Autismo: Giammello (psicoterapeuta), “mediare tra desiderio della famiglia di vedere il figlio integrato e reali attitudini e necessità della persona”

“Il ruolo dell’azienda comporta una responsabilità significativa, che si traduce nel guidare l’organizzazione verso le migliori modalità di accoglienza attraverso strategie mirate a semplificare ogni processo d’integrazione”. Così spiega le finalità del progetto “Cervelli ribelli at work”, Federica Giammello, psicoterapeuta e responsabile clinica della stessa iniziativa, presentata oggi nella sede dell’Università Luiss. “Parallelamente a questo impegno sul versante professionale – continua –, è fondamentale affiancare le famiglie, le quali si trovano spesso a confrontarsi con opportunità che ritenevano impossibili. Questo supporto è essenziale per gestire il timore e l’incredulità dei genitori di fronte a un’esperienza nuova e potenzialmente destabilizzante per il ragazzo. Sebbene inizialmente possano emergere difficoltà pratiche, come la gestione degli spostamenti in autonomia, si assiste nel tempo a un’evoluzione sorprendente: il cambiamento che parte dalla sfera lavorativa finisce per influenzare positivamente l’intera esistenza della persona, segnando una differenza profonda nella sua qualità di vita. Questo percorso trasforma radicalmente le certezze consolidate e le ritualità di nuclei familiari abituati a una gestione protettiva, spesso iperprotettiva. Per una famiglia che ha costruito una zona di comfort attorno a un figlio maggiorenne, l’idea di un inserimento lavorativo può essere percepita come l’insorgere di nuove criticità. Il timore che il distacco dalle abitudini domestiche e l’ingresso in un ambiente relazionale inedito possano scatenare crisi o richiedere una revisione dei percorsi terapeutici genera ansia per il futuro. Spesso, inoltre, emerge una tendenza alla ‘normalizzazione’ forzata, dove i genitori spingono i figli verso attività standardizzate, come lo sport, ignorando il disagio del ragazzo che potrebbe sentirsi inadeguato o fuori contesto. Risulta quindi cruciale mediare tra il desiderio naturale della famiglia di vedere il figlio integrato e le reali attitudini e necessità della persona, costruendo un ponte di fiducia verso l’autonomia”.

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