Peter Thiel: mons. Staglianò, “il vero rischio non è regolare l’IA ma adorarla come nuovo soggetto dell’evoluzione umana”

“Forse l’IA non ha bisogno di limiti, ma di un’anima. E l’anima può dargliela solo un’antropologia capace di pensare l’infinito dell’umano senza cadere nell’idolatria della tecnica”. Lo scrive mons. Antonio Staglianò, presidente della Pontificia Accademia di Teologia, in un intervento pubblicato oggi. Per mons. Staglianò, la vera posta in gioco nel dibattito sull’intelligenza artificiale “non è tecnica, né giuridica: è antropologica”. La domanda preliminare a cui rispondere è: “Che uomo vogliamo che diventi?”. Il teologo propone una terza via rispetto ai “prudenti” che invocano regole e ai “prometeici” che rifiutano ogni freno, a partire dall’antropologia cristiana: “L’uomo è creato a immagine e somiglianza di Dio e porta inscritta in sé una chiamata all’infinito”. In questa prospettiva, “l’IA non va limitata in sé: ciò che conta è la direzione. Fintanto che resta strumento al servizio dell’umano che cresce nella conoscenza, nella cura, nella comunione, essa è non solo legittima, ma preziosa”. Il vero rischio, avverte mons. Staglianò, “non è che l’IA venga regolata, ma che venga adorata come nuovo soggetto dell’evoluzione umana”. Un’etica ispirata all’antropologia cristiana, conclude, non chiede “quali limiti imporre all’IA”, ma “come sviluppare l’IA perché serva la vocazione umana all’infinito”.

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