Messa crismale: mons. Torriani (Crotone), la Chiesa è chiamata a essere “luogo che protegge e raccoglie”

Il rinnovo delle promesse sacerdotali “non ci riporta indietro, ma ci riporta dentro”, nel luogo in cui ciascuno ha incontrato Cristo. Lo ha detto l’arcivescovo di Crotone-Santa Severina, mons. Alberto Torriani, durante la messa crismale nella chiesa dell’Immacolata a Crotone. “Dentro – ha spiegato – il punto esatto in cui la nostra vita ha incontrato Cristo, dentro quel sì che non appartiene solo al passato, ma chiede di essere detto ancora ogni giorno. Un sacerdote, un diacono, un consacrato rinnova le sue promesse non quando le ricorda, ma quando le sceglie di nuovo”. “Non celebriamo – ha detto mons. Torriani – ciò che siamo stati, ma ciò che siamo chiamati a essere oggi”. Per il presule “si può fare molto per il Signore e, lentamente, smarrire il Signore. Si può restare fedeli nei gesti e, senza accorgersene, diventare abitudinari nel cuore. Si può continuare a dire le stesse parole, ma non ascoltare più la Parola che libera e dà vita. Per questo la liturgia parla di rinuncia, non come perdita, ma come spazio che si apre. Rinunciare a ciò che ci chiude, a ciò che ci trattiene, a ciò che — anche dentro il ministero — rischia di diventare una forma di abitudine o, peggio, di possesso”. La vocazione “non è qualcosa che possediamo, è una relazione che va custodita. E tuttavia sappiamo bene che non è sempre facile rimanere dentro questa relazione viva”: “quasi senza accorgercene, cerchiamo dei surrogati, ci rifugiamo nelle occupazioni, nei ruoli da assumere, dentro e fuori la Chiesa”. E “rinnovare le promesse significa tornare a scegliere Cristo non perché dobbiamo, ma perché lo amiamo”. Il popolo “non ci è affidato perché lo organizziamo – o peggio lo sfruttiamo – bensì perché lo accompagniamo verso Cristo. E mentre guardiamo questo popolo, ci accorgiamo anche del tempo che stiamo attraversando”. “La nostra gente si merita una Chiesa che parla una lingua e ne vive un’altra. Non si merita pastori senza un orizzonte condiviso. Se chiediamo al popolo di Dio di camminare insieme, dobbiamo essere noi i primi a farlo: non per uniformità, ma per comunione”. E poi un passaggio sui giovani: “C’è un’emergenza educativa che non possiamo ignorare, è una soglia decisiva del nostro tempo. I giovani non chiedono risposte facili, ma adulti credibili. Non percorsi già tracciati, ma presenze capaci di generare fiducia e desiderio!”. Il presule ha poi parlato della pietà popolare: “non possiamo confondere la ricchezza della pietà popolare con forme di subcultura religiosa che ci rassicurano ma non ci convertono. La pietà popolare è un tesoro quando genera cammino e conversione ma perde la sua forza quando diventa solo ripetizione senza discernimento”. “Mentre viviamo e dico tutto questo, c’è un segno concreto che ci accompagna in questi mesi: è la nostra cattedrale. Finalmente – ha detto il presule – è diventata un cantiere. E un cantiere è un luogo aperto, incompiuto, esposto. Non è ancora ciò che sarà, ma già dice una direzione. Una cattedrale in cantiere ci ricorda che la Chiesa non è mai finita, che c’è sempre qualcosa da costruire, che nessuno può chiamarsi fuori perché una comunità prende forma poco a poco, non per caso ma per cura”. La Chiesa è “chiamata a essere luogo che protegge e raccoglie, che fa spazio alle vite, alle domande, alle fragilità del suo popolo, senza esporle, senza disperderle”.

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