Terra Santa: card. Pizzaballa chiude il Meeting Rimini, “la sfida del dopo guerra: uscire dal ruolo di vittime”

Dal dramma della guerra alla crisi del bene comune, dalla “purificazione della memoria” al perdono, fino alla necessità di restare umani dentro il conflitto. Nel dialogo conclusivo del Meeting di Rimini, il patriarca latino di Gerusalemme, card. Pierbattista Pizzaballa, ha tracciato una riflessione che va oltre l’attualità della guerra e indica una possibile via di ricostruzione per la Terra Santa: uscire dalla logica della vittima, custodire la complessità e ricominciare dall’incontro tra persone e comunità.

(Foto Latin Parish/Romanelli)

In Terra Santa la guerra continua a scavare solchi profondi, ma la ferita più pericolosa rischia di essere quella che attraversa le coscienze. È una riflessione, richiamata anche nella sua Lettera pastorale, “Tornarono a Gerusalemme con grande gioia” dello scorso aprile, e che accompagna da mesi il patriarca latino di Gerusalemme, card. Pierbattista Pizzaballa. Al Meeting di Rimini è diventata una lettura lucida del presente e del futuro della regione. Una riflessione che non nasconde la gravità della situazione, ma che individua nella responsabilità delle persone, delle comunità e delle istituzioni religiose il primo passo per uscire dalla spirale della violenza.

Bene comune. “In Medio Oriente si è perso il senso del bene comune”, afferma il patriarca. “Sembra che ciò che guida la vita politica sia semplicemente ciò che conviene alla propria parte”. Una deriva che non riguarda soltanto la politica istituzionale ma la società intera. Per questo, osserva, sarebbe un errore affidare tutta la responsabilità ai governanti. “La politica non è soltanto l’azione di chi governa. È anche la qualità delle relazioni che esistono all’interno delle comunità, della società civile. Per questo non possiamo delegare tutto alla politica”.

Incapaci di costruire ponti. Da Gerusalemme, città nella quale convivono sofferenze, paure e diffidenze crescenti, Pizzaballa osserva una realtà nella quale le istituzioni appaiono spesso incapaci di costruire ponti. “Vediamo una debolezza evidente delle istituzioni locali e internazionali e una difficoltà sempre maggiore a lavorare davvero per il bene comune”. Eppure, aggiunge, fermarsi a questa lettura significherebbe perdere di vista una parte importante della realtà. “Non è vero che va tutto a rotoli. Dentro le società israeliana e palestinese ci sono ancora tantissime persone che continuano a impegnarsi, che mantengono viva la capacità di incontro e di responsabilità. È questo che mi fa sperare”.

Speranza, non ingenuo ottimismo. La parola speranza attraversa tutta la sua riflessione. Ma non nel senso di un “ingenuo ottimismo”. “Parlare di speranza oggi, in un contesto così lacerato e carico di odio e di rancore, può sembrare quasi fuori luogo. Per questo bisogna anzitutto chiarire che cosa non è la speranza. Non è l’attesa di una rapida soluzione politica. Non è la previsione che le cose si sistemeranno presto”. “La situazione è molto deteriorata e ci vorrà tempo. Dobbiamo essere realistici” l’ammissione del patriarca. La speranza, piuttosto, “è la coscienza di non essere soli. È un modo di guardare la realtà che nasce dalla fede e dalla consapevolezza di una presenza che accompagna la vita”.

Tel Aviv (Foto AFP/SIR)

Un ricordo. Tra gli episodi che più hanno segnato gli ultimi mesi del patriarca c’è l’incontro con circa 600 studenti dell’Università Al-Azhar di Gaza. Giovani che avevano cercato di ricostruire ciò che restava dell’ateneo per poter continuare gli studi. “Mi aspettavo domande politiche e invece mi hanno chiesto della fede, delle relazioni, della vita”. Il momento più significativo è arrivato “quando ho parlato del rifiuto della violenza come elemento essenziale dell’identità cristiana. Non avevo nemmeno finito la frase che si sono alzati tutti in piedi ad applaudire. Erano ragazzi che avevano perso la casa, che avevano avuto morti in famiglia e che volevano dire una cosa molto semplice: basta con la violenza”. È in esperienze come questa che Pizzaballa continua a intravedere segni di futuro.

“Quando pensiamo a Gaza pensiamo soprattutto alla distruzione. Ma c’è anche tanta vita. C’è una generazione che continua a desiderare di vivere, di studiare, di costruire. Finché esistono persone così, esiste una ragione per sperare”.

La disumanizzazione e la vera resistenza. Ma c’è anche il rischio della disumanizzazione. La guerra, osserva, modifica progressivamente il modo di guardare l’altro. “Le dinamiche della guerra ti abbrutiscono poco alla volta. L’altro non è più una persona ma una categoria, un nemico”. È un processo che riguarda tutti i conflitti e tutte le società coinvolte. “Se l’altro resta umano, diventa più difficile colpirlo. Per questo la guerra tende a cancellarne il volto”. La “vera resistenza”, secondo il patriarca, consiste allora nel difendere la propria umanità. “Anche quando sei immerso in quelle dinamiche devi fare di tutto perché la logica della guerra non si impossessi della tua coscienza. Se smetti di soffrire davanti a ciò che accade, hai già perso qualcosa di decisivo”.

Vittimismo. Accanto alla disumanizzazione, Pizzaballa individua un’altra tentazione che oggi attraversa la Terra Santa: “la tendenza a sentirsi vittima, e spesso l’unica vittima”. Una condizione che finisce per definire l’identità delle persone e dei popoli esclusivamente attraverso il male subito. “Questo rende impossibile qualsiasi futuro. Io non sono soltanto ciò che l’altro mi ha fatto. Sono anche altro”. Da qui nasce l’insistenza sull’incontro. “Noi ragioniamo per categorie: ebrei, palestinesi, cristiani, musulmani. Ma quando incontri un volto concreto, una storia, una persona, non puoi più generalizzare allo stesso modo”. È un passaggio decisivo perché, spiega, “il circolo vizioso della violenza si spezza soltanto quando si torna a riconoscere l’umanità dell’altro”.

Purificare la memoria. All’interno di questo percorso assume un’importanza particolare il tema della memoria, al centro anche della recente lettera pastorale del patriarca. Un passaggio che, ammette, gli è valso numerose critiche. “Parlare di purificazione della memoria è forse uno degli aspetti più contestati”. Eppure resta, a suo avviso, un nodo decisivo.

“Purificare la memoria non significa dimenticare il passato”,

chiarisce. “Al contrario: significa custodirlo senza permettere che diventi la misura unica con cui leggere il presente e costruire il futuro”. In Terra Santa convivono narrazioni storiche diverse e spesso contrapposte. “Non dobbiamo necessariamente condividerle tutte, ma almeno riconoscerle. Riconoscere la storia dell’altro significa riconoscere che l’altro esiste”. Il rischio, altrimenti, è trasmettere alle nuove generazioni “una memoria tossica” avvelenata dal rancore. “Dobbiamo consegnare ai giovani non un passato cancellato ma un passato redento. Una memoria ‘redenta’ che aiuti a non ripetere gli stessi errori e non a giustificare nuove forme di violenza”. Questo lavoro, sottolinea, riguarda tutti: scuole, università, famiglie, comunità religiose. “La famiglia è il primo luogo in cui si impara la storia. Il modo in cui i genitori raccontano il proprio vissuto finisce per plasmare anche il modo in cui i figli guardano il mondo”.

Dialogo interreligioso. Anche il dialogo interreligioso può avere un ruolo decisivo, purché non resti un esercizio formale. “Io non amo l’espressione dialogo tra le religioni. Le religioni sono un concetto astratto. A dialogare sono i credenti”. Per questo insiste sulla necessità di partire da “identità solide e non impaurite. Se l’altro mi spaventa, probabilmente temo che possa portarmi via qualcosa. Ma una persona riconciliata con la propria identità non ha nulla da perdere e molto da donare”. Dopo il 7 ottobre e la guerra di Gaza, aggiunge, il dialogo non può limitarsi ai grandi tavoli istituzionali.

“Non possiamo fare finta che nulla sia accaduto. Ci sono ferite profonde con cui dobbiamo fare i conti. Per questo servono luoghi nei quali le comunità possano incontrarsi davvero, sul territorio, nella vita concreta”.

Perdono, processo lento ma necessario. Infine, il perdono. Un tema inevitabile in una terra segnata da lutti, traumi e violenze. Pizzaballa distingue tra la dimensione personale e quella comunitaria. “A livello personale il perdono può non avere tempo. Ci sono persone che sono riuscite a perdonare persino il proprio aggressore”. A livello sociale, però, i percorsi sono più lunghi.

“Una comunità deve comprendere ciò che è accaduto, elaborarlo, guarire le proprie ferite. Solo allora può maturare un autentico cammino di perdono”.

Un processo lento ma necessario. Perché senza una guarigione della memoria e delle ferite, conclude il patriarca, non esiste una vera riconciliazione. E senza riconciliazione la Terra Santa continuerà a restare prigioniera delle proprie paure. “Le porte devono restare aperte. Sempre. Soltanto così potrà nascere una pace che non sia semplice assenza di guerra, ma riconoscimento reciproco dell’umanità dell’altro”.

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