Mentre Israele si avvicina alle elezioni legislative del 27 ottobre, considerate uno degli appuntamenti più importanti per il futuro politico del Paese, l’attenzione è concentrata sulla capacità dei diversi schieramenti di raggiungere la soglia decisiva dei 61 seggi alla Knesset, necessaria per formare un governo. La Knesset, il parlamento monocamerale israeliano, conta 120 deputati eletti con un sistema proporzionale a collegio unico nazionale e una soglia di sbarramento del 3,25%, un meccanismo che favorisce la presenza di numerosi partiti e rende spesso determinanti anche pochi seggi per la formazione delle maggioranze. I sondaggi più recenti descrivono un quadro estremamente frammentato: il partito Yashar guidato dall’ex capo di Stato maggiore Gadi Eisenkot è indicato come uno dei principali contendenti del Likud di Benjamin Netanyahu, ma nessuno dei blocchi appare oggi in grado di conquistare autonomamente una maggioranza stabile alla Knesset. In questo scenario, ogni segmento dell’elettorato può rivelarsi decisivo. È il caso della comunità drusa che, con circa 113 mila aventi diritto tra Israele e le Alture del Golan, potrebbe incidere in modo significativo sugli equilibri della prossima legislatura.

Bahij Mansour, leader druso e già ambasciatore israeliano
Ne è convinto Bahij Mansour, già ambasciatore di Israele in vari Paesi del mondo, dal 2015 al 2018 Inviato speciale per le minoranze in Medio Oriente, già presidente del Consiglio locale di Isfiya ed esponente di spicco della comunità drusa, che analizza il peso crescente di un voto potenzialmente determinante nella corsa alla formazione del prossimo governo. Le prossime elezioni israeliane potrebbero assegnare alla comunità drusa un ruolo finora inedito negli equilibri politici del Paese.
Da forza dispersa ad ago della bilancia. “Se l’affluenza resterà attorno al 52%, saranno altri a decidere per noi. Se salirà al 75% o oltre, il voto druso potrà trasformarsi da forza dispersa a elemento decisivo del sistema politico”: spiega al Sir Mansour che ricorda che gli elettori drusi in Israele e sulle Alture del Golan sono circa 113 mila. Secondo la sua analisi, infatti, la sfida elettorale non riguarderà soltanto il partito più votato, ma soprattutto la costruzione di una maggioranza parlamentare di 61 seggi alla Knesset. In questo scenario, anche poche migliaia di voti potrebbero fare la differenza. “Qualche migliaio di voti spostato da una lista all’altra potrebbe valere un seggio e, in una corsa molto equilibrata, determinare quale blocco sarà in grado di formare il governo”, osserva il diplomatico.
Alla ricerca del voto druso. Mansour sottolinea come diversi leader politici stiano cercando di intercettare il consenso dell’elettorato druso. Tra questi Gadi Eisenkot e Avigdor Lieberman, che potrebbero rafforzare il proprio appeal attraverso l’inserimento di candidati drusi in posizioni eleggibili. Tuttavia, aggiunge, gli elettori non si limiteranno a valutare i nomi in lista. “Legge sullo Stato-Nazione, legge Kaminitz, pianificazione urbanistica, multe edilizie, ampliamento dei confini amministrativi, finanziamento delle autorità locali, occupazione e integrazione nelle istituzioni pubbliche sono i temi sui quali andrebbero giudicati i partiti”, afferma Mansour. Sul tavolo le modifiche mai apportate alla Legge sullo Stato-Nazione e gli effetti della legge Kaminitz sulla pianificazione e l’edilizia del 2017 che non ha risolto i problemi dell’edilizia e della pianificazione territoriale.

Il ruolo di Bennet. Mansour dedica particolare attenzione anche a Naftali Bennett e alla sua alleanza con Yair Lapid, leader di Yesh Atid. La lista comune si chiama “Together”(Beyachad). “In questa competizione Naftali Bennett dovrebbe essere valutato non soltanto per le dichiarazioni attuali, ma anche per le decisioni prese in passato”, sostiene. Ricorda infatti che durante gli incarichi ministeriali dell’ex premier “sono state adottate misure che hanno consentito di ampliare di migliaia di dunam le aree di giurisdizione di Isfiya e Daliyat al-Karmel”, due dei principali centri drusi del Carmelo. Per Mansour, Bennett dispone quindi di un “capitale politico reale” presso una parte della comunità drusa. Inoltre, rileva, ha più volte espresso l’intenzione di intervenire sulla controversa Legge sullo Stato-Nazione e di affrontare le questioni legate all’edilizia e agli effetti della legge Kaminitz. Allo stesso tempo, avverte che il sostegno elettorale dipenderà anche dalla disponibilità a garantire una rappresentanza drusa diretta e da impegni concreti sui principali problemi della comunità. L’ex presidente del Consiglio locale di Isfiya cita anche Yoaz Hendel, ricordando gli investimenti promossi durante il suo mandato come ministro delle Comunicazioni per estendere la rete in fibra ottica nelle località druse.
Critiche al Likudf. Più critico il giudizio sul Likud e su HaDemokratim, partito nato nel 2024 dall’unione del Partito Laburista israeliano (Avoda) e di Meretz, dove, secondo Mansour, i candidati drusi occupano posizioni che i sondaggi non considerano realisticamente eleggibili. Quanto all’ipotesi di una candidatura di Joseph Haddad nelle file del Likud, egli osserva che, pur potendo attrarre consensi in alcuni segmenti dell’elettorato arabo, “la candidatura di un esponente arabo cristiano non sostituisce una rappresentanza drusa”. Mansour riconosce inoltre il sostegno fornito dal governo israeliano ai drusi della Siria, ma ritiene che ciò non basti a risolvere le questioni aperte all’interno di Israele. “Il sostegno ai drusi oltre confine è importante, ma non può sostituire la soluzione dei problemi dei cittadini drusi israeliani”, afferma.
Il peso del voto arabo. Infine, l’analisi del diplomatico si concentra sulla possibile crescita della rappresentanza araba alla Knesset. Se le forze arabe dovessero raggiungere complessivamente “15 o addirittura 16 seggi”, spiega, la competizione per arrivare alla soglia dei 61 parlamentari diventerebbe ancora più serrata. Ed è proprio in questo contesto che, conclude, il voto druso potrebbe assumere un peso determinante: “La comunità drusa non dovrebbe considerarsi patrimonio elettorale di nessuno”, ma valutare programmi, rappresentanza e risultati concreti. Perché, in una sfida che si preannuncia apertissima, “il voto druso potrebbe diventare il 61° seggio”.

