Ebola in RD Congo: oltre mille morti e complottismi che accelerano il contagio

Sono saliti a 2mila e 536 i casi confermati del ceppo Bundibugyo in Repubblica Democratica del Congo

(Foto UN/Martine Perret)

Ebola corre e serpeggia in Africa più veloce della luce. Sono saliti a 2mila e 536 i casi confermati del ceppo Bundibugyo in Repubblica Democratica del Congo. Tra questi, oltre mille sono i decessi (1.033 per la precisione) e 738 i pazienti tenuti in isolamento negli ospedali da campo costruiti ad hoc. E’ un allarme che cresce di giorno in giorno e crea molto scompiglio e paura tra le comunità dei villaggi epicentro del virus di febbre emorragica.

Ebola è in espansione in tutta la regione aurifera del nord est del Congo, ed è già arrivato ben oltre l’ituri da dove era partito.

Ma non si tratta solo di scarse risorse, mancanza di vaccino e poche infrastrutture.

Ebola è anche una questione di complottismi, sfiducia negli operatori sanitari e superstizione. “Sta diventando molto forte la resistenza delle persone in particolare dei giovani, ad accettare le cure e l’ospedalizzazione: si sono diffuse fake news che alimentano il sospetto che addirittura Ebola non esista e che l’Oms e le ong stiano speculando solo per attingere soldi pubblici”.

Così ci racconta al telefono proprio da Bunia, Xavier Macky, coordinatore della onlus locale Justice Plus. “C’è chi non vuole andare in ospedale perchè dice che invece di curarlo lo uccidono; sta di fatto che anche a Nia-nia, a metà strada tra Isiro e Kisangani, si registrano molti casi”, ci conferma padre Eliseo Tacchella dall’Alto Uele, nel Nord est. Il missionario comboniano è arrivato da alcuni mesi ad Isiro e sebbene Ebola non sia ancora un pericolo in questa regione, sente che il rischio è elevato.

Oltre a quello delle milizie armate ADF che si affacciano anche in questa zona.

La diffidenza e il complottismo su Ebola fanno parte di “un meccanismo spontaneo di difesa psicologica di fronte ad un cosa terrificante che non vedi – ci spiega da Nairobi in Kenya Federico Mazzarella, Coordinatore regionale della Caritas per l’Africa dell’est e dell’Ovest – è misto ad una totale sfiducia nei confronti delle istituzioni e delle organizzazioni anche internazionali. Queste due cose insieme spiegano molto”. La Repubblica democratica del Congo si appresta in queste ore a lanciare un processo di riconciliazione nazionale voluto dalla Chiesa cattolica, ma resta sempre un terreno minato.

Il virus Ebola si somma alle moltissime altre incognite.

E’ ancora Xavier Macky a spiegarci che “le credenze popolari e le superstizioni in Congo prendono il sopravvento sulla medicina, e questo rende difficilissimo il lavoro dei medici e degli infermieri”. La conferma dei dati in rialzo arriva dall’Istituto Nazionale di salute pubblica del Paese, che informa quotidianamente sull’avanzamento del virus in tutto l’Est.

“Ebola è anche un problema di vaccino che ancora non c’è”, prosegue Xavier.

Inoltre, senza le necessarie precauzioni contro il contagio e con la forte diffidenza che aleggia tra le comunità, i casi si diffondono molto rapidamente. In un giorno appena si sono avuti 63 nuovi casi del ceppo rarissimo di Bundibugyo: una corsa contro il tempo e una sfida della scienza spinge la comunità medica internazionale a lavorare intensamente per mettere a punto un vaccino al più presto.

Ma nel frattempo solo l’isolamento in strutture costruite per l’occasione e la lontananza dei malati dai sani può fare la differenza. “Il problema più grande è riuscire a seppellire i morti”, spiega al telefono da Bunia un testimone oculare, Deogratias Bahati Katho. Per queste comunità “abbandonare” i propri cari deceduti in obitorio è un crimine: “le famiglie vogliono far tornare a casa i loro cari per vegliarli”, spiega Katho. Ma il contagio passa proprio tramite il contatto diretto con i fluidi corporei perciò “i morti devono essere seppelliti in fretta”.

Nel Nord Kivu i casi accertati sono 259, di cui 152 decessi.

Nel Sud Kivu sono segnalati tre casi e un morto.

“La malattia è stata confermata tardi perchè non hanno capito subito che si trattava di ebola”, dice ancora Macky. “C’è chi ha iniziato ad opporre resistenza ai medici e non ha capito che la malattia era vera: pensavano ad una stregoneria. Molti giovani sono stati contaminati, inoltre è passato il messaggio che non esiste un trattamento per guarire davvero, e che dunque andare all’ospedale significava morire”. Un virus che persino in contesti di pace e sicurezza sarebbe una sfida enorme, qui nell’Africa subsahariana sottoposta a numerose prove, diventa un ostacolo insormontabile, quasi paragonabile ad una seconda guerra. Solo un intervento internazionale congiunto, e uno sforzo multilaterale intenso come quello già messo in campo, possono scongiurare una tragedia di proporzioni enormi in Africa. E dunque, ancora una volta, si conferma la necessità del multilateralismo come sola forza efficace per il contrasto delle emergenze complesse.

(*) Popoli e Missione 

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