverso l’empatia e il perdono.
Il vescovo conclude con un invito corale alla comunità diocesana affinché diventi “testimone credibile di luce in un mondo che ne ha profondo bisogno”. Un pensiero speciale viene rivolto alle famiglie, ai giovani, agli anziani e ai sofferenti, con l’augurio che il Risorto doni a tutti la stessa letizia che abitava il cuore di san Francesco.