Cinema: L’“Odissea” di Nolan. Una potente regia visionaria che valorizza e “profana” il poema omerico

Con Matt Damon nei panni di Ulisse, Christopher Nolan porta sul grande schermo il poema di Omero con un’imponente messa in scena in Imax. Un’opera spettacolare che riflette sulla guerra, sul ritorno e sulla ricerca di sé, ma nella quale il primato della tecnica finisce talvolta per prevalere sulla profondità del racconto omerico.

Foto Ufficio stampa

Una regia vigorosa e maestosa che lascia il segno. È la cifra stilistica cui ci ha abituati Christopher Nolan e che si conferma anche con “Odissea”, il suo tredicesimo lungometraggio. L’autore britannico, a tre anni dal successo di “Oppenheimer” (2023), con il quale ha finalmente ottenuto i giusti riconoscimenti a Hollywood – 7 Premi Oscar, tra cui miglior film e regia –, torna con un’impresa ambiziosa: la trasposizione del poema di Omero interamente realizzata con tecnologia Imax, portando uno sguardo immersivo giocato tra realismo fosco e tracce di mitologia fantastica. Un percorso avvincente e metaforico, un viaggio tra le avversità del mare e della natura, ma anche l’elaborazione interiore dell’esperienza della guerra, la sua brutalità disumana, che spinge a smarrirsi in territori senza ritorno. A interpretare Ulisse è il cinquantacinquenne Matt Damon, abile nel difficile equilibrio tra lavoro fisico e introspettivo. Convincono anche Anne Hathaway (Penelope) e Tom Holland (Telemaco). Nelle sale dal 16 luglio con Universal Pictures.

Le sfide di Ulisse e Telemaco. Antica Grecia, XII secolo a.C., da sette anni Ulisse è spiaggiato su un’isola insieme alla ninfa Calipso. Ricorda ben poco del lungo assedio di Troia e della sua intuizione di espugnarla attraverso l’artificio di un grande cavallo di legno. E i ricordi sono ancor più sbiaditi riguardo al lungo viaggio in mare per tornare con i suoi soldati a Itaca, dove lo attendono la moglie Penelope e il figlio, ormai adulto, Telemaco. Progressivamente l’uomo lega le immagini della sua mente, ricordando l’impresa contro il Ciclope, l’inganno della maga Circe, la tentazione delle sirene e l’ira di Poseidone, che ha sconquassato le navi lasciandolo da solo alla deriva. Una volta tornato nel pieno delle sue facoltà, a Ulisse non resta che provare a tornare a casa contando sulle proprie forze, preparandosi a dar battaglia ai Proci, soprattutto all’ambizioso Antinoo, che assediano il palazzo e puntano al trono.

Cinema immersivo e primato della tecnica. Il regista britannico, classe 1970, chiarisce in partenza il perimetro del racconto, la sua “intentio auctoris”: misurarsi con l’opera di Omero e portarla sullo schermo con un lavoro visivo-realizzativo lontano dal già visto, percorrendo nuovi sentieri schiusi dalla tecnica. “L’Odissea è un’opera incredibile – ha sottolineato – estremamente importante per la storia del mondo e lo sviluppo della cultura, ma non è mai stata adattata in un moderno blockbuster”. Ecco perché ha investito con ambizione nel potenziamento della tecnologia Imax, forzando la mano per riprese in 70mm per la totalità del film, arrivando a utilizzare 640.000 metri di pellicola, alternando le tradizionali cineprese Imax con la nuova Imax Keighley (messa a punto per l’occasione), rinunciando ad artifici digitali. “Volevo che il mondo dell’Odissea – ha aggiunto – sembrasse un mondo in cui un pubblico moderno potesse rispecchiarsi. (…) Volevamo un tono terreno, moderno e accessibile per radicare la storia”.

Un’umanità arrogante e fragile. Accostandoci a questa nuovo adattamento de l’“Odissea” non si può prescindere dunque dal registrare il desiderio dell’autore di utilizzare il corpus omerico per esprimere al meglio le potenzialità della tecnica, un po’ come nella Hollywood classica veniva fatto con i racconti biblici, con l’inevitabile rischio di affascinare lo sguardo, ma lasciare in secondo piano la dimensione tematico-narrativa, la complessità e il senso dell’opera. È così anche per l’“Odissea” di Nolan? In buona parte sì. Il regista britannico confeziona un racconto vigoroso, avvolgente e immersivo, che magnifica lo sguardo e aggancia l’attenzione spettatoriale per oltre 170 minuti, ma la sua ossatura non sempre è adeguatamente al passo di stile e tecnica.

Nolan rivolge l’attenzione a due figure, Ulisse e il figlio Telemaco, di cui traccia traiettorie di evoluzione e riscatto. Anzitutto Ulisse viene spogliato della sua dimensione eroica, alternando il successo del suo ingegno nella vittoria della guerra con responsabilità, silenzi e omissioni nell’affannoso viaggio di rientro a Itaca (l’isola di Favignana). Ulisse non si sente affatto un vittorioso, anzi avverte su di sé il peso di scelte difficili e sbagliate che sono costate vite. È un uomo solo, che comprende i propri limiti ed è desideroso di ricongiungersi con i familiari. Desidera espiare le proprie colpe e provare a riconciliarsi con la vita che gli resta.
Telemaco è un giovane uomo che fatica a trovare la propria voce e autorevolezza. Si mette in viaggio per raccogliere notizie sul padre che non ha mai conosciuto; è attaccato al suo ricordo, alla memoria della sua grandezza, cui si ispira. Quando lo ritrova a Itaca sotto le spoglie di un vecchio mendicante viene assalito da una vis inaspettata: non si percepisce più vulnerabile, solo, e trova il coraggio di sfidare gli usurpatori in casa, senza più timori. Telemaco compie il viaggio formativo verso l’età adulta, la consapevolezza di sé, fuori dall’ingombrante ombra di Ulisse.

Nell’insieme, il film “Odissea” è un grande racconto epico-avventuroso, un viaggio esistenziale-formativo che si gioca nell’attraversamento dei propri limiti, errori e paure, per approdare a un orizzonte di pacificazione. Un racconto metaforico con lampi di attualizzazione sulla brutalità e inutilità della guerra, ma soprattutto una prova muscolare di regia, stilistico-produttiva. I limiti del racconto di Nolan risiedono nel piegare la materia omerica a servizio della tecnica, non sempre in maniera acuta o rispettosa. Una scelta che oscilla tra valorizzazione e “profanazione”. Detto questo, al di là delle forzature del testo, e dei suoi tradimenti, “Odissea” resta un’opera imponente che porta la firma di un autore visionario, dalla marca stilistica riconoscibile, di pregio. Complesso, problematico, per dibattiti.

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